La_Tomba_del_Re_Vittorio_Emanuele_II_-_DSC09277

Re d’Italia: Vittorio Emanuele II di Savoia

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Recenti, Sabbie del Tempo
Vittorio
Vittorio Emanuele II di Savoia (1820-1878)

In questi giorni abbiamo assistito ad un evento molto importante, che vedeva la Scozia intenta a reclamare la sua indipendenza verso il Regno Unito, tramite un referendum. E com’era facile pensare i nostri omini verdi, quelli del sole padano, hanno colto la palla al balzo per tornare a sbraitare di secessione, muri ed estraneità del Nord verso questo Stato (standosene però ben comodi nella bella Roma, a prendere un cospicuo stipendio). E visto che si è tornati a parlare di indipendenza, secessione e indipendenza, io torno a parlare di unitàRisorgimento, andando incontro a tutte le varie questioni che ne possono scaturire (ovvero se sia stata giusta o meno questa unità italiana).

Oggi parleremo di uno dei personaggi chiave di quest’impresa. Parleremo di Re Vittorio Emanuele II: lo faremo tramite le fonti e sulla base, come sempre, degli appunti delle lezioni universitarie. Sicuramente, Vittorio Emanuele è un personaggio di secondo piano se confrontato con i più celebri Camillo Benso e Garibaldi ma, nel bene e nel male, è stato pure lui un protagonista, per la virtù della carica che ricopriva e per i gesti, le scelte e le azioni da lui adottate. Su quest’uomo lo scarto fra leggenda e realtà è maggiore, poiché la propaganda politica creò un personaggio molto diverso da quello che invece si rivelò essere nella vita di tutti i giorni. Per esempio, un soprannome che gli venne affibbiato fu il Re galantuomo, mentre possiamo notare come le testimonianze di chi gli era vicino fossero di tutt’altro avviso, rispetto alla più gentile penna propagandistica del tempo.

Nel 1867, il Ministro degli Esteri inglese Lord Clarendon si trovava a Firenze, che in quegli anni era la capitale della Penisola. Lord Clarendon parla coi ministri italiani e cerca di capire cosa dicono del loro Re: <<Mi dissero che era ipocrita e ignorante. Un intrigante, che nessun onest’uomo poteva servire senza danno per la sua reputazione. Tutti sono d’accordo nel giudicare il Re un imbecille e un disonesto che mente con tutti>>.

Questo dunque è il simpatico parere che i Ministri riservavano al loro sovrano. Era un parere po’ di parte, poiché questi Ministri dovevano lavorare con un re che non aveva ancora imparato a governare sotto una Costituzione. E visto che costoro lo definivano un imbecille, vediamo allora il parere dei suoi insegnanti, quando il monarca era ancora un ragazzino: <<È sempre addormentato, lavora poco o nulla. Lavora con somma noia e indolenza. Può dirsi che il principe, agli esami, non ha risposto a nulla di nulla>>.

L’aspetto fisico del re (che potrebbe sembrare un pettegolezzo, ma per un sovrano era di rilevanza politica, poiché quando un monarca si presentava nelle altre corti, veniva giudicato il livello di educazione, l’immagine e molto altro. Nel suo caso, tutto ciò, lasciva sempre molto a desiderare.

Disse uno scultore di Vittorio: <<Ha in sé qualcosa di selvaggio, di pittoresco, che non manca di grandezza e fa pensare ad un Re Unno, ad un capo barbarico>>. Un funzionario della corte inglese dichiarò: <<Sembra un Re di Eruli o Longobardi>>, e un altro ancora: <<Il tipo più depravato e dissoluto del mondo!>>.

Questo era l’uomo che doveva parlare con D’Azeglio, con Cavour e che doveva scegliere quale atteggiamento adottare con Garibaldi. Doveva trattare con la Regina d’Inghilterra e l’Imperatore Napoleone III e che non sapeva, in quanto sovrano, essere diverso dall’uomo che era in realtà. Quest’uomo rozzo e incivile però, a ventinove anni, di fronte al Maresciallo Radetzky, rifiutò le avances di riportare il suo regno sul modello assolutista, abolendo quel poco di democrazia e costituzionalità ottenuta dal popolo. Vittorio però  non abolì lo statuto e ciò gli costò molto, poiché per com’era il suo stile di governo, sarebbe stato molto meglio comandare un Regno senza dover badare alle Camere e alle loro leggi.

ts964v5-174

Il Re aveva una grandissima dote, una delle quali i suoi ministri odiavano, ma che gli tornò spesso utile. Era capace di dire a tutti quello che volevano sentirsi dire. Giurò agli austriaci sfracelli contro i democratici, parlando di impiccagioni e di uccisioni sommarie, con altri parla male di suo padre e delle sue idee di indipendenza. Ma alla fine, il giovane re mantenne lo statuto, le elezioni, il tricolore e il principio di Monarchia costituzionale.

Vittorio, in fin dei conti, non era un fanatico bensì un uomo che ragionava e sapeva perfettamente che avrebbe attirato più fastidi nel tornare alla Monarchia assoluta piuttosto che rimanere in quella liberale.  Riesce a stare, non senza fatica, sull’onda di Cavour. L’idea politica del suo Primo Ministro era chiara ma complessa. Antisocialsta e anticomunista, contro la democrazia estrema ma anche contro la sciabola dei re. E questa coppia, fra litigi furibondi e incomprensioni, funzionò e pure bene. Ma il Re non sopportava per nulla Cavour e, come abbiamo visto in un articolo precedente, nemmeno Cavour sopportava il suo sovrano. Un aneddoto simpatico risale ad una cena. Vittorio sapeva che, purtroppo, non poteva fare a meno di Cavour e allora si vendica con dispetti infantili. Lo invitò a cena e gli offrì uno spezzatino di cervo. Camillo apprezzò la pietanza e il monarca subito dopo lo sbeffeggiò in giro dicendo di avergli fatto mangiare cavallo.

Ma cos’è che rendeva così difficile, per un Primo Ministro, lavorare con Vittorio Emanuele? Essendo la sua una Monarchia liberale, era il Governo che andava a trattare con gli altri protagonisti dell’Ottocento. Vittorio, però, era costantemente tentato nel trattare sottobanco con gli interlocutori del proprio Governo, sperando di ottenere di più dei suoi collaboratori. E quando questi intrighi, il più delle volte, venivano alla luce del sole, si scopriva allora che il sovrano non sosteneva i progetti del Governo, tanto meno i piani del Primo Ministro. Questo, sicuramente, fu uno dei punti fondamentali delle innumerevoli dimissioni di Camillo dal Governo sabaudo.

Quando Cavour morì, per i futuri Ministri fu assai più difficile tener testa al monarca. E questi Ministri erano gli stessi che nel 1867 dicevano male di Vittorio. Ma vediamo insieme cosa diceva il Re di loro, nello stesso anno: <<Li tengo tutti in pugno. Avendo conservato un intero archivio di lettere, che essi mi hanno scritto in epoche diverse, li faccio star zitti e rigare diritto>>

Come abbiamo già evidenziato, Vittorio utilizza  il buon senso e appoggia il suo Governo anche quando avrebbe più tornaconti nel rigettare le loro prese di posizione. Un aspetto importante, a riguardo, lo si vede nel rapporto tra Stato-Chiesa durante il periodo risorgimentale. In questi anni vi furono battaglie atte a modernizzare il Piemonte e in seguito l’Italia che ne sarebbe uscita. Il Re ebbe un ruolo molto importante in tutto ciò e compì pure un bel sacrificio, accettando difatti il principio tanto caro ai liberali, ossia Libera Chiesa in libero Stato, che poneva fine ai privilegi arcaici che la Chiesa, nel tempo, era riuscita ad ottenere dallo Stato. Nel 1850 alla Camera si discuterono le Leggi Siccardi, le quali prevedono di abolire il privilegio del Foro ecclesiastico (ovvero se i membri del clero commettevano un reato, non erano giudicati dalla legge ordinaria ma da un loro tribunale).

 

c5b004ae7f34453f96adfacda234d068-1

 

Vittorio è cattolico, come tutta la sua famiglia e ha un problema di coscienza, ovvero firmare delle leggi ove la Chiesa è cruentemente schierata ed ostile. C’è la paura che, nel fare qualcosa contro la Chiesa, possa piovere la punizione Divina. E la madre scrisse a Vittorio: <<Pensa quale sarebbe il tuo dolore se il Signore facesse ammalare gravemente la tua cara Adele (la moglie), o la tua Chiccina (la figlia Clotilde) o il tuo Beto (il futuro Re Umberto)>>.

Ma in tale occasione il monarca offre il meglio di sé, facendo una cosa che non avrebbe mai fatto. Si mise a leggere i codici civili e legali. Studiò le varie leggi, analizzò quella Siccardi e si convinse della sua giustezza. Trovò la forza nel suo passato, perché sì i suoi avi furono dei cattolici come lui, ma furono anche noti per le tante battaglie contro le ingerenze della Chiesa nella vita politica. E lui, come sovrano, non poteva abdicare nemmeno ad un pezzetto del suo potere, e scrisse: <<Ho studiato la legge e ho scoperto che è giusta. Il Papa non può arrogarsi questa autorità, altrimenti no saremmo più padroni in casa nostra>>.

Per giustificarsi con la sua famiglia e con la madre, affermò che lui aveva solo firmato, rimarcandone la propria intellettuale a Siccardi e che quindi, in caso, sarebbe stato lui ad andare all’inferno (era noto, poi, che il Re non rispettasse Dio come avrebbe dovuto, ma che temesse dannatamente il diavolo). A Torino tutt’ora le leggi Siccardi sono commemorate in Piazza Savoia da un obelisco, eretto con un iscrizione pubblica alla cui base è scritta la famosa frase La legge è uguale per tutti.

L'Obelisco delle leggi Siccardi in Piazza Savoia
l’Obelisco delle leggi Siccardi in Piazza Savoia, Torino

Un sovrano dai forti appetiti carnali, dal disprezzo per le formalità, dallo spiccato sentimentalismo e che tentò di governare con una Monarchia liberale nonostante fosse palesemente un sovrano di stampo assolutista. Un uomo profittatore ma dal solido buon senso, insomma anch’egli un uomo particolare, certamente curioso e simpatico, con il quale era tremendamente difficile lavorarci assieme. Una certa rozzezza che spaventava le regine e faceva trasparire quel sentore Unno o Longobardo verso chi l’osservava. Tutti questi tratti lo allontanarono da Cavour, che non poteva essere più diverso, ma che lo avvicinò inesorabilmente a Garibaldi, nonostante le loro posizioni politiche diametralmente opposte.

 

 

——————–

Conferenza prof. A. Barbero

Lezione universitaria st. moderna

U. Marcelli, Vittorio Emanuele II

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

n.4 -> clicca qui

About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *