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Virus Ebola: biologia e possibili cure

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Negli ultimi mesi, stiamo assistendo all’epidemia di febbre emorragica causata dal virus Ebola che sta mietendo vittime principalmente nei paesi dell’Africa Occidentale: secondo l’ultimo bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dello scorso 26 Agosto, l’Ebola ha causato 1.552 morti su 3.069 casi confermati.

BjbkYIsIcAAU2PZ (1)L’ebola è un virus appartenente alla famiglia Filoviridae, così chiamata perché le particelle virali (virioni) osservate al microscopio elettronico assumono un aspetto simile ad un filo che presenta un diametro di 80nm ed una lunghezza di 1400nm, ed è inoltre un virus zoonotico cioè capace di trasmettersi dagli animali, in questo caso i gorilla, all’uomo. Come ogni virione (con questo termine si designa la forma extracellulare di un virus) l’Ebola è costituito da acido nucleico -DNA o RNA a singola o doppia elica-circondato da proteine che formano il capside ed è inoltre presente un ulteriore rivestimento, il pericapside, cioè un residuo della membrana plasmatica della cellula che è stata infettata dal virus. L’Ebola infetta le cellule del nostro organismo penetrando al loro interno per potersi riprodurre e quindi creare copie di se stesso: questo vale per qualunque altro virus, ricordando che esistono anche i virus che infettano le piante e perfino quelli che infettano i batteri (i batteriofagi).

La differenza sostanziale tra un virus ed una cellula eucariotica (come le nostre) o procariotica (i batteri) è che il virus non possiede al suo interno il “macchinario” necessario per la sua riproduzione, quindi è costretto a “parassitare” una cellula. I virologi classificano i virus in sette classi in base al tipo di acido nucleico: quello dell’Ebola è un RNA a singola elica a polarità negativa. Questo significa che il genoma del virus non può fungere da RNA messaggero ed essere “tradotto”, a livello dei ribosomi della cellula infettata, per la sintesi delle proteine virali. I virus come l’Ebola possiedono infatti un enzima (una RNA polimerasi RNA dipendente) che permette la trascrizione del genoma del virus per ottenere numerose copie di RNA a singola elica a polarità positiva: esso può fungere sia da RNA messaggero per la sintesi delle proteine virali, sia da “stampo” per sintetizzare copie di RNA a polarità negativa.

 

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Il virus sfrutta, dunque, il “macchinario” della cellula per la sintesi delle proteine: i ribosomi, che visti al microscopio elettronico appaiono come delle minuscole strutture rotondeggianti, spesso associati a formare una catenella o associati alle membrane di un organulo cellulare (il reticolo endoplasmatico), e le molecole di RNA di trasporto che hanno proprio il compito di trasportare gli amminoacidi ai ribosomi, dove sono ordinatamente assemblati insieme per ottenere una proteina. Una volta sintetizzate, le proteine virali sono assemblate a formare il capside che contiene al suo interno una copia del genoma virale. In questo modo sono prodotte  copie del virus che lasceranno la cellula ospite tramite il processo di gemmazione e potranno andare ad infettare altre cellule dello stesso organismo o quelle di un altro, tramite fluidi corporei infetti.

Data la portata dell’epidemia di Ebola, pochi giorni fa si è tenuto a Ginevra un vertice di esperti organizzato dall’OMS, durante il quale sono stati presentati otto trattamenti sperimentali (destinati ai malati) e due vaccini (destinati a chi è sano, con scopo di prevenzione). Nessuno di questi farmaci è ancora stato oggetto di test clinici, di cui si sta cercando di contingentare i tempi: i farmaci non saranno comunque  disponibili per uso generalizzato prima della fine dell’anno.

20091206-153214-pic-74198239Uno dei vaccini anti-Ebola è di proprietà della società farmaceutica GlaxoSmithKline e prodotto in Italia negli stabilimenti di Okairos/Advent  presso l’Irbm Science Park di Pomezia (in Provincia di Roma). Nel team di scienziati italiani che ha lavorato al progetto (sovvenzionato con capitali stranieri) di un vaccino anti-Ebola e che è stato concepito cinque anni fa per poi essere oggetto di sperimentazione, c’è il professor Riccardo Cortese che, in un’intervista rilasciata pochi giorni fa agli organi di stampa, ha spiegato che il vaccino si basa sulla stimolazione dei linfociti NK (natural killer), cioè delle cellule del sistema immunitario che hanno il compito di riconoscere e distruggere sia le cellule tumorali sia quelle infettate da un virus.

Un’altra strategia per contrastare un’infezione può essere la somministrazione di anticorpi: un anticorpo è una proteina, prodotta da linfociti B “trasformati” in plasmacellule, in grado di legarsi ad un antigene, (ad esempio virus, batteri o tossine), in modo tale da renderlo riconoscibile da parte delle cellule del sistema immunitario che provvederanno alla sua distruzione.
Il farmaco  statunitense Zmapp, testato con ottimi risultati sulle scimmie, agisce con un meccanismo diverso dal “vaccino italiano”: si tratta, infatti, di un siero contente anticorpi monoclonali, cioè prodotti da linee cellulari provenienti da un solo tipo di cellula immunitariaLo Zmapp è stato usato sui cooperanti americani Nancy Writebol e Kent Brantly oltre che sull’infermiere londinese Will Pooley, ottenendone la completa guarigione.

Un risultato che lascia ben sperare.

 

 

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About Deborah Crifò

COLLABORATRICE | Nata nel Dicembre del 1991, da ragazzina sognava di diventare un'archeologa. Per questo, fu ben lieta di iscriversi al Liceo Classico "Gorgia" di Lentini (SR) per studiare latino e greco. Ma questa scelta, della quale non si è mai pentita, l'ha portata in realtà ad appassionarsi alle scienze, in particolar modo alla Fisica ed alla Biologia. Oggi è laureata in Scienze Biologiche e frequenta il corso di laurea specialistica in Biologia Cellulare e Molecolare presso l'Università degli Studi di Catania.

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