auschwitz-camps-de-la-mort-1

“Se questo è un uomo” di Primo Levi: una riflessione sull’animo umano

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Recenti, Zibaldone
Primo Levi (1919-1987) fu un chimico, partigiano e scrittore italiano di romanzi, poesie e racconti. La sua produzione letteraria è vasta, ma è noto soprattutto per "Se questo è un uomo" e il suo seguito "La tregua"
Primo Levi (1919-1987) fu un chimico, partigiano e scrittore italiano di romanzi, poesie e racconti. La sua produzione letteraria è vasta, ma è noto soprattutto per Se questo è un uomo (1947) e il suo seguito La tregua (1963)

Se questo è un uomo è un libro familiare. Di solito viene proposto come lettura scolastica, specialmente quando si affronta l’argomento Secondo Conflitto Mondiale e annessi. Spesso passa come testimonianza delle condizioni dei deportati nei campi di prigionia nazisti, ma gli intenti del suo autore, Primo Levi, andavano molto al di là di questo, seppur importantissimo, valore documentario.

Primo Levi è noto per lo più per essere l’autore di Se questo è un uomo e La Tregua, che trattano la condizione di prigionia ad Auschwitz l’uno e il sofferto ritorno a casa attraverso l’Europa l’altro. Nonostante la vasta produzione letteraria che si discosta dagli argomenti per cui Levi è ricordato principalmente, è rimasto per il pubblico e per una parte della critica lo scrittore «ebreo-memorialista». I testi che si collocano nel periodo storico della Seconda Guerra Mondiale e trattano gli argomenti relativi all’esperienza nei lager, vengono detti di memorialistica sia per il loro intrinseco valore documentario sia per la loro testimonianza. Diversi sopravvissuti riportarono loro dolorosa esperienza, ma i libri di Levi contengono, per così dire, dei valori aggiunti per i quali sono diventati letteratura.

Occorre dire che Levi non nasce subito come scrittore: egli era un chimico, professione che svolse anche dopo il suo ritorno a casa da uomo libero. Il mestiere di scrittore, Levi lo accettò non senza resistenze dopo la fama raggiunta da Se questo è un uomo, ma non gli andò mai a genio l’etichetta di cui sopra. Studiò Chimica presso l’Università di Torino durante il ventennio fascista. Si iscrisse nel 1937, appena in tempo, perché nel 1938 lo Stato fascista promulgò le leggi razziali, che lo coinvolgevano in quanto ebreo, per cui (tra le altre cose) era fatto divieto agli ebrei di iscriversi all’università, ma era concesso a coloro che erano già iscritti di portare a termine gli studi.

Dopo aver trovato un relatore (non senza difficoltà), si laureò con lode nel 1941 e iniziò a cercare un’occupazione clandestina. Ma dopo l’8 Settembre 1943 decise di entrare nella Resistenza e si unì a un gruppo partigiano in Valle d’Aosta. L’esperienza fu breve e male organizzata: venne catturato dai fascisti il 13 Dicembre 1943, internato a Fossoli (presso Modena) e di qui trasferito ad Auschwitz. «Wieviel Stück? / trad: Quanti pezzi?», domanda il maresciallo tedesco al caporale italiano che consegna i prigionieri destinati alla Polonia. La riduzione degli uomini a pezzi, la metamorfosi a cose, è qui un’anticipazione narrativa di uno dei temi principali e ricorrenti nel testo.

«Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli. Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano.».

Queste poche righe iniziali della Prefazione dichiarano gli intenti del libro che è «uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano», scritto da Levi in una lingua piana, mai carica di rabbia o violenza, e uno stile misurato, spesso vicino alle formule del parlato, ma sempre elegante, curato e piano. Non ci sono davvero capi di accusa e Levi non scade mai nel compatimento dell’ebreo perseguitato: la sua è un’osservazione universale sulla condizione del prigioniero in quanto tale, e non in particolare sull’ebreo, sullo zingaro, sul perseguitato politico. Egli racconta ciò che ha vissuto in base alla personale esperienza di internato, ma riflessioni più approfondite sulla sua condizione di ebreo e sul rapporto con la religione, vengono affrontate in altri testi. Levi era, per così dire, un ebreo laico, non credente, ma prese reale coscienza del suo essere ebreo, quindi diverso, a partire dalla promulgazione delle leggi del 1938.

È esemplare per chiarire gli intenti della Prefazione, un episodio contenuto nel capitolo Esame di chimica in cui Primo si presenta al cospetto del Doktor Pannwitz che esamina i candidati da impiegare in un Kommando chimico, che sarebbe stato costituito da specialisti:

«Pannwitz è alto, magro, biondo – ha gli occhi, i capelli e il naso come tutti i tedeschi devono averli, e siede formidabilmente dietro una complicata scrivania. Io, Häftling [prigioniero] 174 517, sto in piedi nel suo studio […]. Quando ebbe finito di scrivere, alzò gli occhi e mi guardò. Da quel giorno, io ho pensato al Doktor Pannwitz molte volte e in molti modi. Mi sono domandato quale fosse il suo intimo funzionamento di uomo; come riempisse il suo tempo, all’infuori della Polimerizzazione e della coscienza indogermanica; soprattutto, quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità dell’anima umana. Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello guardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania».

Se questo è un uomo è interessato alle dinamiche fra gli uomini piuttosto che alla descrizione delle gerarchie del lager e, infatti, non fornisce molto materiale per gli storici del settore. È visibile poi la differenza fra la semplice testimonianza e il tramandare l’esperienza vissuta, che risiede nell’assunzione di modelli letterari: grazie alla letteratura, l’esperienza diventa dicibile e trasferibile ad altri uomini per formarne le coscienze. Levi non rifugge mai dal descrivere cose atroci che invece in altre narrazioni, come quelle di memorialistica, vengono dette indicibili. Ciò che viene esperito può e deve essere raccontato.

Pensate che nel libro c’è un capitolo intitolato Il canto di Ulisse in cui Levi enuncia a memoria a Pikolo, un compagno di prigionia, alcuni versi danteschi, sentendo che questi riguardano la condizione degli «uomini in travaglio» e che c’era urgenza di raccontarli perché l’indomani era incerto. La letteratura entra così in un luogo in cui non si osava parlare di argomenti letterari, spirituali o qualsiasi cosa tenesse vivo lo spirito di un uomo, perché gli Häftlings erano presi ovviamente dai bisogni primari di sopravvivenza bestiale a cui il lager li aveva ridotti. Ed ecco che persino lavarsi, darsi un tono e non camminare gobbi (per quanto insensato perché l’acqua era contaminata e poco dopo si finiva nel fango, nella neve e nel carbone e le scarpe non potevano essere definite tali) erano atti civili di sopravvivenza per non perdere la propria umanità e non farsi annientare dal sistema-lager.

Nella narrazione emerge la forma mentis da scienziato, che è quella di osservare e descrivere un fenomeno e le sue implicazioni con linguaggio preciso e rigoroso. Levi racconta la sua breve esperienza nel lager, durata per fortuna un anno, in cui non getta tanto una luce su aspetti contabili o strutturali del lager, quanto sulle dinamiche relazionali tra prigionieri e aguzzini e tra prigionieri stessi. Viene descritta tutta la non umanità dei nazisti che passa, su scala, per forza di cose anche ai prigionieri, soprattutto quelli posti a capo delle gerarchie interne al campo, che Levi detesta in quanto simboli delle gerarchie di potere in generale attraverso le quali si propaga il male.

Vittime di Auschwitz - Polonia
Vittime di Auschwitz – Polonia

Trovano spazio le dolorose descrizioni di coloro che sono stati del tutto sottomessi e annientati, sui quali il lager ha vinto: i sommersi. Per Levi questo è un motivo di sofferenza: dopotutto ce l’ha fatta, è sopravvissuto, è stato più forte di qualcuno che evidentemente ha sopraffatto; di qui scaturisce il senso di colpa che ha provato per il resto della vita. Levi si sente un privilegiato persino nell’inferno: quel «Per mia fortuna» che apre la Prefazione lo accompagna anche quando nel lager sostiene l’esame di chimica, preparato sul testo su cui aveva studiato all’università; per sua fortuna conosce quel tanto che basta di tedesco; per sua fortuna si sa adattare alle assurde regole del campo, dimenticando sin da subito quelle dell’esistenza regolare e civile; per sua fortuna si ammala proprio quando il lager sta per essere liberato: i prigionieri sani, infatti, vengono portati via per essere fucilati, in modo che non resti testimonianza; nella fretta della fuga i nazisti non fucilano gli ammalati ricoverati nell’infermeria, altrimenti destinati a morte certa.

Levi giunge in lager, come detto, con la forma mentis da chimico: egli distingue, pensa e separa. L’approccio scientifico emerge anche nell’atteggiamento di dare ordine alle cose tramite il giusto nome: per questo Levi, anche nella vita, non apprezzava chi cambiava il nome alle cose. Dare il giusto nome alle cose è il primo atto fondamentale per portare ordine nel caos. D’altronde il lager era una babele linguistica poiché vi erano internati prigionieri polacchi, ungheresi, italiani, greci, tedeschi e comunicare si rivelava, quando non impossibile, un’impresa assai ardua. Si poteva morire per un o per un no. Non capire gli ordini e cosa accadeva, era la causa principale di abbandono della resistenza all’interno del lager.

«La torre del Carburo, che sorge in mezzo alla Buna e la cui sommità è raramente visibile in mezzo alla nebbia, siamo noi che l’abbiamo costruita. I suoi mattoni sono stati chiamati Ziegel, briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, téglak, e l’odio li ha cementati; l’odio e la discordia, come la Torre di Babele, e così noi la chiamiamo: Bobelturm; e odiamo in essa il sogno demente di grandezza dei nostri padroni, il loro disprezzo di Dio e degli uomini, di noi uomini».

L’incertezza e la morte sono sempre dietro l’angolo, non ci sono regole precise, non si possono applicare schemi certi per provare a sopravvivere. Il prigioniero è schiacciato in un lavoro inutile e senza sosta: dove era internato Levi, a Monowitz, uno dei campi del complesso di Auschwitz in cui si produceva gomma, non uscì un solo prodotto di gomma utile allo sforzo bellico. E nella lotta animalesca per la vita i giorni sono tutti uguali, la dimensione temporale che conta è quella del presente immediato, non c’è spazio alcuno per il passato e per il futuro:

«Tale sarà la nostra vita. Ogni giorno, secondo il ritmo prestabilito, Ausrücken ed Einrücken, uscire e rientrare, lavorare, dormire e mangiare; ammalarsi, guarire o morire. E fino a quando? Ma gli anziani ridono a questa domanda: a questa domanda si riconoscono i nuovi arrivati. Ridono e non rispondono: per loro, da mesi, da anni, il problema del futuro remoto è impallidito, ha perso ogni acutezza, di fronte ai beni più urgenti e concreti problemi del futuro prossimo: quanto si mangerà oggi, se nevicherà, se ci sarà da scaricare carbone».

Se questo è un uomo nasce per un motivo preciso:

«Il bisogno di raccontare agli “altri”, di fare gli “altri” partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore. Di qui il suo carattere frammentario: i capitoli sono stati scritti non in successione logica, ma per ordine di urgenza. […]Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato».

Levi ha bisogno di raccontare la sua esperienza limite in un momento in cui persino la sua famiglia è sfuggente, così le persone amiche o che incontra per strada o sui mezzi pubblici. Questo mancato interesse è il sintomo di un male più grande: l’Italia tutta non è pronta ad ascoltare il dolore, a fare i conti con se stessa, col Fascismo e con le sue dolorose conseguenze. Questo è forse uno dei motivi per cui il libro, pubblicato nel 1947 dalla casa editrice De Silva, non riscuote immediato successo; ma nel 1955 a Torino, durante una mostra su Resistenza e deportazione, Levi viene inondato di domande: è il segnale che qualcosa è cambiato, infatti nel 1958 Se questo è un uomo viene pubblicato da Einaudi (che prima lo aveva rifiutato), riscuote un successo enorme tanto da venir tradotto in diverse lingue e letto in tutto il mondo.

Il libro di Levi, straordinariamente misurato e classico nella sua compostezza, è un capolavoro letterario che offre una testimonianza sconvolgente sull’inferno del lager in cui «è bastato animo all’uomo di fare dell’uomo», privato dapprima del suo nome  sostituito repentinamente da numeri tatuati sul braccio – poi dei capelli e infine della personalità. Bisogna prendere coscienza del fatto che l’uomo non ha imparato dai propri errori perché il lager esiste ancora, anche se può aver mutato nome e forma. Del resto, esisteva anche prima dei nazisti seppur, ancora una volta, con nome e modalità diverse. L’intento ultimo del lager è lo sterminio di altri esseri umani e la storia umana è piena di massacri sin dalle proprie origini.

Se questo è un uomo consente di addentrarsi nelle pieghe oscure dell’animo umano in uno dei momenti più tristi e insanguinati della storia del Novecento. L’attuale edizione Einaudi, al di là del testo, propone un’Appendice che arricchisce in modo notevole il contributo pregevole del libro, in quanto è costituita dalle risposte che Levi diede alle domande che gli venivano poste più di frequente nei suoi interventi, quali «I tedeschi sapevano? Gli alleati sapevano?; C’erano prigionieri che fuggivano dai Lager? Come mai non sono avvenute ribellioni di massa?; Perché Lei parla soltanto dei Lager tedeschi, e non anche di quelli russi?».

Una lettura come questa è sempre urgente e necessaria e non deve diventare occasionale per un qualsiasi 27 Gennaio o per l’interrogazione scolastica. Per questo risuonano come monito le parole di Shemà, la poesia che apre la narrazione (nota anche con lo stesso titolo del libro) che riprende e parafrasa una preghiera ebraica: Shemà Israel, Ascolta Israele.

 

«Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi». 

 

 

images

 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • P. LEVI, Se questo è un uomo, Torino 2014.
  • E. MATTIODA, Levi, Roma 2011.

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Diletta Solinas

REDATTRICE | Classe 1992, sarda. Adora la lettura, l'arte, i film, i viaggi, i programmi di Piero e Alberto Angela e guarda ancora con meraviglia il mare e la natura. Laureata in Lettere sulla via dell'antico, ora prosegue gli studi in Italianistica e per questo si sente un po' un ibrido.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *