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Un ragazzo di Aberdeen. “Cobain: Montage of Heck”

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“Cobain: Montage of Heck” è un film documentario del 2015 diretto da Brett Morgen sulla vita del defunto leader dei Nirvana Kurt Cobain, presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2015

Cobain: Montage of Heck, uscito recentemente nelle sale, è un docu-film di Brett Morgen basato sulla vita di Kurt Cobain, noto leader della band grunge Nirvana. Realizzato in ben otto anni e prodotto da Frances Bean Cobain – figlia del cantante – il film si propone di raccontare, attraverso interviste di amici, parenti e filmati di repertorio, la storia del musicista sotto una luce totalmente differente alla quale siamo abituati a vederlo: non come un’icona o un idolo, bensì come quella di un semplice uomo. Con i propri pregi, i propri difetti, i propri sogni e le proprie paure.

Il film inizia raccontandoci la storia di Kurt attraverso le parole dei suoi genitori, mostrandoci un bambino di Aberdeen sorridente che ama disegnare, giocare, correre dappertutto ed essere al centro dell’attenzione come tutti gli altri bambini ma che nonostante ciò è dotato di grande empatia, preoccupandosi sempre per gli altri. Successivamente, il suo piccolo mondo viene sconvolto dal divorzio dei suoi genitori ed inizia qui la sua fase ribelle, in cui comincia a fumare erba, a compiere atti vandalici ed a frequentare cattive compagnie. Diventa un ragazzo incontenibile ed indomabile, viene ballonzolato di qua e di là fra tutti i parenti (madre, padre e nonni) ma nessuno riesce a contenerlo né vuole tenerselo in casa.

Attraverso le splendide scene animate osserviamo l’adolescenza di Kurt, il cui unico desiderio è quello di sentirsi parte di una famiglia ed essere felice: rifiutato da tutti, però, si sente solo e odiato. L’empatia con lo spettatore durante la fase adolescenziale del protagonista è massima. Chiunque potrebbe rivedersi in quel ragazzo, un po’ ingenuo e un po’ goffo, che desidera solo non essere umiliato. Si ha quasi l’impressione di vedere Boyhood di Linklater e la storia del “ragazzo qualunque” Mason, piuttosto che l’adolescenza del leader dei Nirvana Kurt Cobain. Sentiamo la voce stessa di Kurt che narra alcuni aneddoti della sua adolescenza con un tono leggermente divertito, come quello di un uomo che ricorda il suo passato come un capitolo della sua vita in cui non poteva definirsi propriamente “felice”, ma pur sempre con nostalgia per un capitolo ormai definitivamente chiuso.

41275_pplChiuso il capitolo adolescenziale, compaiono altri due personaggi a raccontarci del giovane Kurt: la sua ex ragazza ed il suo collega nonché amico Krist Novoselic, con cui fondò i Nirvana. Questi ci raccontano due lati diversi dell’artista, ma ben riconducibili alla stessa persona. La prima narra di un ragazzo tenero e romantico, capace di dare tutto per amore, molto lontano dalla visione di un artista (capace di fare arte in qualsiasi momento) e molto più vicina all’immagine dell’uomo medio (capace di star seduto per più di quattro ore sulla poltrona, a guardare la televisione). Il secondo, invece, descrive un ragazzo più simile a come siamo abituati ad immaginarlo, ma pur sempre un ragazzo. Del suo incontro con l’ambiente underground, della sua gioia nell’aver trovato un ambiente a cui sentiva d’appartenere, della sua voglia di comporre, di scrivere e fare musica non per portare un messaggio, non per farsi simbolo di una generazione, quanto per il più semplice desiderio di lucro e di voler cambiare il proprio “standard” di vita.

Fra gli appunti dei pezzi, i memorandum per serate ed i conti relativi alle spese per gli strumenti musicali, è facile l’immedesimazione da parte di chiunque abbia mai avuto una band, poiché veritiera. Grazie a Krist scopriamo, ancora, un ulteriore aspetto di Cobain: quello di un uomo fragile che detesta essere umiliato e il cui mondo cade a pezzi per colpa di una recensione negativa. Un uomo che però, nonostante tutto, continua ancora a comporre ed a suonare e che, con un nuovo batterista, riesce a portare la band al successo con il suo secondo album: Nevermind.

Da qui il successo improvviso e mondiale, che porterà sì la band a diventare una delle migliori al mondo, ma anche a dover subire un grandissimo stress a causa di tutto ciò. Il non voler concedere interviste, il rifiuto di firmare autografi: tutto pur di riservare un po’ di spazio a se stessi, di allontanarsi un po’ dal mondo dello spettacolo. Apprezzabile, qui, la scelta del regista di voler mostrare alcuni atteggiamenti  “esagerati” di Cobain sotto una nuova luce, evidenziando il suo sputare sulla telecamera durante un live e il suo mostrare le parti intime ad un’altra non come classiche azioni da rockstar quanto come futili atteggiamenti di un ragazzino nei confronti di un mondo che comincia ad odiare ma di cui, al contempo, ne fa parte. Magistrale, poi, la regia durante il racconto della realizzazione del loro più grande successo, Smells like Teen Spirit, in cui è possibile osservare il famosissimo videoclip ambientato in una palestra scolastica dove però in sottofondo è possibile udire la canzone, ma non con la voce di Kurt, bensì con quelle di un coro di voci bianche e con un sound molto vicino ad un Requiem: come a voler mostrare una sorta di “lato oscuro”, dovuto al successo del brano.

montage1-1024x586Infine, fa la propria comparsa nel documentario la persona più importante nella vita di Kurt: la moglie Courtney Love, anche lei leader di una band, le Hole. Dalle sue parole, riviviamo sia la parte più oscura della vita di Cobain – vittima della dipendenza da eroina – ma probabilmente anche la più felice, in compagnia di sua moglie e di sua figlia Frances. Studiando i video privati della coppia, possiamo notare un uomo finalmente sereno, che è riuscito ad ottenere ciò che più ardentemente desiderava: una famiglia. Lo si vede giocare con la figlia e la moglie, comportarsi da stupido e prendere in giro i Guns N’ Roses come un ragazzo di oggi prenderebbe in giro i  One Direction. Vediamo trasparire facilmente il suo immenso amore per i suoi cari, talmente grande da renderlo ancora più debole per la paura di perdere tutto.

Ed è proprio dalla dichiarazione della moglie, in cui afferma che suo marito tentò il suicidio ingurgitando delle pillole poiché aveva “intuito” che volesse tradirlo, che il film finisce. Soltanto una frase sullo schermo: <<Un mese dopo questo evento Cobain si suicidò>>, accompagnata dalle note di Smells like Teen Spirit nei titoli di coda (l’originale, l’unico pezzo fra i maggiori successi della band a non esser stato un soundtrack durante le sequenze del docu-film). Nessuna menzione relativa al suo suicidio, alle conseguenze ed all’impatto mediatico. Ed il motivo di tale scelta sembra semplice quanto facilmente intuibile: mostrare ciò che è accaduto dopo la morte di Kurt Cobain equivarrebbe, infatti, a mostrare la nascita dell’idolo. Ma non è questo l’obiettivo del docu-film.

Il suo obiettivo era semplicemente mostrare la storia di un ragazzo.

Un ragazzo venuto da Aberdeen.

 

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About Martin Ferjani

COLLABORATORE | Classe 1992, siciliano. Studente di Lingue e Culture Europee, Euroamericane ed Orientali presso l’Università degli Studi di Catania. Le sue passioni sono la musica, il disegno e le belle storie.

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