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Übermensch: l’epica dietro a Zlatan Ibrahimović

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Zlatan Ibrahimović, impegnato nella campagna “805 Million Names” contro la fame nel mondo, esulta mostrando i nomi tatuati temporaneamente per campagna,misti ai suoi innumerevoli tatuaggi permanenti 

 

Se esiste uno sport che si presta storicamente ad una trasposizione poetica, si tratta senza alcun dubbio del football. Autori immensi quali Saba, Pasolini e Galeano – giusto per citarne alcuni – hanno preso questo sport apparentemente così prosaico e l’hanno ammantato di quell’aura mistica che solo la poesia può donare. La perfezione di un controllo, il sibilo dell’aria su un tiro ben teso, la genialità di un dribbling nello stretto. Ogni gesto tecnico è codificato da una propria poetica, ogni calciatore è un eroe greco con i propri attributi: rapidità, potenza, progressione, ingegno. Ciascuna caratteristica è poesia.

E’ proprio dall’elenco delle qualità di un calciatore che deriva l’ideale classifica di chi sia attualmente il migliore al mondo. E’ il dualismo eterno tra Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, tra lavoro duro e talento puro, tra strapotere fisico e tecnica, tra chi spara con il bazooka e chi lavora di fioretto. Tutto ciò ci permette di confrontarli. I trofei, i Ballon D’Or e l’ultima annata dicono che forse l’argentino da Rosario è superiore. Il portoghese da Madeira può vantare dalla sua una maggior prestanza fisica e indubbia completezza non ancora propria a Messi, forse CR7 è il calciatore più completo al mondo.

Forse, potrebbe esserlo. Eppure esiste un calciatore capace di condensare tutte le qualità che si prestano alla poesia (tecnica, strapotere fisico, fantasia, tiro, progressione) e unirvene altre che con la poesia non possono proprio andar d’accordo: la sfrontatezza, il trash-talking, la cattiveria di chi mette in campo la propria volontà di potenza. Questi spara con il bazooka e lavora di fioretto, vede in campo cose che nessuno ha mai visto e poi parla. Parla tantissimo, annichilisce i propri avversari verbalmente, sprona i propri compagni, intimidisce gli arbitri e schernisce di continuo i giornalisti. Più che di completezza, trattasi di onnipotenza. Lo scorso 3 Ottobre ha compiuto 34 anni e non ha paura di definirsi il superuomo del nostro calcio. Anzi, fa di più: si fa chiamare Dio, al secolo Zlatan Ibrahimović. Ma quando e dove nasce il mito di Ibra? Non nell’agio, da vera divinità.

Ibrahimović nasce nel 1981 a Rosengard, quartiere per immigrati jugoslavi di Malmoe, nella Svezia Meridionale. Il padre Sefik è un bosniaco musulmano, la madre Jurka è una croata cattolica. Lo chiamano Zlatan, che vuol dire “dorato”. Zlatan Ibrahimović, dunque, letteralmente significa “figlio dorato di Abramo”. Sarà forse questo suo trovarsi in un coacervo di riferimenti religiosi che lo porterà ad autodefinirsi una divinità. Zlatan da piccolo pratica taekwondo, ma soprattutto gioca a calcio. Dove può andare a giocare il figlio di jugoslavi in Svezia? Nella FBK Balkan, ovviamente. Aggregato a ragazzini due anni più grandi di lui, è subito evidente che sia di un altro livello. Il Balkan, in quegli anni, è ai suoi piedi. Una volta resta fuori da una partita perché non si è comportato bene. Alla fine del primo tempo sono sotto 4-0 con il Vellinge. L’allenatore allora è costretto a far entrare Zlatan. Ne mette 8 nel solo secondo tempo. Il Balkan vince 8-5. Uno così non resta a lungo lontano dal calcio che conta. A 13 anni va al Malmö FF. A 16 potrebbe già essere in una big europea. L’Arsenal FC di Arsene Wenger gli offre un provino. Ancora ragazzino, dice una cosa che inaugura la sua serie di dichiarazioni controverse: <<Zlatan non fa provini>>.
Nel 1999 debutta nella Serie A svedese, l’Allsvenskan. L’anno successivo riporta la sua squadra – appena retrocessa in B – nella massima serie con 12 goal in 26 partite.

Arriva il 2001. Zlatan è tra i migliori 100 giovani al mondo secondo il Don Balòn, rinomata rivista catalana di settore, e la chiama l’AFC Ajax, storicamente la miglior fucina di talenti della storia del calcio. L’impatto con l’Olanda è da film di Quentin Tarantino. Al primo allenamento dice: <<Io sono Zlatan, voi chi c***o siete?>>. E’ all’Ajax che nasce il paragone con Marco Van Basten, il cigno di Utrecht, hanno entrambi la maglia numero 9 dei lancieri e fanno tantissimi – spesso bellissimi – goal. Fabio Capello, unico allenatore con la fortuna di aver allenato entrambi dirà: <<Ibra ha più fantasia, cerca più il colpo ad effetto, Marco era allo stesso modo bravissimo tecnicamente ma aveva la rabbia del goal dentro>>. La rabbia del goal arriverà pure per Ibra, che nel 2014 dichiarerà di essere diventato bomber grazie a Capello, studiando proprio il cigno. Ibra impara, fa goal “alla Van Basten” e non mette mai da parte la fantasia.

 

 

Con la maglia dell’Ajax comincia la sua straordinaria striscia di vittorie in campo nazionale. Vince il primo titolo olandese nel 2002, si ripeterà nel 2004 e di lì vincerà ogni anno – 2012 escluso – uno scudetto. E’ un cannibale. Nel 2004 per 16 milioni (e la promessa di un rarissimo modello di Ferrari Enzo, per cui si scomoda Luca Cordero di Montezemolo in persona) va alla Juventus FC, allenata proprio da Fabio Capello. Impatto straordinario sul calcio italiano: altri due scudetti, poi revocati per i famosi fatti di Calciopoli. E’ il 2006: Ibra è della FC Internazionale Milano. Qui la sua carriera cambia per sempre. Fino ad allora era stato un giocatore discretamente associativo, giocava con i compagni e ne capitalizzava il lavoro. Nel 2006 diventa una star assoluta, l’epicentro. Le Inter di Roberto Mancini e di José Mourinho diventano “Ibracentriche”. E’ il giocatore più pagato al mondo, il demiurgo che dal nulla creava calcio. Altri tre scudetti. In particolare nel 2008 ci mette una firma speciale con la doppietta epica nel nubifragio di Parma che vale il sedicesimo tricolore all’Inter. Poi arriva il così detto “mal di pancia alla Ibra” che, da capocannoniere, intervistato nel postpartita con l’Atalanta dice al povero intervistatore, Massimiliano Nebuloni: <<La pancia mi fa male quando vedo la tua faccia>>. Vuole andar via.

Per anni si è detto che Ibra non fosse decisivo in UEFA Champions League e in Nazionale. Zlatan vuole la coppa dalle grandi orecchie, dunque vola al FC Barcelona in cambio di Eto’o e circa 50 mln di euro. Ibra, in Spagna, segna 22 goal stagionali tra le varie competizioni, la sua miglior prima stagione in una nuova squadra fin lì. Campioni di Spagna. Ma qualcosa si rompe. Pep Guardiola, allenatore blaugrana, dopo il girone di andata non gli parla più. Il Barça viene eliminato in Semifinale di Champions proprio dai nerazzurri, che poi – ironia della sorte – vinceranno. Ibra dev’essere una scelta programmatica per la squadra che lo prende. Non può convivere né con Messi né con Guardiola. Scappa all’AC Milan, al penultimo giorno del mercato 2010. Fino ad allora il rapporto con l’allenatore, per Ibra, era stato fondamentale. Capello, Mancini e Mourinho l’avevano plasmato, Ibra li adorava. Da lì in poi non si curerà più di chi siede in panchina, tranne nella breve parentesi con Carlo Ancelotti. Ha dei rapporti senza alti né bassi con Massimiliano Allegri e Laurent Blanc. Non ne ha bisogno: li trascina di peso a vincere. Fanno 12 scudetti e 9 palloni d’oro svedesi (Guldbollen) in carriera e il tassametro corre. Tornerà su Guardiola dicendo: <<E’ un senza p***e. Chi mi compra compra una Ferrari. Lui mi trattava come una Fiat>>.

Nell’ultimo lustro è un giocatore che non si è mai visto: 195 cm per 95 kg di pura onnipotenza calcistica. A Milano, il primo a far conoscenza con il suo dover essere alpha e omega delle proprie squadre è Ronaldinho. Sono incompatibili. Il Milan deve giocare in verticale per Ibra e non in orizzontale per il brasiliano. Dinho torna in Brasile. Zlatan segna solo 14 goal ma ne fa segnare altrettanti ad Alexandre Pato e Robinho al canto del cigno delle loro carriere. Poi sceglie Antonio Nocerino e lo trasforma nel Gian Maria Volontè de La classe operaia va in paradiso. L’operaio Nocerino segna ben 11 goal stagionali: è di nuovo scudetto. Nel 2012 va al Paris Saint-Germain FC, diventando momentaneamente il giocatore più pagato nella storia del calcio con 170 milioni di euro circa in sei trasferimenti ed è oggi il miglior realizzatore della storia dei parigini. Finito? No. Come il buon vino, invecchiando migliora. Chiedere all’Inghilterra contro la quale nel 2013 segna il goal che gli vale il Puskas Award, il premio per il miglior goal dell’anno con la maglia della propria Nazionale (di cui è capocannoniere di ogni epoca). E’ un goal che ogni essere umano troverebbe inimmaginabile prima ancora che irrealizzabile. Rovesciata al volo da 30 metri.

Un modo per mettere in poesia Zlatan andrebbe trovato, malgrado il suo essere sfrontato (a tratti volgare) e malgrado gli manchino ancora la Champions League nonché il Pallone d’Oro. Ma è una storia in divenire, Ibra può ancora prendersi l’Europa. Quale tema letterario migliore della definitiva consacrazione di una divinità? Magari la risposta la darà lui, che ha già detto ad un giornalista:<<Solo Dio lo sa, e ce l’hai davanti>>.

 

 

 

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime. Primo Pianista per "NbaReligion.com".

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