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“Twin Peaks”: il ritorno e l’urlo che squarcia la realtà

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E così accadde che Twin Peaks terminò allo stesso modo in cui era iniziata, lasciando dietro di sé strascichi indelebili nella storia della televisione. La terza stagione della serie ideata da David Lynch e Mark Frost si dimostra infine fedele al proprio sottotitolo originale, quel The Return che evidenzia la chiusura di un’attesa di ventisei anni, ma anche qualcosa di più: forse quell’eterno ritorno che Friedrich Nietzsche metteva in bocca a un demone ne La Gaia Scienza (1882).

"Laura is the one"
«Laura is the one»

Chi scrive aveva già messo le mani avanti quattro mesi fa: la serie evento avrebbe tradito una dopo l’altra le aspettative dei fan in cerca di facili risposte. Pronti, via: siamo subito proiettati in una stanza Eraserhead-iana (la fantomatica Loggia Bianca) con colui che fino ad ora conoscevamo come il Gigante a dispensare i soliti, criptici, indizi. «Listen to the sounds»: la primissima frase della terza stagione di Twin Peaks contiene in sé già diverse chiavi di lettura. Il suono come veicolo di significato, come epifania, come annuncio. Che sia semplicemente il rumore accelerato di una slot machine o la melodia perpetua udibile all’interno del Great Northern Hotel, l’aspetto fonico non è mai annullabile nella visione lynchiana della narrazione. Così, la vecchia e iconica colonna sonora di Angelo Badalamenti va a subire un’alterazione mai vista (meglio, sentita) prima, colorando soltanto pochi significativi sprazzi. C’è il Main Theme durante i titoli di testa, c’è il Laura Palmer’s Theme e persino Audrey’s Dance, ma ogni singolo rimando sonoro alle prime due stagioni si inchina alle nuove esigenze contenutistiche. Che con il senno di poi erano le medesime di un ventennio fa, se l’ABC non avesse tagliato le gambe a Lynch.

Ripartiamo da capo, allora: questo è il vero Twin Peaks, forse l’unico mai esistito nella mente e nel cuore dei suoi creatori. Un racconto di dolore e sacrificio che ha come centro nevralgico un’adolescente americana, ma che al contempo vuole raccontare qualcosa di notevolmente più grande rispetto a un semplice omicidio. C’è tanta di quella simbologia – trattenuta a stento – nel TP del 1990, che in fondo scoperchiare il vaso di Pandora non era che un processo matematico. È bastato (si fa per dire) un network coraggioso, Showtime, e un lungo sviluppo: David Lynch ha partorito la sua creatura definitiva, forse il miglior testamento spirituale per uno dei filmmaker più importanti della nostra epoca. In questo senso, l’ultimo doppio – e clamorosamente simmetrico – episodio di The Return contiene da soli tutti i temi dell’intera produzione lynchiana: ci sono strade perdute in cui viaggiare a rotta di collo verso un’altra dimensione (soggettiva più che oggettiva), c’è una diversa realtà creata da un sognatore («but who is the dreamer?»), c’è un diner rivelatore come in Mulholland Drive e una struttura a matrioska che ricorda l’ultimo immenso lungometraggio Inland Empire. È di nuovo una gigantesca lotta del bene contro il male, quella che Lynch e Frost vogliono narrarci, epurata però da tutte le banalità del cinema passato e contemporaneo.

"Electricity"
«Electricity»

Tradire le aspettative, dicevamo. The Return afferra il protagonista più atteso e lo elimina dall’equazione: in sedici episodi su diciotto il buon Dale – o almeno quello che ce lo ricorda, in giacca, cravatta e distintivo – non appare. Al suo posto un tulpa, qualcosa di artefatto (manifactured), quel Douglas Jones che lo spettatore finirà per amare comunque, nonostante la sua estraneità. Ringraziamo per questo un Kyle MacLachlan totale. Un trattamento analogo lo subiscono gli altri personaggi provenienti dalle prime due stagioni, dal Bobby Briggs di Dana Ashbrook al Benjamin Horne di Richard Beymer, fino al Dr. Jacoby (novello dottor Amp) di Russ Tamblyn. Ciò non significa veder ridotto il loro peso specifico, se è vero che tutto il nuovo Twin Peaks si muove come un ingranaggio oliato alla perfezione. Un discorso a parte meritano Margaret Lanterman, la Signora Ceppo, il Dr. Hayward e Harry Truman, esempi della capacità indiscutibile da parte di Lynch di gestire l’assenza (la compianta Catherine E. Coulson riceve forse il miglior tributo possibile). Le pedine si muovono all’interno di uno scenario in divenire, nel quale il rumore dell’Apocalisse sembra costantemente a un passo e l’eroe salvifico – questa volta – stenta ad arrivare. Nessuno, all’interno di un cast a dir poco monumentale, sembra effettivamente inutile, se è vero che la serie dirotta a piacimento lo spettatore attraverso diverse storyline, salvo poi tendere i fili soltanto alla fine. Chi è davvero Becky, la figlia di Shelley sposata con il disastrato Steven Burnett, uomo che la condurrà ad un destino ben più tragico di quello riservato da Leo Johnson alla madre? Cosa ha fatto Jerry Horne in tutti questi anni, per ritrovarsi sperduto e allucinato nel bosco vicino casa? E il nipote Richard ha davvero uno scopo che non sia (auto)distruttivo? A Lynch tutto ciò non sembra interessare più di tanto, ma la stessa cornice su cui è incastonato il dipinto principale – quello che racconta della missione del Bad Cooper uscito dalla Loggia venticinque anni prima – è tesa verso il fine superiore di una messinscena mai scontata.

"...What?"
«…What?»

C’è poi lui, il filmmaker in persona, che si ritaglia un ruolo di primo piano con il Gordon Cole apparso brevemente anche nella serie originale e nel film-prequel Fuoco Cammina con Me. È nell’importanza del vicedirettore dell’FBI che Twin Peaks stupisce ancora, in quell’arma metanarrativa per cui il Lynch personaggio sa esattamente ciò che il Lynch regista conosce e vuole, facendosene così messaggero e strumento principe (profetica la sequenza in cui – in part 7 – fischietta Engel dei Rammstein davanti alla fotografia di un’esplosione atomica, preannunciando quanto sarebbe accaduto nell’ormai leggendario episodio 8). Arriviamo così al culmine di un discorso che semplicemente non può essere affrontato in poche righe: la metanarrazione come elemento fondamentale di The Return, che si rivela in tutta la propria potenza nelle tre ore finali. La Audrey Horne che si risveglia in una stanza asettica dopo aver ballato la sua canzone in una Roadhouse mai così onirica, è probabilmente la stessa Sherilyn Fenn della nostra realtà, attrice intrappolata in un sogno destinato a concludersi (in cui sogna William Billy Zane, attore che interpretava l’uomo con cui ha avuto il primo rapporto sessuale). E il mondo in cui Dale Cooper/Richard preleva Laura Palmer/Carrie nell’incredibile finale di stagione non sarebbe che il nostro stesso mondo, nel quale casa Palmer è abitata da tal Mary Reber (vera proprietaria dell’abitazione al 708 della 33esima strada di Everett, Washington).

«What year is this?», domanda confuso l’agente dell’FBI, entrato in un universo in cui neppure lui può a questo punto essere il buon Dale. Questione impossibile da risolvere, al pari dell’«How’s Annie?» con cui si chiudeva la seconda stagione. Quanto al noto tormentone «Chi ha ucciso Laura Palmer?», Lynch prende a schiaffi tutti: Laura Palmer è viva, mai uccisa. E dall’interno della magione risuona disperata la voce di Sarah Palmer, Mother, la genitrice cannibale che in realtà non esiste se non in Twin Peaks, la serie che gli attuali inquilini stanno guardando a volume altissimo. Siamo dalle parti de La Torre Nera di Stephen King, che però nell’ultimo capitolo della sua delirante saga letteraria lasciava aperto un gigantesco spiraglio. Qui Laura/Carrie urla, uno strillo disperato che manda in cortocircuito la stessa esistenza. Judy, l’entità malvagia trampolino dell’intera serie (e rivelata soltanto in part 17), è stata sconfitta? Magari sì, ma dagli oscuri titoli di coda del 18esimo episodio fuoriesce un disagio impossibile da ignorare per lo spettatore.

Di nuovo Twin Peaks. Per la seconda volta – ancora l’eterno ritorno – la serie di Lynch e Frost è il prodotto più importante che la TV ricordi.

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Classe 1991, toscano. Si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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