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TTIP sì, TTIP no: una questione di interessi

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ttip001Il TTIP è un acronimo controverso e dai molti lati oscuri, che da qualche anno si è insinuato “silenziosamente” nella realtà europea. Il Transatlantic Trade and Investment Partnership (per l’appunto TTIP, Trattato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti) è un accordo commerciale, di cui è difficile scorgere le dinamiche, le clausole e i reali effetti futuri sulle nostre vite e vede coinvolti l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America. Questo trattato prende forma sulla scia del TAFTA (Area Transatlantica di Libero Scambio) e sembra essere destinato a cambiare radicalmente la “forma” e la “sostanza” del commercio tra Nord America ed Europa, rendendolo più fluido e privo di barriere. La segretezza nelle trattative – che si susseguono dal 2013 ad oggi e che si pensa debbano concludersi entro la fine 2015 – viene “giustificata”, secondo alcuni, dal fatto che il trattato abbia come scopo principale quello di creare un mercato comune tra le due sponde dell’oceano, dando vita, così, ad un blocco geopolitico verso le nuove potenze emergenti, quali Cina, India e Brasile.

Vi è però un altro lato della medaglia, che preannuncia un cambiamento radicale dal punto di vista della politica, dello Stato e, di conseguenza, anche dei cittadini stessi. Il trattato mirerebbe ad introdurre degli organismi tecnici autonomi ed indipendenti dall’autorità statale, per tutelare gli investimenti o gli accordi commerciali tra le imprese e per fare in modo che i governi non abbiano la facoltà di violare tali accordi. Detto in poche parole, “grazie”, per esempio, al cosiddetto ISDS (Investor-State Dispute Settlement: meccanismo di protezione degli investimenti), le imprese statunitensi o europee potrebbero citare i governi in tribunale, nel caso in cui questi ultimi introducano delle normative sfavorevoli agli interessi delle imprese stesse. Per esempio, se il governo del nostro Paese decidesse di introdurre un regolamento finalizzato a tutelare l’ambiente o la salute dei cittadini, ma che andasse contro l’operato di un’impresa, quest’ultima avrebbe la facoltà di citare in giudizio lo Stato italiano, che, se giudicato colpevole da un tribunale “straordinario”, composto da avvocati commerciali specializzati, avrebbe l’obbligo di indennizzo all’impresa o ancor peggio, dovrebbe ritirare il provvedimento normativo. La giustizia diventerebbe, per certi versi, “privatizzata” e alla mercé di imprese, dalle finalità non sempre chiare ed oneste o con standard di prodotto di gran lunga differenti, se non inferiori, ai nostri.

La creazione di un ulteriore organismo fa presagire, inoltre, uno scenario tutt’altro che rassicurante. Il Regulatory Cooperation Council avrebbe la funzione di uniformare e valutare l’impatto nel mercato di marchi, etichette, regolamenti, standard di sicurezza e così via e sarebbe costituito da esperti nominati dal Ministero USA e dalla Commissione Europea. Sebbene sia difficile quantificare gli eventuali danni che l’entrata in vigore del trattato potrebbe provocare, non si esagera nel dire che vi potrebbe essere una vera a propria invasione di prodotti provenienti dagli Stati Uniti con prezzi molto bassi e con standard di prodotto e di sicurezza inferiori ai nostri. Inoltre i settori maggiormente interessati da questo “commercio senza frontiere” oltre al cibo, riguarderebbe i farmaci, il settore energetico, come anche la chimica, la sanità, l’istruzione e tutte le normative riguardanti pensioni, previdenza e lavoro, portando ad una privatizzazione, se non ad un’acquisizione di questi settori da parte di gruppi finanziari o imprese, il che avrebbe notevoli ripercussioni sulla qualità della vita.

zzzqqqUna delle principali minacce che si celano, a mio avviso non troppo velatamente, dietro il TTIP è quella al settore alimentare ed agricolo, specialmente per ciò che concerne la food security, o per dirla all’italiana, sicurezza alimentare. Secondo l’ONG tedesca Brot für die Welt, il TTIP minerebbe alla base il concetto di sostenibilità e sicurezza alimentare, danneggiando i piccoli produttori ed agricoltori e compromettendo gli accordi con i Paesi terzi.

Cambiando argomento, ma restando in tema, la recente lettera inviata (il 28 Maggio scorso) dalla Commissione Europea all’Italia in merito ai prodotti caseari aiuta a rendere l’idea circa la portata che questo accordo avrebbe sulla garanzia di qualità dei prodotti e l’influenza che i regolamenti e l’operato delle grandi multinazionali avrebbero sul settore alimentare e non solo. Spinta dal motto della “libera circolazione delle merci”, la Commissione Europea ha chiesto all’Italia di consentire la produzione dei cosiddetti “formaggi senza latte”, definiti tali dalla Coldiretti, in quanto ottenuti con latte in polvere. Secondo la Commissione, l’Italia dovrebbe aprire il proprio mercato a questi formaggi senza latte, provenienti dall’estero, la cui importazione è stata finora vietata nel nostro Paese, da una legge nazionale del 1974. In caso di rifiuto da parte dell’Italia, si ricorrerebbe alla procedura di infrazione con annessi e connessi. Ben presto potremo quindi assaporare mozzarelle, caciotte o yogurt, che non solo non proverranno da produzioni nostrane, solitamente soggette a precise regolamentazioni e tracciabilità, ma non conterranno la benché minima traccia di latte.

Spostando l’attenzione oltre oceano, è opportuno ricordare che gli Stati Uniti non hanno ratificato alcune convenzioni internazionali ONU e ILO in ambito di tutela dei diritti umani, ambiente e diritti del lavoro. Nonostante sembri difficile ostacolare la costruzione di questo “baluardo della iperliberalizzazione”, soprattutto a causa delle trattative riservate che lo caratterizzano, una risposta valida potrebbe essere il rafforzamento dei mercati interni e locali.

Come sottolineato dalle istituzioni internazionali quali ONU, FAO e UNCTAD, è necessario attuare programmi territoriali, regionali e locali efficaci e tesi a contrastare una capillare e sempre più radicale invasione dell’american way of life.

 

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About Roberta Ghiglietti

COLLABORATRICE | Viaggiatrice, sognatrice, amante della natura ed appassionata di tematiche "ambientali e non". E' nata nel 1990, nel cuore della nebbiosa pianura padana, in Provincia di Lodi. Laureata in Lingue Straniere e Politiche Europee ed Internazionali presso l'Università Cattolica di Milano, grazie al programma di doppia laurea con la Martin Luther Universität di Halle-Wittenberg ha maturato un'esperienza annuale di studio in Germania, che le ha permesso di svolgere un intenso ed appassionante stage di sei mesi nel Parco Nazionale della Foresta Bavarese, a stretto contatto con la natura.

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