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Tra bellezza ed inquietudine: l’umanità nei romanzi di Fëdor Dostoevskij

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Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881) è stato uno scrittore e filosofo russo

L’adolescenza è l’età della spensieratezza ma anche delle prime “crisi”, dei primi grandi interrogativi che una persona si pone su se stessa, sulle proprie origini e sul proprio futuro. E’ l’età dell’entusiasmo per i progetti e le prospettive nuove di vita ma soprattutto di quelle crisi mistiche a cui nessuno, quando si trova in quella fase della crescita, sfugge: <<Cosa ci faccio qui?>>, <<Esiste un Dio?>>, <<E’ proprio vero tutto quello di cui sono stato certo finora?>>. Sono domande, queste, che agli occhi degli adulti sembrano spesso lasciare il tempo che trovano, ma su un adolescente possono avere degli effetti controversi e persino il potere di logorarlo nei periodi di particolare vulnerabilità, quando finiscono per entrare a far parte del suo quotidiano, risucchiandogli tempo ed energie. Allora, si cerca qualcuno con cui condividere gli stati d’animo che, a partire da tali grandi dubbi, si ingenerano.

In questa fase, come in tutti i miei momenti difficili, ho cercato conforto nella lettura. E alcune domande a cui non ho ancora trovato – e forse mai troverò – risposta le ho condivise con colui che sarebbe poi diventato uno dei miei autori preferiti: Fëdor Dostoevskij. Apice della letteratura russa e scrittore di diversi romanzi filosofici che, appunto, oltre ad avere trame avvincenti inducono il lettore a riflettere su quelle grandi questioni che l’uomo è portato per sua natura a porsi e soprattutto su quel grande ed unico perno attorno al quale girano la vita, la mente e il cuore dell’uomo, che è poi forse la matrice di tutte le altre questioni e degli enigmi che lo tormentano: la ricerca della felicità. E’ questo, infatti, il tema comune a tutti i suoi romanzi.

Il primo capolavoro in cui mi sono imbattuta è L’Idiota, romanzo sconvolgente il cui protagonista è Myškin, uomo dotato di un’intelligenza fuori dal comune e di una sensibilità smisurata che però, proprio per il suo essere al di sopra della media e per il suo risultare quindi così diverso dagli altri nel modo di ragionare e nel modo di affrontare la vita, finisce per sembrare – e in qualche modo anche per diventare – un “idiota”, appunto. Il contatto con la società lo rende il contrario di quello a cui la sua natura lo aveva destinato, travolgendolo in una serie di vicende in cui mai aveva pensato di poter essere trascinato, tra cui un matrimonio non voluto e non andato a buon fine non per causa sua. Non è, questa, una situazione poi così lontana dalla nostra quotidiana realtà: molto spesso anche la società di oggi, non riuscendo a comprendere delle personalità particolari o delle idee sui generis, assume un atteggiamento ghettizante traducendo la propria incapacità di comprendere in rifiuto.

Successivamente ho letto Delitto e castigo: un’opera molto complessa, quasi “esistenzialista” che mi ha fatto molto riflettere e che mi è stata utile soprattutto perché mi ha portata ad individuare dei parallelismi inerenti ai miei studi in Diritto Penale: è un romanzo da cui si evince che il fulcro intorno al quale la vita e le percezioni di ogni uomo ruotano è la coscienza. Qui l’autore descrive la paura come risultante delle tensioni tra libertà e volontà, tra individualismo esasperato e contatto con gli altri uomini con tutti i conflitti e i rimorsi ad essi legati che da questo contatto possono derivare, l’equilibrio tra la propria libertà e quella del prossimo, la sensazione (un po’ alla maniera nietzschiana) che la propria libertà sia illimitata, il titanismo che poi non può non portare al pentimento e al rimpianto nel momento in cui ci si rende conto che noi uomini siamo effimeri come tutti gli altri animali.

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San Pietroburgo

Dostoevskij porta alla luce, insomma, problematiche filosofiche ed esistenziali narrando una storia che inizia con un omicidio e termina con un suicidio. Il tema della coscienza è suppergiù anche quello trattato in Memorie di una casa morta, opera fortemente autobiografica in quanto l’autore narra qui quello che è stato senza dubbio il momento più sofferto della sua esistenza, ossia il periodo che va dalla pronuncia della sentenza che lo dichiara condannato a morte fino al momento in cui questa viene convertita in condanna ai lavori forzati, descrivendo i suoi stati d’animo in modo così penetrante da portare il lettore a provare sgomento, in un certo senso a soffrire insieme a lui. C’è anche, quindi, un richiamo al concetto di “giustizia”: è evidente che secondo l’autore questa virtù non appartenga a questo mondo e che, se gestita dagli uomini, si traduca inevitabilmente in prepotenza per alcuni, in sofferenza per altri.

Il mio romanzo preferito, però, è Le notti bianche, che si apre con una citazione di Ivan Sergeevič Turgenev sufficiente a rendere l’idea del sentimentalismo che permea tutta l’opera. Narra una storia d’amore che costituisce l’oggetto di un sogno condiviso che si articola in quattro notti. Protagonisti sono due persone che pensano che la loro vita sarà senza dubbio felice perché vissuta insieme. Qui si fondono sogno e realtà, desideri e piaceri, ma questo sogno finirà poi per non avverarsi al mattino del quinto giorno quando Nastjenka finirà per incontrare l’uomo che aspettava fin da prima che il sogno della storia d’amore con il co-protagonista (il quale è anche narratore della storia) iniziasse. Questo è un romanzo diverso dagli altri e, in un certo senso, più leggero, eppure molto malinconico, poiché anche qui c’è un richiamo alla natura effimera delle cose che ci appartengono che si concretizza nel fatto che quel loro sogno, che sembrava indistruttibile, si è rivelato anch’esso destinato a finire disattendendo le aspettative del sognatore.

Dostoevskij è un autore di non semplice comprensione, molto complesso sia sul piano dei contenuti che su quello della forma, ma credo sia uno di quelli che vanno necessariamente letti anche e soprattutto perché, grazie al suo essere fortemente descrittivo, offre un ritratto nitido della grigia-silenziosa ma meravigliosa San Pietroburgo del suo tempo, di una Russia rivoluzionaria ma allo stesso tempo ancora troppo legata alle tradizioni, di quelle che sono le ragioni storiche alla base del nichilismo di un popolo che ha smesso di credere a tutto e forse anche a se stesso, ed allo stesso tempo di come oltre alle ragioni ci sia anche un movente irrazionale (ricordiamo i celebri “dèmoni” a cui fa riferimento in quasi tutte le sue opere) alla base delle varie vicende che i suoi personaggi si trovano a vivere.

E’, insomma, un autore fondamentale per crescere intellettualmente, per trovare degli spunti di riflessione sulla precarietà della vita umana e sui drammi che la costellano. E nel mio caso, è stato anche un buon amico con cui condividere i crucci post-adolescenziali. Ad essi né io né lui abbiamo mai trovato risposta, tuttavia generazioni di persone, grazie anche ai suoi romanzi, ai loro protagonisti particolari, fragili e inquieti, hanno iniziato a guardare alla storia umana con occhi nuovi e giungendo alla conclusione che l’umanità è destinata ad una sorte tanto tragica quanto beffarda poiché condizione imprescindibile per essere felici è riuscire a trovare una risposta a tutte le domande che ci si pone, ma che questa condizione non è soddisfacibile.

Quello umano è un genere troppo complesso perché possa esser data una risposta univoca per ogni domanda che si pone, oltre che una spiegazione univoca per ogni mistero che la riguarda. Tuttavia, Dostoevskij non lascia mai il lettore disilluso né lo induce al pessimismo, spronandolo anzi ad amare la vita anche nel dolore, ad ammirarla proprio per la sua complessità, per la molteplicità dei punti di vista che nel suo corso si possono assumere, per la sua imprevedibilità, per la ricchezza di possibilità che essa è in grado di offrirci.

 

speranza

 

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About Martina Cimino

COLLABORATRICE | Classe 1993 e originaria di Teggiano (SA), vive a Pisa dove studia Giurisprudenza. Appassionata di letteratura, politica, storia e cinema, sogna un mondo in cui le giornate non durino soltanto ventiquattro ore.

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