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They wanted peace, they received death as an answer

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Recenti, Sguardo sul Mondo

THEY WANTED PEACE, THEY RECEIVED DEATH AS AN ANSWER

 

A corpse covered by a Kurdish flag after Suruc attack.
Un cadavere coperto da una bandiera curda dopo l’attentato a Suruc

Stamattina mi sono svegliata pensando ad un Paese più o meno vicino alla mia Puglia. Mi sono svegliata e mi sono messa a riflettere circa a come una manifestazione pacifica può evolversi in una giornata di sangue. Normalmente, tu giovane o adulto vai ad una manifestazione con la consapevolezza di essere là per un motivo, per dire no ai continui conflitti tra curdi e forze governative per esempio. Tu vai con i tuoi slogan e le tue bandiere senza avere paura di saltare in aria perché non pensi che qualcuno possa portare un messaggio di morte in una manifestazione in cui si chiede la pace. Tu sei ad Ankara con i tuoi amici, con persone che condividono i tuoi valori di pace, canti, balli e poi ti ritrovi a correre, perché un kamikaze si è fatto saltare in aria e il caos è ovunque: padri e madri che cercano disperatamente di sapere se i loro figli sono tra le vittime o sono sopravvissuti, corpi mutilati, manifestanti che si abbracciano tra di loro per sentirsi ancora vivi, con lo sguardo rivolto a quegli amici che si sono trovati nel punto sbagliato della manifestazione e ormai sono morti, bandiere e fogli tinti di un rosso macabro, quello della morte e di chi non vuole che si sia liberi di manifestare, di chiedere pace in un momento in cui i potenti inviano i loro aerei contro il terrorismo islamico oppure sbagliano mira e puntano ospedali e innocenti. Questo è successo Sabato 10 Ottobre, più di circa 120 persone sono morte e circa 240 sono rimaste ferite in una Ankara che ora chiede spiegazioni. Ankara è stanca di piangere i suoi figli, la Turchia è stanca di vedere le sue giovani speranze fatte saltare in aria da attacchi kamikaze.

Dopo l’attentato di Suruc a Luglio, dove hanno perso la vita 32 giovani curdi e dopo attacchi in luoghi simbolo della presenza curda in Turchia, come i campi profughi costruiti con l’avvento dell’ISIS, la Turchia sembra essere vittima di un gioco simile a quello che ha portato la Siria alla guerra civile e poi alla scomparsa dello Stato come istituzione. Erdogan ha subito sentenziato che questo ennesimo attacco terroristico è frutto di quel PKK contro cui ogni giorno lui e i suoi fedelissimi cercano di gettare fango o bombe, com’è avvenuto subito dopo l’attentato. D’altronde, è periodo di elezioni in Turchia: quale modo migliore di affossare il Partito dei Lavoratori  o il Partito Democratico del Popolo (meglio conosciuto come HDP, le cui bandiere prima dell’esplosione sventolavano fiere e poi sono diventate una coperta per i cadaveri), se non cercando di addossare loro colpe per cui non ci sono prove? Le opposizioni non possono poi replicare ad Erdogan, dato il divieto di libertà di stampa che ormai vige in uno Stato che era simbolo della laicità, ma che a piccoli invisibili passi si sta trasformando in una autocrazia islamica.

People in Ankara to remember the victims of terroristic attack.
Manifestazione ad Ankara in memoria delle vittime dell’attentato terroristico

Quando chiesi alla mia amica Ezgi se, secondo lei, il Governo turco stesse facendo tutto il possibile per trovare chi avesse ordinato l’attacco di Suruc, lei mi ha risposto che le forze al potere non sono interessato a farlo, dato che l’ordine è partito da quello “Stato nello Stato” composto da agenti segreti che fanno il lavoro sporco per Erdogan. Nessuno di noi può affermare con certezza che ci sia dietro Erdogan dietro questi crimini contro la società civile, ma egli ha dato prova di non essere un leader democratico, di essere incapace di rispettare chi condivide un’opinione diversa e un’immagine diversa della Turchia. I giovani barbaramente uccisi ad Ankara e a Soruc sognavano una Turchia libera, pacifica,  dove Twitter o altri social network non si interrompano ogni volta che ci sono le elezioni perché Erdogan non vuole che l’opposizione faccia propaganda, dove i curdi non debbano aver paura di rappresaglie da parte della polizia e dove gay e lesbiche possano manifestare senza paura di essere pestati.

Non credo ci sarà una marcia  in Occidente per commemorare le vittime o uno slogan del tipo <<We are the children of Ankara>>, perché ai leader mondiali non interessa quello che accade dentro la Turchia, a loro importa solo che faccia il suo dovere contro l’ISIS. Nessuno si mosse ai tempi delle violenze di Gezi Park, Obama preferisce tenersi buono Erdogan perché è un alleato troppo importante contro la guerra in Siria. La triste verità è che fino a quando le armi e la sete di potere varranno più della pace e della libertà, i figli di Gezi e di Suruc e di Ankara resteranno senza giustizia.

La verità ancora più triste è che quei ragazzi sono così simili a noi, ma nessuno di noi muoverà un dito per loro perché non sono noi, sono un qualcuno lontano per cui essere dispiaciuti un giorno o due e poi ritornare alla nostra vita di sempre.

 

Mehmet_Selim_Kiraz_inf

 

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THEY WANTED PEACE, THEY RECEIVED DEATH AS AN ANSWER

 

A corpse covered by a Kurdish flag after Suruc attack.
A corpse covered by a Kurdish flag after Suruc attack

This morning I woke up thinking about a country more or less closed to my Puglia. I woke up and I started questioning myself about how a peaceful demonstration can turn into a bloody day. Normally, you (a young or adult) join a demonstration being aware that you are there for a reason, for example to say stop at the conflicts between Kurdish people and government forces. You go there, shouting your slogans and waving your flags, without being afraid of blowing up, because you do not think somebody could take a deathly message to a demonstration where people are asking for peace. You are in Ankara with your friends, with fellows who share your same values of peace, you sing, you dance and suddenly you see yourself running, because a suicide bomber attacks and the chaos is everywhere: fathers and mothers attempting desperately to check if their own kids are dead or survived, mutilated bodies, protesters who hug each other to feel they are still alive. On the other hand staring at those friends, who were in the wrong place of the rally, that are already dead, papers and flags painted of a grisly red, the color of  death and of those who do not want people who are free of demonstrating or of asking peace in a moment when powerful leader are sending their war planes against the Islamic terrorism or they wrong aims and they blow up hospitals and innocents. This is what happened on the 10th of October, about more than 120 people died and about 240 wounded in Ankara, a city which is looking now for answers. Ankara is tired of crying for her children, Turkey is tired of seeing her young hopes blown up by another suicide bomber’s attack.

After Suruc attack in July, where at least 32 Kurdish students died, after other attacks against symbolic places of Kurdish presence in Turkey, such as refugees camps built meanwhile ISIS was going forward, it seems Turkey is victim of a game similar to the one that brought Syria into civil war at first and then at the disappearance of State as institution. Erdogan immediately stated that this is another terroristic attack and something planned by that PKK against which he and loyal fellows try to discredit or throw bombs, as it happened straightway after Ankara blast. It is also period of election in Turkey: which can be the best way of getting PKK and Peoples’ Democratic Party (better known as HDP, whose flags were waving proudly before the blast and after they became something to cover corpses), if not that one which attempts to make them guilty without any concrete evidence? Opposition cannot reply to Erdogan anyway, because of the non existent freedom of expression present in a country which used to be a symbol of secularism, but now step by step it is turning into an Islamic autocracy.

People in Ankara to remember the victims of terroristic attack.
People in Ankara to remember the victims of terroristic attack

When I asked to my friend Ezgi if, according to her opinion, Turkish government was doing his best to find the possible principals of Suruc attack, she answered me that government forces were not interested in finding them, because the order of attacking came from a “State into a State” which is composed of secret agents who make the dirty job for Erdogan. None of us can assure there Erdogan is responsible for these attacks against the civil society, but he proved that he is not such a democratic leader, not able to respect who shares a different opinion from his own and a different image of Turkey. The young people killed barbarically in Ankara and Soruc were dreaming of a free and peaceful Turkey, where Twitter and other social networks are open for elections’ time because Erdogan does not want the opposition to formulate propaganda, where Kurdish are not afraid of being suddenly taken away by police, where gay and lesbians can manage a rally without being scared of violence.

I do not believe there will be a march or slogan like <<We are the children of Ankara>>, because the world leaders do not care about what happened or is happening inside Turkey, they only care that Turkey does her duty against ISIS. Nobody said something against government violence in Gezi Park, Obama prefers keeping Erdogan quiet, because he is an ally too much important for his war in Syria. The sad truth is that until weapons and lust for power will have more weight compared to peace and freedom, the children of Gezi and Ankara and Suruc will not receive justice for real.

The  truth even sadder is that those girls and boys are so similar to us, but none of us will make a step towards them because they are not us. They are somebody far from us. We can feel sorry for a day or two and after we will come back to our usual daily life.

 

Mehmet_Selim_Kiraz_inf

 

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About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Attualmente vive in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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