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“The Hateful Eight”: il Tarantino più odioso

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'The Hateful Eight' è l'ottavo film da regista di Quentin Tarantino, senza considerare l'episodio da lui firmato per 'Four Rooms' e 'A Prova di Morte', uno dei due lungometraggi che compongono 'Grindhouse'.
“The Hateful Eight” è l’ottavo film da regista di Quentin Tarantino, senza considerare l’episodio da lui firmato per “Four Rooms” e “A Prova di Morte”, uno dei due lungometraggi che compongono “Grindhouse”

A distanza di quasi 25 anni dall’esordio, Quentin Tarantino sembra aver finalmente raggiunto un livello di consapevolezza tale da rifuggire ogni elemento superfluo. The Hateful Eight è esattamente il tipo di pellicola che il regista di Knoxville intendeva produrre, quella che rappresenta maggiormente il suo modo di fare Cinema. Narrazione e azione sono ridotte all’osso: la prima legata a doppio filo allo strumento del dialogo, la seconda forzatamente contenuta fino all’esplosione dell’ultima mezz’ora. Un’esplosione che è debitrice de Il Mucchio Selvaggio proprio come lo era quella de Le Iene, ma con una concezione della violenza ormai del tutto emancipata da quella dei maestri. L’estetizzazione tarantiniana del sangue è approdata ad una completezza quasi scientifica: lo spettatore neanche se ne accorge. Così persino il raccapriccio diventa elemento imprescindibile della mise-en-scène, opera d’arte svuotata del realismo di Peckinpah. Ma andiamo con ordine.

Fra le gelide montagne del Wyoming post-guerra di Secessione, un gruppo di sinistri viaggiatori (gli “odiosi otto” del titolo, più uno stimabile cocchiere) trova rifugio in una merceria. Questi pochi elementi rappresentano tutto ciò di cui ha bisogno Tarantino per ampliare il proprio soggetto. Una storia nata per sedimentazione, con l’aggiunta graduale di eventi e situazioni alla base iniziale. Perché, lo spettatore se ne accorgerà ben presto, lo sviluppo del racconto avrebbe potuto delinearsi in decine di modi diversi da quello definitivo. Cambiando l’ordine degli addendi (la prima vittima, il carnefice, il bugiardo) il risultato non cambierebbe di una virgola. Fin dai primi minuti, a meno che non siate incappati in qualche spoiler, l’imprevedibilità è ai massimi livelli. Questo senso di labirintite, d’altronde, cela solo in apparenza una concreta mancanza di idee. Al buon Quentin non è finita certo l’inventiva (la lettera di Lincoln è l’ennesimo splendido MacGuffin) quanto la volontà di accontentare il pubblico.

Samuel L. Jackson è alla quinta collaborazione con Quentin Tarantino
Samuel L. Jackson è alla quinta collaborazione con Quentin Tarantino

Ecco perché The Hateful Eight non è un western (non più di quanto lo fosse Le Iene, o Jackie Brown), bensì una commedia rivisitata. C’è davvero molto di teatrale, in queste tre ore di divagazioni: una volta superato l’incipit, l’unica scenografia presente rimane la merceria di Minnie. E’ su questo solitario palcoscenico che agiscono di volta in volta i diversi protagonisti. Nonostante siano tutti concentrati fra le quattro mura di legno, in pochi metri quadrati, raramente la telecamera riserva loro un’attenzione collettiva. Il fascio di luce si sofferma molto più spesso su coppie determinate (lo sceriffo Mannix e il generale Smithers, John Ruth e la sua prigioniera Daisy Domergue) abbandonando gli altri soggetti sullo sfondo. La formula è rotta in soli due casi (una visione-flashback e un’altra analessi che riempie un intero atto), ma l’effetto complessivo è di una classicità con cui Tarantino aveva sempre e solo flirtato. Dopotutto anche Pulp Fiction, Kill Bill e Bastardi Senza Gloria presentavano una divisione in capitoli, ma mai inserita in un contesto dove la skené non subiva mutazioni. In The Hateful Eight, invece, vi è la totale infrazione della barriera che separa attori a spettatori: lo dimostra l’avvento dello stesso Quentin Tarantino, nei panni di un invisibile narratore.

La seconda grande influenza (la terza, se includiamo i serial western degli anni ’60), quello che impedisce alla pellicola di scivolare nel pirandelliano, è il romanzo giallo del primo dopoguerra. <<Ecco perché il capitolo si chiama Domergue ha un segreto>> scandisce la voce fuori campo, in una parodia dei luoghi comuni di Agatha Christie. Certo, il mistero legato al whodunit si esaurisce ben presto, ma l’omaggio è quanto di più palese il regista potesse offrire (una mano inguantata che versa del veleno nel caffè? Questo sì che è “Conan Doyle”!).

Il resto è pura manifattura tarantiniana. C’è il solito stallo alla messicana (nel vero senso della parola), il piano sequenza che ruota attorno ai personaggi in circolo, la mutilazione come culmine gore di uno scontro. E poi i dialoghi, che contribuiscono anch’essi ad aggiungere pedine fondamentali al mosaico del Tarantino-pensiero (vedi anche il nostro speciale su Pulp Fiction). Perché è nel ruotare attorno al vuoto, nel rendere interessante l’inutile, che il suo Cinema vive e si forma. Non è importante che due criminali recuperino una valigetta, quanto la dissertazione sui massaggi ai piedi che ha luogo fuori da quell’appartamento. Il riflettore non è mai puntato sul gesto, ma sulla parola, sul discorso fine a se stesso. In The Hateful Eight l’apologia dell’inessenziale conquista una volta per tutte la vetta più alta. Tarantino scrive come un fiume in piena, inesauribile e irrefrenabile: tutto ciò che infrange questa acida verbosità (uno sparo, un pugno) suona quasi come un insulto. Portare avanti la trama non è che un misero optional, un surplus, a fronte delle continue fiammate che escono dalla bocca dei personaggi.

Jennifer Jason Leigh, classe 1962, ha ottenuto la prima nomination all'Oscar (migliore attrice non protagonista) della sua carriera
Jennifer Jason Leigh, classe 1962, ha ottenuto la prima nomination all’Oscar (Migliore Attrice Non Protagonista) della sua carriera

A tal proposito, ancora una volta, è Samuel L. Jackson a beneficiare maggiormente della collaborazione con Q.T. Quei due insieme continuano a rendere molto di più della semplice somma delle parti. Il Maggiore Warren è l’ennesima creatura malsana e irresistibile, dotata di una presenza scenica fuori dalla norma, in grado di regalare sprazzi di meraviglioso cinismo. Merita poi una menzione speciale Jennifer Jason Leigh (nomination all’Oscar per la migliore attrice non protagonista), l’unica grande presenza femminile all’interno della pellicola. La ricercata Daisy Domergue è viscida, raccapricciante, ma allo stesso tempo dotata di un’intelligenza e di una profondità quanto mai eleganti: la sua versione alla chitarra di Jim Jones at Botany Bay è da applausi. Il resto del cast, composto da alcuni fedelissimi come Tim Roth e Michael Madsen, è quasi un lusso. Con ogni probabilità Kurt Russell sarebbe in grado di diventare “Il Boia” John Ruth anche senza uno straccio di copione in mano, mentre Walton Goggins può finalmente trovare spazio in un ruolo di primo piano (e nessuno sa interpretare il bifolco come lui).

Azzardiamo una previsione: The Hateful Eight sarà l’opera più snobbata della carriera di Tarantino (già il box office statunitense ha espresso una sentenza ben chiara). Il suo peccato più grave? Essere figlia in tutto e per tutto del proprio creatore. Esagerata, polemica, detestabile. Incredibilmente ben costruita. La quintessenza di uno dei registi meno concilianti della sua generazione. La Quentinsenza.

 

Tarantino The Hateful Eight

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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