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I suoni segreti del Giappone

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Little Italy, Recenti
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Ashikaga Flower Park

Capita così in Giappone. Come per caso, quando meno te lo aspetti, si apre una porta. La cultura giapponese mi sembra un giardino incantato, circondato da un’alta e magica siepe. È difficile entrarci. Bisogna imparare ad osservare, a stare in silenzio, a notare i particolari. O come dicono qui: <<a leggere l’atmosfera>>.

Capita che durante una conversazione, lì dove a noi occidentali verrebbe di rispondere incalzando l’interlocutore, o trovare un altro argomento di conversazione… ecco lì, in quel punto… si lascia cadere un silenzio. E se si aspetta, pazienti, può capitare che il nostro interlocutore decida di aprire una porta sul quel magico giardino e svelarcene un angolo. <<Gli oggetti hanno voci>> rompe il silenzio Tomo, la ragazza con cui divido l’appartamento a Tokyo. <<Cosa?>> chiedo sbigottita, percependo con emozione quello che sta accadendo: si sta per aprire uno spiraglio. Tomo sta preparando la nostra cena per stasera a base di tofu fritto, zucca e zuppa di miso con i suoi gesti delicati e quella capacità di dedicarsi completamente a un’azione che continuo ad ammirare tanto qui, nel Sol Levante.

<<Sì, in Giappone abbiamo un infinità di espressioni per indicare il suono della cose, delle azioni, delle emozioni>>. <<Il suono?>>, ripeto per accertarmi di aver capito bene. <<Non sapevo che gli oggetti avessero un suono… figuriamoci le emozioni>>. <<Sì, senti la zuppa che bolle in questo momento? Gutsu gutsu è il rumore del bollore. Noi diciamo gutsu gutsu itteru>>. In italiano la traduzione è più o meno: la zuppa sta dicendo gutsu gutsu o, se vogliamo usare una forma gerundiva, la zuppa sta gutsugutsu-ando. Sono immediatamente rapita da questo mondo fatto di suoni. Nella nostra lingua le onomatopee sono utilizzate per lo più nei fumetti o nel linguaggio dei bambini: l’auto fa brum brum (bu bu ブーブー in giapponese) il treno ciuf ciuf (gatan goton ガタンゴトン), il gatto miao miao (nya nya ニャーニャー) e il cane bau bau (wan wan ワンワン). In Giappone, invece, le onomatopee sono parte del linguaggio comune: utilizzate da tutti, adulti e bambini.

<<Voglio saperne di più, raccontami>> incalzo Tomo, quasi pregandola. Non devo far chiudere la porta che ha aperto. E così la mia amica mi prende per mano e mi fa oltrepassare la siepe che spesso mi separa da quel mondo nipponico di cui mi sono perdutamente innamorata. Mi svela che gli occhi delle bambine giapponesi fanno kira kira (目がキラキラしてる me ga kira kira shiteru), a indicare che brillano come stelle, che sono pieni di quella gaia eccitazione tipica dell’infanzia. Scopro che la pioggia fa za za se è forte forte (雨がザーザー降る ame ga za za furu), ma quando è lieve fa shito shito (雨がシトシト降る ame ga shito shito furu)*.

Eccolo il mondo giapponese, fatto di sfumature. Ogni sfumatura richiede tempo per essere assaporata. Bisogna snocciolarne il significato, trovare diversi esempi che descrivano tutte le sfaccettature di una parola, di un’idea, di un’abitudine. <<Cosa intendi per pioggia lieve?>>. Tomo si ferma, pensa, sceglie attentamente le parole per rispondermi e in questo modo la sua spiegazione arriva diretta al mio cuore, come qualcosa di prezioso: <<Lieve… è la pioggia silenziosa che cade quando tutto è avvolto dalla nebbia. Una pioggia che ricopre tutto il mondo>>. Assaporo il mio mentre vengo trascinata in questo fiume di suoni.

<<Ecco vedi, se tu stessi bevendo velocemente quel bicchiere di tè, come si beve di corsa un bicchiere d’acqua quando si ha tanta sete, io userei le parole goku goku (ゴクゴク飲む goku goku nomu). La gola fa goku goku quando si deglutisce “ad alta velocità”>>Invece quando mangi i noodles bollenti, e li succhi dalla scodella facendo rumore – un gesto che da noi viene considerato segno di maleducazione, mentre in Giappone è non solo molto comune, ma fa intendere che si sta gustando con piacere il proprio pasto – allora stai mangiando i ramen “in modalità” zuru zuru (ラーメンをズルズル食べる ramen wo zuru zuru taberu). Zuru zuru è usato anche per indicare quando qualcuno trascina qualcosa: sia letteralmente, come un corpo morto sulla sabbia – a volte gli esempi che la mia amica usa mi lasciano interdetta! – sia metaforicamente, quando si parla di trascinarsi dietro dei ricordi>>.

<<Sì, come quando ti porti dietro i ricordi di un ex che non riesci a dimenticare>> (元彼の思い出をズルズル引きずる, motokare no omoide wo zuru zuru hikizuru), Tomo si lascia andare in una risata. Poi continua a rivelarmi altre voci, questa volta riferite ad alcune azioni. <<Ci sono vari modi di camminare, e per ognuno di questi abbiamo un’onomatopea. Toko toko (トコトコ歩く toko toko aruku) si usa per una camminata a velocità media, mentre sta sta aroku ( スタスタ歩く) vuol dire che la persona va veloce, e infine c’è tobo tobo (トボトボ歩く tobo tobo aruku ), un procedere relativamente lento>>, mi spiega.

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Lo schizzo di Tomo

La mia espressione deve sembrarle un punto interrogativo, perché di nuovo si ferma e va a pescare dentro di sé qualche esempio per farmi capire meglio quello a cui si riferisce, e che per lei è ovviamente scontato. <<Tobo tobo…. è un camminare lento, come quando hai perso una partita a pallone o a baseball, oppure quando hai fallito un esame e te ne torni a casa sconsolato. Nei manga gli ideogrammi di tobo tobo appaiono vicino alla figura di un ragazzo che cammina mogio mogio su una strada dove si vede il sole tramontare alle sue spalle>>. Tomo mi fa un disegno. Mentre lo osservo (sicura, a questo punto, di aver compreso il camminare tobo tobo), una farfalla entra nella stanza. Tomo la segue con gli occhi. <<A volte ci sono dei suoni quasi impercettibili. Ma anche il battito di ali di una farfalla fa rumore, e il suo nome è hira hira (蝶々がヒラヒラ飛ぶ  choucho ga hira hira tobu, una farfalla che vola in modalità hira hira). La stessa espressione la usiamo per indicare una gonna che fluttua nel vento, o lo scalpitio di una bandiera che sventola nell’aria. Se invece il battito di ali appartiene a un uccellino, l’espressione giusta è pata pata (パタパタ). Che indica anche il rumore di un ventaglio usato per raffreddare qualcosa>>, aggiunge Tomo, mimando il gesto con la mano.

Sono completamente persa in questa moltitudine di descrizioni. Mi guardo attorno e mi sembra che tutto il mondo stia parlando sottovoce. Cala nuovamente il silenzio. <<Il silenzio! Non dirmi che c’è un suono anche per il silenzio>>. Tomo si volta e annuisce sorridendo. <<Shiin (シーン) è il suono del silenzio. Come quando si cammina in riva al mare>>. Mi immagino il rilassante silenzio che ho provato molte volte sul lungo mare. Ma Tomo interrompe le mie fantasie per correggersi. <<No, in realtà il silenzio del mare non è il silenzio a cui mi riferivo>>. Mi domando perché: <<Cosa rende il silenzio del mare non…silenzioso?>><<Le onde – arriva la risposta – le onde e il loro zaa (ザー)>>. Ed ecco che scopro il mormorio delle onde giapponesi: Zaa<<Shiin è piuttosto il silenzio da cui si è avvolti in riva a un lago o nel cuore di una foresta (シーンとした湖畔 shiin toshita kohan). O quello della mattina presto, quando nessuna macchina è in giro e il mondo si sta piano piano risvegliando>>.

È tempo di uscire. Chiudo la porta di casa e con essa la porta che Tomo ha aperto per me, per farmi scivolare dolcemente nel suo mondo: ogni volta che succede, sono al settimo cielo. L’emozione è così forte che scendo le scale di corsa. Esco dal portone, pronta per perdermi nelle strade di Tokyo. Mi fermo un attimo e mi accorgo che il mio cuore batte velocemente.

<<Ci sarà un suono per il battito del cuore?>>. Sì. Un cuore emozionato in Giappone fa doki doki (ドキドキ).

 

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Tokyo

 

* NOTA: Le onomatopee giapponesi posso essere utilizzate come avverbi o verbi. Ad esempio me ga kira kira shiteru significa gli occhi stanno kirakira-ando, ossia gli occhi stanno brillando. Mentre nell’espressione seguente riferita alla pioggia, ame ga zaza furu, abbiamo l’onomatopea come avverbio. La traduzione potrebbe essere, quindi: sta piovendo zaza-mente o sta piovendo in modalità zaza.

 

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About Irene Ventura

COLLABORATRICE | Classe 1983, romana. Poco dopo la laurea conseguita presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, inizia una vita nomadica che la sta portando a muoversi costantemente tra l’Italia, l’Europa e l’Asia. Vivrà per qualche mese in Giappone. E’ affascinata da tutto ciò che è diverso da lei ed è ossessionata sul perché delle cose.

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