Crocifissione

Succede che mi sveglio: “Var” di Saša Stojanović

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“Scïenza, vattene

co’ tuoi conforti!

Ridammi i mondi

del sogno e l’anima!

Sia pace ai morti

e ai moribondi”.

(Arrigo Boito – Lezione di anatomia, vv. 67-72)

 

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Saša Stojanović

Qual è il motivo per cui si decide di leggere un libro? Di plausibili spiegazioni ce ne sono molteplici: la copertina, la casa editrice, il titolo, e chi più ne ha più ne metta. Anche l’argomento trattato dal libro stesso può essere importante, in alcuni casi anche la biografia dell’autore. Insomma, di certo non si può asserire che esista un logaritmo tale per cui, alla fine, il risultato possa accomunare il genere umano, o almeno quella parte che si diletta nel divorare pagine scritte. Spesso alla base c’è solo e semplicemente il Fattore Virginia Wolf, mi piace chiamarlo così, o meglio tutto ciò che rientra in quella bolla, in quella stanza tutta per sé, che ogni essere umano possiede e che dà spazio e diritto di replica al libero arbitrio ed alla facoltà di scelta. Ci possono essere anche degli eventi contestuali, qualcosa che piombi addosso dall’esterno, dal mondo circostante, e che ti costringa ad indirizzare la tua attenzione verso un preciso punto all’orizzonte. Nel mio caso, tutto ciò è capitato assai di rado, di norma mi lascio guidare da altre forme di subdole ed inconsce motivazioni, il mio mondo letterario ha spesso avuto la priorità su tutto il resto, compreso il mondo, quello vero. Ho usato volutamente l’avverbio “spesso” perché ogni tanto questo non accade. Succede che mi sveglio. Ed è ciò che è capitato circa un paio di mesi fa, quando ho iniziato a leggere Var.

<<Ho avuto il piacere di conoscere Saša Stojanović pochi mesi fa. “Var”, il suo ultimo romanzo, è arrivato a casa mia la mattina del mio compleanno. Avevo aperto la busta e dato un’occhiata veloce. Quel giorno dubitavo fortemente che potesse diventare il mio prossimo lavoro, coinvolgendomi al punto in cui lo sono in questo momento>>: queste sono le parole con cui Anita Vuco, la traduttrice del romanzo, inizia un suo articolo sul libro (1). In realtà, non si tratta esclusivamente di un articolo, definirlo tale è a parer mio riduttivo, dato che ci spiega perché queste cinquecento pagine scritte fitte fitte siano importanti, davvero importanti, sfumando in un trasporto diverso da quello di un semplice atto di redazione giornalistica: c’è del rispetto, c’è dell’ammirazione, roba rara quando si tratta di parlare di un romanzo; c’è roba umana. Ed è quello che vorrei fare anche io, umilmente, in questo piccolo spazio che mi è concesso, anche solo in minima parte, anche solo nella forma e nella sostanza di un brandello, di un piccolo brandello.

Cominciamo.

Diamo due o tre coordinate, o almeno ci proviamo: sei evangelisti hanno il compito di risvegliarsi dal loro torpore eterno e tornare nel mondo per investigare sulle cause della guerra in Kosovo, e la loro ricerca ruota attorno alla figura di Carli, un veterinario arruolato come infermiere e sopravvissuto alla guerra. Sono sei, come i giorni della Creazione: Matteo, Marco, Maria di Màgdala, Luca, Giuda e Giovanni. Raccoglieranno le testimonianze di una trentina di personaggi, tutti accomunati dal fatto di avere avuto un qualche tipo di rapporto con l’indagato. La ricerca che dovranno effettuare non sarà facile, spesso avranno a che fare con figure di dubbia moralità più o meno coinvolte, ma tuttavia unite dallo stesso terribile, osceno, infernale filo conduttore, la guerra. Le trenta voci narranti (come i trenta denari per cui Giuda ha venduto Gesù) forniranno un quadro sempre più definito, ma nel contempo anche più difficile da accettare: la guerra ha generato mostri, membri onorari del peggior inferno immaginabile, e Carli stesso, nonostante vi sia sopravvissuto, ne ha pagato le pesanti conseguenze; alla resa dei conti tutto ciò che resta da fare, una volta raccolte le informazioni, è chiuderle in un sarcofago ben saldato e non parlarne più, dimenticarle.

<<Più velocemente vi dimenticate di tutto quanto e prima la vita per voi potrà ricominciare […], uno spazio freddo in cui ci sarà per sempre l’oscurità a regnare è un luogo pressappoco perfetto per seppellire le nostre esperienze […], poi saremo tutti quanti insieme -attraverso le sabbie della speranza e il terriccio pieno di dubbi- a seppellire questo peso immenso che ci grava sulle spalle>> (2).

Var_Stojanovic_CoverCredo risulti abbastanza chiaro il fatto che Var sia qualcosa di difficilmente incasellabile, frutto di nove anni di duro lavoro come dirà lo stesso autore. Non voglio soffermarmi troppo né sulla trama né sulla biografia di Saša Stojanović, classe 1965, che insieme a Zoran Ćirić e Zvonko Karanović appartiene alla scuola del Sud della prosa serba contemporanea (Var è il suo terzo romanzo ed il primo tradotto in Italia da Anita Vuco per la casa editrice Ensemble), e mi piacerebbe invece indugiare su altri aspetti che a parer mio lo rendono uno dei migliori libri scritti negli ultimi anni. Sarebbe banale e scontato adagiarmi sulla ferrea lucidità con cui Stojanović descrive la guerra, è spietato nei particolari che talvolta diventano tanto ingombranti da assumere la forma e la consistenza di un pugno dritto allo stomaco. Non c’è pietà per i lettori, come è giusto che sia. Veniamo scaraventati in un inferno dantesco senza sbocco, non c’è la ferma e risoluta presenza di un Virgilio a guidarci, la classicità con la sua solida, imperitura ed imperturbabile presenza non ci aiuta, no, siamo accompagnati in questo viaggio da sei spauriti personaggi che, fin dal primo impatto, sembrano tutto tranne che di origine divina: sporchi, spaventati, indecisi, indifesi, insomma, umani. E andiamo sempre più giù, nei vari gironi, parliamo con la zingara, con la prostituta, con il galeotto, con lo psichiatra, col tossicodipendente, con l’amante, con i militari corrotti, insomma ci immergiamo in questo brodo di dubbia umanità sperando di uscirvi incolumi.

L’aspetto singolare è che ogni voce narrante ha il suo stile, usa il suo linguaggio per descrivere il proprio mondo: il gergo di strada, il dialetto della Serbia Sud-Orientale, l’argot, il linguaggio dei rom serbi, il dialetto arcaico dei serbi kosovari, ed è notevole la capacità dell’autore di passare in rassegna una stessa, identica vicenda riflessa da una variopinta quanto brutale galleria di specchi, sbranata dai molteplici narratori in una sorta di nuova Antologia di Spoon River rivista e corretta, dove però non c’è nessun cimitero o lapide misericordiosa su cui piangere.

Il titolo parrebbe di una semplicità disarmante: Var, “war”, “guerra”, associazione logica ed efficace dato che uno degli argomenti principali è la guerra in Kosovo. In realtà, nulla di più sbagliato, perché Var sta invece ad indicare la saldatura, il punto di giuntura in un metallo che deve essere accuratamente rifinito per sostenere tutto il peso di una costruzione; metaforicamente rappresenta quindi quel processo che ogni essere umano dovrà compiere per poter dimenticare le atrocità della guerra ed andare avanti, quello che poi faranno anche gli evangelisti quando decideranno di ammucchiare tutte le informazioni raccolte e seppellirle; è quel punto di non ritorno che permetterà all’uomo di dimenticare, per tornare finalmente uomo (punto di vista estremo questo, dichiarato senza mezzi termini quindi fin dalla prima parola del romanzo, quasi a suggellarne l’estrema ed inevitabile priorità su tutto il resto).

Anche la struttura del libro presenta una notevole complessità: i trenta capitoli che lo compongono, racchiusi e suddivisi in sei parti, ognuna col nome di un evangelista, portano i titoli di opere di autori europei e mondiali, con riferimenti anche a grandi scrittori della letteratura serba come Ivo Andrić, Danilo Kiš, Branko Miljković: si spazia da Amarcord di Federico Fellini, primo capitolo, a Quo Vadis di Henryk Sienkiewicz, a Thomas Mann con La montagna incantata a Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos con Le relazioni pericolose, ed ogni pagina, ogni singola immagine del romanzo è una fitta rete di allusioni (così anche a prima vista un semplice propagarsi di una canzone attraverso <<tavnim drvoredima, kroz šume i višnjike>>, <<viali oscuri, tra le foreste e i giardini di ciliegi>>, desidera essere un omaggio agli scrittori russi quali Ivan Alekseevič Bunin, Aleksandr Nikolaevič Ostrovskij e Anton Čechov, riferimento che facilmente può disperdersi se non gli viene prestata l’attenzione dovuta (3).

998_pg1A questo proposito vorrei soffermarmi su due richiami letterari più o meno velati scelti fra tanti, non perché siano i più importanti – Var è una summa di citazioni letterarie, impossibile costruire un ordine di priorità o una gerarchia -, ma perché rimandano a due romanzi per me fondamentali: Il Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago e Il Maestro e Margherita di Michail Afanas’evič Bulgakov.

Per quanto riguarda il primo, è sopratutto la figura di Maria Di Màgdala, la Maria Maddalena, a ricordarmelo; in entrambi siamo di fronte ad una visione della donna, peccatrice per definizione, decisamente rivoluzionaria. Maria di Màgdala è colei che ha amato profondamente Cristo, l’unica, colei che si è legata indissolubilmente con la parte umana, terrena, del figlio di Dio, la più importante. Lascio Saramago, chi vorrà potrà sfogliarlo e rendersi conto da solo delle somiglianze con la Maria di Stojanović, donna dolente, bellissima e trattata con profondo rispetto, evidenziato dalla scelta stilistica relativa al capitolo in cui prenderà vita e fiato (come ho già detto in Var ogni voce narrante ha il suo stile, usa un gergo o un dialetto specifico a fare da abito a ciò che il personaggio rappresenta); Maria ha ottenuto <<la verità ma non la giustizia>> (4) dirà Stojanović, e per questo va rispettata profondamente e credo che sia la medesima versione dei fatti supportata da Saramago nel suo capolavoro del 1991.

Arriviamo a Bulgakov. Le suggestioni che derivano dal romanzo russo sono numerose, non solo perché Stojanović lo cita come titolo di un capitolo, ma perché per molti aspetti lo richiama: pensiamo all’espediente narrativo degli evangelisti che tornano sulla terra, a questa commistione sacro-profano, pensiamo a questo continuo passaggio fra presente e passato e fra presente e passato sacro, pensiamo all’uso dell’ironia come uno dei principali espedienti letterari usato per descrivere e narrare (in Var è una vera e propria arma da combattimento, usata spesso dal protagonista), oppure alla figura di Carli stesso, per molti aspetti simile al Maestro, anche lui portatore di una verità scomoda di cui dovrà assumersi completamente tutte le responsabilità.

Ed è così che per vie traverse, lungo un percorso non asfaltato e decisamente poco lineare, arriviamo a parlare di lui, l’indagato: insomma, chi è Carli, quest’uomo che viene ricercato con tanta insolente costanza?

VWxb1ZGIR6nic5lgJS5A_kosovo_warCarli è uno nessuno e centomila come direbbe Luigi Pirandello. Carli indossa varie maschere, tutte verosimili, ma non del tutto vere perché non esclusive. Carli è un veterinario inviato in guerra come infermiere, un ciccione irascibile con le scarpe da ginnastica gialle sempre ai piedi. Carli ha lasciato a casa genitori e moglie incinta, in attesa di una bambina. Carli è colui che, contrastando apertamente e senza mezzi termini il sistema e le dure, inattaccabili leggi umane e disumane della guerra, trasgredirà ogni regola militare. Carli verrà rimandato a casa per infermità mentale. Carli sopravviverà.

E ancora: Carli alter ego di Stojanović, anch’esso mandato al fronte come infermiere? Carli che si rifiuta di saccheggiare e depredare le case albanesi in nome di più alti valori? Carli come Gesù Cristo, come lui costretto a portare sulle spalle la croce di tutti i delitti compiuti dagli uomini, a pagare sulla propria pelle gli errori del genere umano in un continuo quanto burrascoso dialogo col Padreterno (5)? Carli come testimone scomodo di una verità che non vuole essere ascoltata?

Carli è tutto questo e anche di più, e nonostante le evidenti somiglianze con la vita e le esperienze assaggiate direttamente sulla propria pelle da Stojanović, il protagonista di Var assurge ad una dimensione ben superiore rispetto alla singola esistenza dell’autore stesso: è come se rappresentasse simbolicamente la condizione dell’essere umano di fronte all’incomprensibile ed all’insensato, di fronte a ciò che non si può spiegare né con il raziocinio dell’uomo e neppure con quello divino, emblema di un’umanità dispersa nel vuoto che ricerca un significato ma che alla fine, purtroppo, non lo trova se non nell’oblio.

Carli esprime a chiare e cocenti lettere il fatto che non ci sia riposo né spiegazione nella guerra, ragioni e torti sono elementi del tutto inadeguati ed inaccettabili – Stojanović criticherà apertamente senza distinzioni le gerarchie militari serbe, le truppe albanesi e la NATO -, non ci sono scelte né prese di posizione se non quella di presentare la guerra per quello che è: un crimine universalmente assoluto.

<<Adesso cronista, forse, comprenderai perché mi pervade quella sensazione che ciò che per anni ho insegnato ai miei alunni non abbia più alcun senso. Da tutte le parti vengono lodate le vittorie, in nome delle quali gli esseri umani sono pronti a compiere qualunque stupidaggine. Io invece sono testimone soltanto di paura, di inadeguatezza e sangue; di pus che irrompe e di lacrime che scorrono là dove mai saranno viste da nessuno, tra disperazione, rabbia e fango. In principio, ah, non posso crederci, in principio era il logos>> (6).

La sola cosa che si può fare è provare a sopravvivere. E dimenticare.

Ma questo, non me ne voglia Stojanović, non sempre è possibile, anzi, dirò di più, talvolta un libro può aiutare a ricordare nel modo giusto; ci sono libri che <<vanno salutati con commozione>> dirà Eugenio Montale, lasciando un segno indelebile in chi li legge, aprendo spiragli di vita e di luce propria necessari, dovuti ed indispensabili: <<chiudendo questo libro si ha l’impressione che tutto quello che poteva essere detto sulla guerra, sull’irrazionalismo, sul potere lenitivo dell’ Arte, sulla capacità degli esseri umani di sopravvivere alle proprie esperienze e comprenderle sia stato qui detto in maniera definitiva. Dopo Var, le parole comunemente usate per descrivere la guerra in Kosovo o le sue cause non avranno più lo stesso significato. E’ l’opera radicale di un autore radicale, tradotta magistralmente con un lavoro durato quasi tre anni da Anita Vuco e portata in Italia da un editore che lo stesso Stojanovic ha definito molto coraggioso. E se lo dice lui…>> (7).

Io con Var mi sono svegliata, in tutti i sensi. Non ho altro da aggiungere, o forse ho già parlato troppo. O troppo poco, anche qui questione di punti di vista. 

Però un’ultima considerazione se mi è concesso: grazie a Dio in questo caso, parafrasando Bulgakov, i manoscritti bruciano, eccome se bruciano.

 

 

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NOTE:

1- Vuco Anita, Perché ha senso tradurre “Var”, Osservatorio Balcani e Caucaso, http://www.balcanicaucaso.org/aree/Serbia/Libri-perche-ha-senso-tradurre-Var-136660 ;

2- Pag. 510 ;

3- Faccio sempre riferimento ad Anita Vuco ed al suo illuminante articolo ;

4- Pag. 288 ;

5- Stojanović farà dire a Giuda: <<Tutti noi portiamo una croce: la mia me la sono costruita da solo>>. Paradossalmente, questa è la stessa sorte di Carli, paradossalmente anche lui è obbligato dalle circostanze a raccogliere le colpe degli uomini, a guardarle negli occhi ed in un certo senso ad espiarle. Come Gesù ;

6- Pag. 427 ;

7- Puzella Lisa, Recensione a “Var” di Saša Stojanović, tratta da Mangialibrihttp://www.mangialibri.com/libri/var .

 

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About Marina Capone

COLLABORATRICE | Napoletana di nascita, toscana d'adozione. Si diploma al Liceo Classico "Galileo Galilei" di Pisa per poi emigrare a Firenze dove conseguirà la Laurea in Psicologia: psicologa come formazione, letterata per scelta. Le piace definirsi un'umanista incompresa, data la sua proverbiale folle passione per la pagina scritta. E' ideatrice del sito "Humboldt Street Blog".

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