Il Risveglio della Forza copertina

“Star Wars: Il Risveglio della Forza”, la recensione

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“STAR WARS: IL RISVEGLIO DELLA FORZA”, LA RECENSIONE

La seguente recensione contiene spoiler (seppur minimi) sulla trama. Vi invitiamo perciò a proseguire nella lettura solo se avete visto il film.

Daisy Ridley e John Boyega interpretano Rey e Finn
Daisy Ridley e John Boyega interpretano Rey e Finn

C’è un momento, ne Il Risveglio della Forza di J.J. Abrams, in cui il déjà-vu assale lo spettatore con violenza tale da spingerlo ad alzarsi dalla sedia e andare a recuperare il DVD di Una Nuova Speranza. Tutto, nelle due ore e un quarto di Episodio VII, profuma di quell’aroma inconfondibile di avventura e rottami che permeava il vecchio Guerre Stellari. Un remake più che un sequel, come molti hanno giustamente sottolineato. In questo senso il nuovo capitolo di Star Wars è quanto di più canonico ci si potesse attendere dal team creativo (Abrams stesso, aiutato alla sceneggiatura dal grande Lawrence Kasdan – già all’opera ne L’Impero Colpisce Ancora e Il Ritorno dello Jedi – e dall’autore del soggetto Michael Arndt). L’ortodossia, la conformità alla trilogia ’77-’83, è palese non solo con riguardo agli stilemi ma anche e soprattutto nello sviluppo narrativo: un droide nasconde informazioni vitali ai fini della vittoria di un plotone di ribelli contro una malvagia dittatura, vi ricorda qualcosa? La pellicola poi non manca mai di giocare con la memoria dei fan di vecchia data. La base Starkiller è una versione ipertrofica della classica Morte Nera (con tanto di paragone “virtuale”), Jakku è il pianeta gemello di Tatooine e l’interno del castello di Maz Kanata è uno spudorato omaggio alla cantina di Mos Eisley.

In generale, è chiaro fin da subito l’intento di bypassare tutto ciò che è avvenuto fra i titoli di coda de Il Ritorno dello Jedi e i giorni nostri. Rivalutare un’idea di fantascienza old fashioned, contro la scintillante vacuità di Episodio I, II e III. Perseguire un determinato modello di scrittura, contro la deprecabile moda del <<non importa cosa si dice, ma come lo si dice>>. Tornare, infine, a masticare un’emotività cinematografica ben poco lucasiana (ma molto spielberghiana). Questi gli obiettivi dell’Abrams scrittore, che cita i Sith in una sola occasione (per bocca di un personaggio antico e apparentemente onnisciente) e relega la fantapolitica nello stanzino dei ricordi obsoleti. Certo, è lo sviluppo cronologico a consentirglielo (Il Risveglio della Forza è ambientato trent’anni dopo la caduta dell’Impero), ma la scelta denota comunque una certa dose di intelligenza autoriale. Così la Repubblica vive di nuovo come un’entità certa ma di fatto non approfondita, lontana dalle enormi sale del Senato Galattico presenti nella trilogia ’99-’05.

Star Wars torna ad essere una volta per tutte un moderno Ciclo Arturiano, una storia di paladini e principesse. C’è un temibile cavaliere nero, ci sono eserciti pronti a darsi battaglia, c’è un misticismo a tratti stregonesco. Il capitolo targato Walt Disney Studios schiera in massa i medesimi elementi, limitandosi (si fa per dire) a ribaltare la prospettiva. Ed è certamente questa l’operazione più interessante, ciò che rende il film molto più che un semplice clone.

Oscar Isaac è il pilota della Resistenza Poe Dameron
Oscar Isaac è il pilota della Resistenza, Poe Dameron

Che si tratti di un risultato assolutamente genuino ne danno dimostrazione i personaggi. Uno su tutti, il Kylo Ren di Adam Driver. Consci del potenziale dannoso di un eventuale sostituto di Darth Vader, Abrams e soci hanno deciso di percorrere la strada inversa. Sia chiaro: il conflitto fra luce e Lato Oscuro è da sempre il fulcro tematico della saga (la stessa caratterizzazione dei Jedi come monaci, impermeabili alle tentazioni, è carica di rimandi religiosi). Porre tuttavia la questione variando il punto di partenza regala alla pellicola nuovi motivi degni di sviluppo. Ren si afferma in questo modo come un villain perfettamente opposto ad Anakin. Uno è rozzo e irascibile, l’altro elegante e spietato. L’ex discepolo di Obi Wan uccideva con sobria cattiveria l’ammiraglio Ozzel ne L’Impero Colpisce Ancora. Il membro del Primo Ordine, al contrario, non perde occasione di sfogare la propria rabbia come un adolescente insoddisfatto.

Fra i colpi andati a segno possiamo poi annoverare Finn, lo stormtrooper interpretato da John Boyega. Il ragazzo prodigio di Attack the Block è forse la vera spalla comica della storia, in una pellicola che per necessità relega ai margini Chewbacca e C-3PO. Ma anche la costruzione di un simile personaggio, sospeso sopra il baratro della macchietta, offre l’occasione per una notevole riflessione sulla scelta fra Bene e Male. Ed è un elemento niente affatto scontato, se pensiamo che tale decisione pesa sulle spalle di un personaggio lontano anni luce dal combattente per la libertà. Inesperto, spaesato, con l’entusiasmo di chi sogna un futuro da eroe: Finn diventa, in ultima analisi, una sorta di alter-ego dello spettatore del nuovo millennio. E poi diciamolo: fra i momenti migliori del film ci sono i suoi scambi di battute con Rey. Peccato allora che, a fronte di queste piacevoli novità, ad uscirne con le ossa rotte sia proprio quest’ultima (il volto è della londinese Daisy Ridley). La vera protagonista della nuova trilogia (o quella che ambisce a diventare tale) finisce per cristallizzarsi in uno status perenne à la Luke Skywalker. La modernità di un’avventura dominata da un’eroina al femminile sfiorisce così a causa di un’evoluzione del tutto ordinaria: una mancanza di interesse che un banale flashback non riesce a risolvere.

Ecco allora che ritorniamo a parlare della canonicità, croce e delizia dell’opera. Ciò che ha spinto George Lucas a pronunciare, a una settimana dall’uscita nelle sale, la fatidica frase: <<I fan lo adoreranno>>. Evidente il sarcasmo del regista californiano, che nella propria creatura ha investito letteralmente una vita, per poi venire crocifisso da pubblico e critica. Su una cosa però aveva ragione: in tanti non vedevano l’ora di viaggiare nuovamente nell’iperspazio a bordo del Millennium Falcon. Più che altro per lasciarsi alle spalle la trilogia prequel, con i suoi Jar Jar Binks, midi-chlorian e dialoghi imbarazzanti. Ma il gioco alla fine vale la candela? Sacrificare l’originalità di un progetto per rassicurare l’esercito degli appassionati è davvero una strategia vincente? A giudicare dai primi risultati al botteghino, si direbbe di sì. Ma da un punto di vista squisitamente artistico, ciò che impedisce a Il Risveglio della Forza di superare il capostipite del 1977 è proprio il pedissequo rispetto di alcuni fra i suoi ingredienti di maggior successo. Per il medesimo motivo l’apparizione di Han e Leia stringerà il cuore per i primi dieci secondi o poco più, senza lasciare strascichi significativi. Il discorso vale soprattutto per il personaggio di Harrison Ford, “condannato” (a differenza di una Carrie Fisher a dir poco evanescente) ad un ruolo di primo piano. Era lecito temere un risultato peggiore, ma la sensazione che il generale Solo sia costretto in un ruolo da traghettatore è difficile da eliminare. Confidiamo, a partire dal prossimo capitolo, in un approfondimento convincente su Poe Dameron (Oscar Isaac), il personaggio che più di ogni altro sembra poter sostituire emotivamente e strutturalmente il vecchio mercenario.

Harrison Ford torna ad interpretare Han Solo dopo 'Il Ritorno dello Jedi' (1983)
Harrison Ford torna ad interpretare Han Solo dopo “Il Ritorno dello Jedi” (1983)

Quello su Luke (l’originale) è invece un discorso a parte. Vero e proprio Godot della vicenda, Mark Hamill è al centro di una sequenza dall’impatto colossale. Non la sola, dentro un’opera che regala momenti di regia meravigliosa (non manca ovviamente il tradizionale lens flare, ma è utilizzato con acuta parsimonia). Basti pensare che i cinque minuti più delicati della pellicola, in cui una recitazione non brillante rischiava di rovinare uno scontro decisivo, sono “salvati” da un utilizzo poetico dell’illuminazione. Questo è il J.J. Abrams regista, che ama dispensare primi piani non consueti nella tradizione dell’epopea lucasiana e che offre agli occhi degli spettatori un paio di angoli inclinati di rara maestria (mamma mia, che spettacolo il primo inseguimento sul Falcon!). Qui il film funziona alla grande: laddove si discosta in maniera più netta dal modello e trova il coraggio di camminare sulle proprie gambe. Nella prima mezz’ora, ad esempio, che viaggia a velocità tripla rispetto al lento incipit di Una Nuova Speranza. O in un duello animalesco con le spade nel bel mezzo di un ambiente freddo e oscuro. Proprio la nuova concezione della lightsaber segna un’apprezzabile cesura con il passato: da raffinato strumento di morte, l’arma laser assume per la prima volta una connotazione primitiva (la spada di Luke è sacra, ma in un’accezione quasi sciamanica del termine).

Al netto dei pregi e dei difetti possiamo dunque dichiarare che la scommessa sia stata vinta. Il Risveglio della Forza è un ottimo blockbuster, un ottimo film di fantascienza e un ottimo esordio. Con queste premesse possiamo aspettare con serenità il 2017: a patto che Episodio VIII brilli per un pizzico di coraggio in più. Perché, Star Wars lo insegna, a volte è importante veder morire i propri padri.

Chiudiamo con un accenno alla colonna sonora, che segna il ritorno del leggendario John Williams. L’intervento del compositore cinque volte Premio Oscar è stranamente pacato, un ingresso in punta di piedi che alla fine spiazza ben più dei suoi lavori più magniloquenti. Ma quando partono quelle tre note è impossibile trattenere i brividi…

 

 

Daisy Ridley

 

 

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“STAR WARS: THE FORCE AWAKENS”, REVIEW

The following review contains information (even if minimal ones) on the plot . Therefore, we invite you to continue reading only if you have seen the movie.

Daisy Ridley e John Boyega interpretano Rey e Finn
Daisy Ridley and John Boyega starring as Rey and Finn

There is a moment, in The Force Awakens by J.J. Abrams, where a déjà-vu attacks the viewer violently enough to rise from his chair and look for the DVD of A New Hope. Everything, in the two and a quarter hours of Episode VII , smells of that unmistakable flavor of adventure and scraps that were present in the old Star Wars. The Force Awakens is more a remake than a sequel, as many have rightly pointed out. In this sense, the new chapter of Star Wars is the most canonical we could have expected by the creative team (Abrams himself, aided by the great writer Lawrence Kasdan – already at work in The Empire Strikes Back and Return of the Jedi – and by the author Michael Arndt). The similarities to the trilogy ’77-’83, are evident not only with regard to the styles but also to the narrative: a droid hiding vital information for the victory of a platoon of rebels against an evil dictatorship, does this sound familiar? The movie then never fails to play with the memory of longtime fans. Starkiller is an hypertrophic version of the classic Black Death, Jakku is the sister planet of Tatooine and the interior of the castle of Maz Kanata is a shameless homage to the Mos Eisley cantina.

Since the begininning, there is the intention to bypass what took place before, between the credits of Return of the Jedi and the present day. They want to reassess an old fashioned idea of ​​science fiction, against the shimmering vacuity of Episode I, II and III. Pursue a particular model of writing, against the deplorable fashion of <<no matter what you say, but how you say it>>. Returning, finally, to chew emotionalism movies which remind us of Steven Spielberg as a director. These are the objectives of the writer (Abrams), citing Sith only one time (through the mouth of an ancient character and seemingly omniscient) and relegates political fiction in the closet of obsolete memories. Of course, it is the chronological development that permits this construction (The Force Awakens is set thirty years after the fall of the Empire), but the choice still denotes a certain amount of authorial intelligence. So the Republic lives again as an entity but in fact with no depth, far from the huge halls of the Galactic Senate in the trilogy ’99 -’05.

Star Wars becomes a modern Arthurian cycle, a history of knights and princesses. There is a terrible black knight, there are armies ready to fight, there is mysticism and sometimes even witchcraft. This chapter by the Walt Disney Studios puts in many of the same factors, limiting to reverse the perspective. And this is certainly an interesting point, what makes the movie much more than just a clone.

Oscar Isaac è il pilota della Resistenza Poe Dameron
Oscar Isaac is the pilot of the Resistance, Poe Dameron

An absolutely genuine result shown also by the characters. One above all, the Kylo Ren by Adam Driver. Aware of the potential problem of any replacement for Darth Vader, Abrams and Co. have decided to reverse the path. Let me be clear: the conflict between light and dark side has always been the core theme of the saga (the same characterization of the Jedi as monks, impervious to temptations, it is charged with religious references). However, the question put by varying the starting point of the movie provides new reasons worthy of development. Ren perfectly states as a villain opposite to Anakin. One is rude and cantankerous, the other elegant and ruthless. The former pupil of Obi Wan who killed with sober malice Admiral Ozzel in The Empire Strikes Back. The member of the First Order, in contrast, never misses a chance to vent their anger as a dissatisfied teenager.

We can count Finn as another great result, the stormtrooper starring John Boyega. The boy of Attack the Block is perhaps the true comic relief in a film that needs to relegate to the margins Chewbacca and C-3PO. But also the construction of a similar character, hanging over the abyss of speck, offers the opportunity for a significant reflection on the choice between good and evil. And it is not an element to take for granted, if we think that this decision weighs on the shoulders of a character far away from a freedom fighter. Inexperienced, confused, with the enthusiasm of those who dream of a future as a hero, Finn becomes, ultimately, a kind of alter ego of the viewer of the new millennium. And let’s face it: among the best moments of the movie are his chats with Rey. In the face of these pleasant news, to get out with broken bones is precisely the latter (the face is the London Daisy Ridley). The real star of the new trilogy (or one that aims to become such) eventually crystallize into a status similar to Luke from Skywalker. The modernity of adventure dominated by the female heroine fades because of a entirely ordinary evolution: a lack of interest that a simple flashback cannot resolve.

And so we speak of the canonical, blessing of The Force Awakens. What prompted George Lucas to say, a week after theatrical release, the famous words: <<The fans will love it>>. Obvious sarcasm by him, who has invested in his own creature literally a life, only to be crucified by critics and audiences. On one thing, however, he was right in so many were eager to travel again hyperspace aboard the Millennium Falcon. More than anything to leave behind the prequel trilogy, with its Jar Jar Binks, midi-chlorians and embarrassing dialogues. But the game at the end is worth the candle? Sacrificing the originality of a project to reassure the army of fans, is this a winning strategy? Judging by the first results at the box office, you would say yes. But from a purely artistic point of view, what prevents The Force Awakens to overcome the founder of 1977 is just the slavish respect of some of the ingredients of the most successful Star Wars. For the same reason, the appearance of Han and Leia will tighten your heart for the first ten seconds or so, leaving no significant aftermath. This is true especially for the character of Harrison Ford, “condemned” (unlike an evanescent Carrie Fisher) to a leading role. It was reasonable to fear a worse outcome, but the feeling that General Solo is forced into a role as ferryman is difficult to erase. We trust, starting next chapter, in a convincing study of Poe Dameron (Oscar Isaac), the character who more than anyone else seems to be able to replace the old mercenary emotionally and structurally.

Harrison Ford torna ad interpretare Han Solo dopo 'Il Ritorno dello Jedi' (1983)
Harrison Ford is back starring as Han Solo after “Return of the Jedi”

The discourse on Luke (the original) is rather a different matter. Real Godot of the story, the Jedi that everyone is waiting for is the center of a colossal impact. Not only that, in a work that offers moments of wonderful shots (of course we do not miss the traditional lens flare, but it is used with great care). Sufficient to say that the five sensitive minutes of the movie, in which a brilliant acting is not in danger of ruining a decisive battle, are “saved” by a poetic use of lighting. This is the J.J. Abrams’ Star Wars, who likes to dispense ups not usual in the tradition of the epic saga and offering to viewers a pair of inclined angles of rare skill (mamma mia, what a show the first tracking the Falcon!). Here the film works great: if not differ more sharply from the model and finds the courage to walk on its own legs. In the first half hour, for example, traveling three times faster than the slow opening words of A New Hope. Or in a duel with swords in the middle the darkness. Just the new conception of the lightsaber marks an appreciable break with the past: a refined instrument of death, the laser weapon for the first time takes on a primitive connotation (the sword of Luke is sacred, but in a sense almost of a shamanic term).

Finally, the merits and defects can therefore declare that the bet has been won. The Force Awakens is a great blockbuster, a great science fiction film and an excellent debut. With this background we can wait with serenity 2017: provided that Episode VIII to shine a bit more courage. What, Star Wars tells us, is that sometimes it is important to see the death of our fathers.

We close with a mention of the soundtrack, which marks the return of the legendary John Williams. The intervention of the five-time Oscar-winning composer is strangely calm, an input on tiptoe that eventually displaces much of his most grandiloquent. But when you start hearing those three notes it is impossible to resist from shivering…

 

Daisy Ridley

 

Si ringrazia Corinna Rombi per la gentile traduzione dell’articolo in lingua inglese.

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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