5566_1

“Ho sposato un comunista” di Philip Roth: un romanzo indignato

Pubblicato il Pubblicato in Il consiglio del Libraio, Letteratura e Cultura, Recenti
cover
“Ho sposato un comunista”, di Philip Roth, è stato pubblicato in Italia dalla casa editrice Einaudi, a partire dal 1998

Ho sposato un comunista. No, non è una dichiarazione a cuore aperto che vi ho appena fatto. Questo è il titolo dell’ultimo romanzo che ho letto e per il quale, se dovessi usare un colore per descriverlo, userei sicuramente il rosso. Ho sposato un comunista è un romanzo scritto da Philip Roth nel 1998 e pubblicato in Italia dalla casa editrice Einaudi. Poiché in questi giorni è uscita una nuova edizione di un altro dei suoi libri, Il grande romanzo americano, ho voluto ripescare questo scritto, che non avevo avuto ancora la possibilità di leggere, ponendo quindi la mia attenzione su questo grande scrittore americano che, per sfortuna o per mancanza forse di una grande comprensione da parte del mondo letterario, non ha mai vinto (ancora) il Premio Nobel per la letteratura, sebbene l’enorme mole dei suoi scritti, ma che con un romanzo come Pastorale Americana ha vinto il Premio Pulitzer nel lontano 1998.

Ho sposato un comunista è un romanzo che bisogna leggere con molta attenzione, soprattutto all’inizio. La storia viene raccontata da Murray Ringold, ultranovantenne, ad un invecchiato Nathan Zuckerman (protagonista di molti romanzi di Roth, ma che in questo caso ha quasi un ruolo secondario). Quella che narra Murray, ex professore di letteratura di Nathan, è la storia di suo fratello minore, probabilmente la storia che avrebbe voluto scrivere, ma che si deve accontentare solo di raccontare a Nathan, che in una parte della sua vita ha avuto velleità di scrittore e che ha conosciuto di persona il fratello protagonista: si tratta di Ira Ringold, in arte Iron Rinn, l’Uomo di Ferro, come veniva chiamato mentre combatteva in Iran durante la guerra.

Ecco dunque qual è la prima difficoltà di questo romanzo: inquadrare le diverse voci narranti e i diversi periodi storici. Una volta fatto questo, si viene trascinati all’interno di questo pezzo di storia americana e se ne esce quasi sul punto di soffocare.

La storia prende avvio in piena guerra fredda e si dipana tra la Newark, dove Roth ha ambientato la maggior parte dei suoi romanzi, e New York.  Ira Ringold, dopo la guerra conduce dei lavori comuni, da scaricatore di porto a operaio in una fabbrica di dischi, fin quando, dopo una rappresentazione in cui impersona la figura di Abramo Lincoln, non diventa un famoso attore radiofonico. Un giorno, incontra Eve Frame, famosissima attrice del cinema muto, anche lei ora attrice radiofonica. I due si innamorano subito, sebbene lei abbia già tre matrimoni alle spalle, finiti male, da cui ha avuto anche una figlia, Sylphid, e sebbene lei sia più grande di lui. Si sposano e vanno a vivere nel bell’appartamento di lei a New York.

Sembrerebbe il giusto coronamento di una storia d’amore, se non fosse per una complicazione. Il famoso Iron Rinn, Ira Ringold, è un comunista. Siamo nell’America del maccartismo e la lotta al comunismo è all’apice. Esistono liste nere, con i nomi dei presunti comunisti, e spie. I comunisti perdono il lavoro solo per il fatto di professare una fede politica diversa da quella di Stato.  Se poi, oltre ad essere comunista sei pure ebreo, beh allora è fatta. Finirai sicuramente nella lista nera.

La copertina del romanzo "Pastorale americana", vincitore del premio Pulitzer.
“Pastorale americana” di Philip Roth, vincitore del Premio Pulitzer, 1998

In un primo momento Ira e Eve vivono felicemente, si amano e Ira è disposto pure a tollerare le stranezze di Sylphid, figlia avuta da Eve durante il suo secondo matrimonio con Carlton Pennington, altro attore famoso, ma da cui si è separata, essendo lui omosessuale. Sylphid è una musicista ed è anche molto viziata. Odia sua madre e ogni sua azione è studiata a tavolino per farle del male. Eve, tuttavia, vede in quell’unica figlia, in quel mostro ( perché di un mostro si tratta), un agnellino da adorare e fingere di amare, perché in realtà non avrebbe voluto una figlia così. Questa è la parte della storia che ci racconta Murray. Nel procedere della narrazione ci troviamo di fronte a delle inclusioni da parte di Nathan, che riporta a galla i suoi ricordi di ragazzino di sedici anni, che un giorno incontra per caso Iron Rinn, e da cui viene affascinato. Iron Rinn lo prende subito sotto la sua ala. Comincia con lui un rapporto che è quasi quello di un padre con un figlio, quel figlio che lui, l’Uomo di Ferro, non ha mai avuto ma che ha sempre desiderato. Lo vede come argilla da plasmare. Intrattiene con lui conversazioni sul partito, su cosa significa essere comunista nell’America in cui vive, e lo porta a conoscere personaggi che hanno significato molto per lui quando era ragazzo.

All’età di diciassette anni, però, Nathan si iscrive al college e si allontana da quell’uomo, che è stato la sua guida fino a quel momento. Nathan conoscerà dunque la fine della storia solo durante la conversazione con l’anziano Murray. Quest’ultimo è una sorta di narratore onnisciente, perché conosce tutta la storia, dall’inizio fino alla fine. Dopo varie vicissitudini e scontri e tradimenti, Eve Frame denuncia suo marito ai Grant, una famiglia importante nella politica del tempo. Un libro uscirà, dal titolo inequivocabile: Ho sposato un comunista; un libro in cui Ira Ringold è presentato al mondo per quello che è, un rosso, un comunista. Ira perderà il lavoro e per il resto della sua vita non penserà ad altro se non vendicarsi.

Raccontato così, questo libro sembrerebbe una storiella facile. In realtà è tutt’altro che facile.  Philip Roth è uno scrittore eccellente. Gioca con le parole e riesce a farti pensare molto su quello che scrive. La storia di Ira Ringold è una storia arrabbiata, come lo è il protagonista assoluto. Ho voluto pensare che Roth abbia scelto proprio questo nome rifacendosi forse al latino: ira, irae. Quest’uomo, che ci viene presentato come grande e grosso, contiene al suo interno un insieme di contraddizioni. Le stesse contraddizioni che si trovano in quello Stato in cui vive, che è poi l’America. È un comunista sfegatato, ma nel frattempo è anche un divo della radio. Professa la comunione di tutto e la vita semplice, ma nel frattempo sposa un’attrice famosa, ricca e bella. Sembra infine un uomo buono, docile, ma dentro di sé cova la rabbia, l’inferno.

Ho sposato un comunista è stato definito un romanzo quasi autobiografico: oltre alla scelta di Newark (città natale di Roth),  come luogo in cui ambientare la storia, oltre al fatto che i protagonisti sono ebrei, come anche lo scrittore lo è, il libro riprende forse nella sua idea un evento capitato allo stesso Roth e cioè la denuncia fatta dalla sua seconda moglie, Claire Bloom, nel libro Leaving a Doll’s House, in cui Roth non viene descritto propriamente bene.

È, infine, un romanzo sul potere delle ideologie. Le ideologie sono pericolose per menti poco abituate alla riflessione. Riescono a costruire dei castelli in aria, per poi distruggere tutto quando ne hanno l’occasione. L’unica cosa che forse conta, che forse riuscirà a salvarci, come ci fa capire Roth, è la letteratura:

<<La letteratura nuoce all’organizzazione. Non perché sia apertamente pro o contro, o anche subdolamente pro o contro. Nuoce all’organizzazione perché non è generale. L’intrinseca natura del particolare consiste nella sua particolarità, e l’intrinseca natura della particolarità sta nel non potersi conformare. Sofferenza generalizzata? Ecco il comunismo. Sofferenza particolareggiata? Ecco la letteratura. L’antagonismo è in questa polarità. Tenere in vita il particolare in un mondo che semplifica e generalizza: ecco dove comincia la lotta>>.

 

Una foto dello scrittore Philip Roth.
Philip Roth (1933) è uno scrittore statunitense

 

 

 

——————–

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

 

About Rosangela Farina

COLLABORATRICE | Nata ad Augusta (SR) il 28 Gennaio del 1991, si è laureata in Lingue e Culture Europee presso l'Università degli Studi di Catania e ora lavora come libraia alla libreria Mondadori della sua città. Ha un amore incondizionato per i libri. Il suo genere preferito sono i thriller e i fantasy, con qualche eccezione per i romanzi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *