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Spoon River, secondo Fabrizio De André

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“Antologia di Spoon River”, di Edgar Lee Masters (1914-1915)

Nel 1943, veniva tradotto in Italia lo Spoon River di Edgar Lee Masters, quella raccolta di epitaffi, dove le anime dei deceduti potevano raccontarsi appieno, poiché, essendo passati al miglior vita, non avevano più nulla da perdere. Nel 1971, uno dei più grandi cantautori italiani, Fabrizio De André, decise di mettere in musica questo capolavoro della letteratura americana e di creare uno degli album più belli che la nostra penisola potesse ascoltare: Non al denaro non all’amore né al cielo.

L’album di Faber, prende solo poche storie della raccolta originale, che ne conta ben 244. Le nove canzoni possono essere raggruppate in due punti cruciali, rappresentati da due aspetti del genere umano: l’invidia (Un Matto, Un Giudice, Un Blasfemo, Un Malato Di Cuore) e la scienza (Un Medico, Un Chimico, Un Ottico). La prima canzone, invece, si pone come una notevole copertina chiarificatrice sulle intenzioni dell’autore, mostrandoci il luogo dove le anime urlano la loro verità e, soprattutto, dove sono costrette, o state costrette, a riposare per l’eternità, ovvero La Collina. L’ultima canzone è l’unica della raccolta a cui Fabrizio De André lasciò il nome del defunto, Il Suonatore Jones. Un uomo che morì senza alcun rimpianto, poiché in vita fece tutto quello che lo appagava. Edgar Lee Masters, però, diede un nome e un cognome a tutti i suoi personaggi, scelta che invece non si mantenne con De André, il quale affidò alle sue canzoni solo la caratteristica generica dei personaggi, proprio per sottolineare il fatto che queste storie sono comportamenti umani ritrovabili in ogni epoca e in ogni luogo.

La Collina è l’incipit dell’album e pure del libro originale. E’ l’insieme di tutti quei malcapitati morti accidentalmente. E’ pure l’unica canzone che emula una caratteristica fondamentale del libro, ovvero quella del citare gli altri personaggi. Nello Spoon River questa caratteristica è emblematica, poiché riesce ad affrontare tutte le problematiche, proposte da diversi punti di vista. In De André questo si perde (per forza di cose, diremmo) e l’unica citazione è proprio qui, nell’incipit, dove l’ultima strofa della canzone è dedicata all’ultimo personaggio, ossia Il Suonatore Jones. La seconda canzone è Un Matto, con il  sottotitolo <<dietro ogni scemo c’è un villaggio>>. Il matto, nell’originale di Lee Masters, sarebbe Frank Drummer, creduto pazzo da tutti perché incapace di esprimere i pensieri che aveva in testa: <<Tu prova ad avere un mondo nel cuore che non riesci ad esprime con le parole>>. In Un matto possiamo vedere l’emblematica figura dell’uomo schernito, che trionfa solo dopo la morte, quando ormai non è più chiaro se il matto fosse realmente lui o le persone “normali”.

La terza canzone è forse una delle più celebri: Un Giudice. In un certo periodo, Faber era solito ribattezzarla con Un Professore, forse per mostrare la vicinanza di questo personaggio, nella statura e nel comportamento cattedratico, ad Andreotti. Un Giudice è la storia di Selah Lively, un nano che decise di prendere la via della giurisprudenza. Questa persona, schernità da tutti per la sua “altezza”, decide di vendicarsi, di tutti i torti subiti in gioventù, dalla cattedra di un tribunale. Come disse De André, il personaggio aggiunge a sé una certa statura morale, pericolosamente violenta e carica di rivalsa. Dunque, possiamo vedere come l’invidia trova la sua unica cura nella vendetta e sete di potere , a differenza de Un Matto, dove l’invidia è curata dalla malinconia. La megalomania del nano infine si esplica bene con il paragone  della propria statura con quella di Dio.

La quarta è Un Blasfemo. La storia di Wendell P. Bloyd, colui che accusò Dio di non aver offerto all’uomo la conoscenza della “verità” affinché l’uomo non fosse mai libero da un padrone. L’uomo, forse simile al suonatore Jones, si gode la vita fra donne e alcol, ma la differenza che esiste fra i due personaggi è la presenza dell’invidia verso quel segreto, o quella mela creata, a cui non si potrà mai arrivare. Il Blasfemo trova la sua fine dopo un pestaggio da parte di “due guardie bigotte” e, nonostante la morte, continua a pensare a questa “Verità” e presume che qualche potente creò un sogno fasullo, affinché l’uomo continui a vivere (sognare) “in un giardino incantato“.

La quinta canzone è, forse, la più toccante. E’ la storia di Francis Turner, un malato di cuore, che trovò la morte non appena conobbe le labbra di una donna. L’invidia, qui, è rappresentata dall’incapacità di <<Poter bere alla coppa d’un fiato ma a piccoli sorsi interrotti>>. Un Malato Di Cuore, infatti, a differenza del giudice che trovò la cura all’invidia nella vendetta (abbassandosi al livello di chi lo derideva), o nel matto che lenì la sua invidia con la presunzione di aver provato a studiare la Treccani a memoria, curò la sua invidia con l’amore e per l’amore decise di barattare la sua vita. Dunque, il personaggio di Un Malato Di Cuore è l’unico a non sfociare nell’egoismo o nella presunzione decidendo di curare l’invidia, causata dal non poter vivere appieno la vita, con l’amore. <<Ma che la baciai, per Dio, sì lo ricordo e il mio cuore le restò sulle labbra>>.

Un Medico è la sesta canzone, nonché la storia di Siegfried Iseman. Questo medico che <<non volle tradire il bambino per l’uomo>> decise di voler curare le persone senza nulla in cambio, solo per il piacere di farlo. I colleghi di esso, vedendo in lui <<tanta voglia di amare>>, presto fecero in modo di affollare il suo studio di persone povere incapaci di pagare. Dunque, il “fanciullino” che tanto voleva tener vivo, venne ucciso dal sistema, che lo mise con le spalle al muro. Per vivere si ha bisogno di denari, ed il medico, costretto alla povertà per colpa del suo sogno e ridicolizzato agli occhi dei suoi cari,  iniziò ad usare finti intrugli miracolosi <<Perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve, l’etichetta diceva Elisir di giovinezza>>. A questo punto, il medico, venne arrestato, con l’accusa di essere un imbroglione, uno spacciatori di sogni falsi e inefficaci. <<Dottor professor truffatore e imbroglione>>.

 

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Fabrizio De André (1940-1999) è stato un cantautore, paroliere, compositore e scrittore italiano

 

La settima canzone è Un Chimico, la storia del farmacista Trainor, che non comprese i legami fra uomo e donna ma comprese benissimo quelli degli elementi chimici. Tutta la canzone è impostata con un linguaggio rigorosamente freddo e distaccato ma in grado di scendere a toni passionevoli, quando il personaggio ammira l’idrogeno e l’ossigeno. Anche qui vi è un segnale di presunzione nella frase <<Soltanto la legge che io riesco a capire, ha potuto sposarli senza farli scoppiare>>. L’uomo ammise che, per sua scelta, decise di non sposarsi e di non generare mai figli e la motivazione è ancora chimica e distaccata <<Non sapevo con chi e chi avrei generato>>, chiudendo il testo, però, con la cruda verità: anche il suo amore lo ha portato alla morte. Infatti il chimico morì durante un esperimento sbagliato <<Proprio come gli idioti che muoion d’amore>>.

L’ottava canzone è Un Ottico ed è la storia di Dippold. Quest’ottico, che nella storia originale, volle creare occhiali capaci di mostrare altre realtà. Nell’album di Faber, l’ottico ha la presunzione di poter offrire ai suoi clienti realtà ancora più vere.
A livello musicale, questa canzone è un primo, e forse l’unico, tentativo di De André di gettarsi nel progressive. In quegli anni l’Italia stava per ottenere un ruolo importante su questo genere grazie a band come la Premiata Forneria Marconi  e il Banco del mutuo soccorso. Lo stile musicale fa sembrare i personaggi della canzone (i clienti dell’ottico) come sotto l’effetto di droghe. Essi, alle domande dell’ottico, rispondono, descrivendo quello che vedono, ossia immagini improbabili, come se fossero allucinazioni. In molti hanno paragonato questa canzone al libro di Huxley, Le porte della percezione, da cui i Doors presero il proprio nome.

Ed eccoci giunti all’ultima canzone, quella che De André definì la <<controparte positiva alla negatività dell’intero album>>. Faber, infatti, diede molte più attenzioni a questa canzone. Come detto all’inizio, mantenne il nome originale del personaggio: Il Suonatore Jones. Questo, potrebbe pure essere un sintomo di negatività, poiché i titoli precedenti, vaghi e generici, indicavano ancora una presenza odierna di queste caratteristiche, perlopiù negative,  nell’uomo. Dunque il fatto di non rendere generico questo mentore di vita, potrebbe lasciar pensare che la sua positività non sia intrinseca nell’uomo, ma Faber in un’intervista, spiegò molto bene questo concetto, dicendo, appunto, che esso è una guida per l’uomo e, dopo aver scoperto tutti gli aspetti nefasti del nostro genere (nelle canzoni precedenti), ecco arrivare l’uomo  capace di vivere della semplicità, in posti isolati dalla vita e totalmente in libertà, senza alcuna invidia o voglia di rivalsa. Il suonatore Jones è un personaggio che muore  anziano, all’età di novantanni circa. L’uomo che giocò con la sua vita, concedendosi ogni vizio ed ogni eccesso che gli procurasse piacere. A differenza di Lee Masters, dove il vecchio Jones è un suonatore di violino, in De André esso suona il flauto. Quest’uomo suona solo per il piacere di farlo e forse lo stesso De André si ispirò a questo personaggio. Lui stesso disse di aver impostato la sua vita affinché avesse <<trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto>>. A dfferenza di tutti gli altri personaggi dell’album, che combattono per raggiungere i loro scopi e ,pressoché tutti, falliscono, esso non combatte e si limita a vivere di quel che ha e di quel che può. Non è uno che si accontentà, sia chiaro, in fin dei conti la sua ricerca del piacere è funzionale al suo benessere. Semlicemente, gli altri hanno la presunzione che, lottando, avrebbero trovato la pace, mentre lui si limita a vivere la sua pace.

Questo fu, ed è ancora, lo Spoon River secondo Fabrizio De André. Come suo solito, è una fotografia sulla società, dal borghese al povero, nel loro ginepraio di vite intricate, di fallimenti e speranze. Una storia fatta di uomini disgustosi, gentili, profittatori e vinti, ma che trova, in un finale sorprendente, il lieto fine in una vita semplice, fatta di piccole gioie, la stessa vita che De André pensava, forse, per se stesso. Una vita lontana dal caos frastornante e costellata  di vizi. Dove la musica non è un lavoro ma una passione (infatti, gli ultimi dischi di De André, uscirono con un lasso di tempo molto lungo, come, per altro, le apparizioni davanti al pubblico). Una vita, sicuramente, non “giusta” e non esemplare, fatta, anche qui, di alti e bassi, ma completamente libera dai rigori e dalle costrizioni sociali, atta solo al piacere verso se stessi che si ripercuote verso gli altri. Infatti, come viene ben descritto nel libro Anima Salva di Matteo Borsari e Luca Maciacchini:

<<Il musicista mostra di saper vedere meglio dell’ottico i messaggi reconditi della realtà; di saper guarire, più del medico, gli animi di chi lo ascolta regalando un sorriso; sa trovare, a differenza del matto, un proprio efficace linguaggio per esprimersi; gusta appieno la vita, come il malato di cuore non ha potuto fare e, cosa più importante, sceglie la libertà o, meglio, sceglie di vederla anche quando non è scritta. E con la vita può essere spezzato anche quello che di materiale lo ha accompagnato: il suo strumento (il violino in Masters, il flauto in De André), perché comunque il suo segno resterà>>.

 

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About Mr. Tambourine Man

Chi è Mr. Tambourine Man? Nessuno lo sa con certezza. Intorno a lui aleggia un'aura di mistero: per alcuni è un ex chitarrista dei Nirvana reso nostalgico dall'età, per altri un giovane rapper dal sound elettronico, per altri ancora una cantante di opera lirica con la passione per la pop dance. O forse lo stesso lettore. Mr. Tambourine Man vi guiderà in un viaggio mistico attraverso la musica.

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