Spain's midfielder Isco (4thR) celebrates with teammates after scoring his second goal during the World Cup 2018 qualifier football match Spain vs Italy at the Santiago Bernabeu stadium in Madrid on September 2, 2017. / AFP PHOTO / GABRIEL BOUYS        (Photo credit should read GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images)

Spagna-Italia: l’incapacità di abbandonare il percorso

Pubblicato il Pubblicato in Centrocampo, Recenti, Scienza e Salute
Gian Piero Ventura (1948) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, attuale commissario tecnico della Nazionale Italiana
Gian Piero Ventura (1948) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, attuale commissario tecnico della Nazionale Italiana

Quando, alla vigilia di Euro 2016, Gian Piero Ventura è stato nominato commissario tecnico della Nazionale Italiana, è apparso evidente che per gli Azzurri era giunto il momento di un parziale ricambio generazionale che permettesse all’Italia di implementare giocatori fino a quel momento mai considerati realmente nel giro della Nazionale senza dover necessariamente smantellare il gruppo di “veterani” su cui la squadra poggiava. Questo percorso, costellato di varie tappe, ha visto il debutto di numerosi giocatori, che poco alla volta si sono mescolati con il core di veterani già esistente: Gianluigi Donnarumma, Daniele Rugani, Leonardo Spinazzola, Roberto Gagliardini, Federico Bernardeschi e Andrea Belotti, giusto per citare i più presenti, sono diventati presenze fisse tra i convocati della Nazionale azzurra.

Ma la loro presenza nelle distinte è davvero sintomo di un cambiamento nella Nazionale? L’opinione pubblica è stata quasi unilaterale a riguardo: la risposta parrebbe essere affermativa. Certo è che, alla vigilia della partita contro la Spagna dell’Estadio Santiago Bernabéu, decisiva per la qualificazione ai Mondiali del 2018, l’opinione pubblica non è stata altrettanto entusiasta delle convocazioni: tra i convocati spiccavano Spinazzola, da tempo fuori rosa nell’Atalanta BC per vicende di mercato, Riccardo Montolivo, tra i centrocampisti più controversi d’Italia, e Lorenzo Pellegrini, centrocampista di enorme talento ma poco impiegato in questo inizio di stagione nell’AS Roma, oltre che praticamente debuttante in nazionale. Lasciati a casa, invece, Gagliardini, uno dei debuttanti più impiegati da Ventura, e Antonio Barreca, ancora non debuttante in Nazionale ma di certo un terzino sinistro puro ed abituato a giocare nella difesa a quattro di grande prospettiva e buon affidamento.

Alla vigilia della gara contro la Spagna, quando è stato interrogato sul perché della convocazione di Spinazzola, probabilmente fuori forma vista la travagliata estate vissuta, Ventura ha risposto: «Stiamo facendo un percorso e Spinazzola ne fa parte, non è possibile astrarlo da questo percorso  per delle questioni inerenti al club». Ancora una volta torna vivo il concetto di percorso. Ma sarebbe bastata la coerenza e la cieca adesione alla strada intrapresa per affrontare la nazionale più vincente dell’ultimo decennio?

La Spagna si affacciava alla sfida in una situazione non troppo diversa da quella dell’Italia: reduce da un Mondiale ed un Europeo davvero sotto tono e finita l’era di Vicente del Bosque, la Nazionale Spagnola aveva bisogno di rinfrescare la rosa senza rottamare definitivamente i veterani che tante vittorie hanno raggiunto. Julen Lopetegui, che nella sua carriera ha allenato praticamente tutte le nazionali giovanili spagnole, sembrava il nome ideale per favorire l’annessione di nuove leve in maniera poco traumatica. Così si sono affacciati alla Nazionale maggiore Marco Asensio, Gerard Deulofeu e Saúl Ñíguez, mentre Isco è divenuto finalmente centrale tanto con la Spagna quanto con il Real Madrid CF. Una sfida tra Nazionali rinnovate, dunque, poteva essere quello che ci si aspettava: ma è andata proprio così?

L’infortunio di Giorgio Chiellini ha privato, a pochi giorni dalla sfida, l’Italia di uno dei suoi migliori giocatori nello schieramento difensivo. Questa scelta, unita al famoso percorso intrapreso dagli Azzurri ha portato al seguente modulo:

 

italia
Con il 4-2-4 la ricerca dell’ampiezza e della profondità sono le prerogative fondamentali della nostra Nazionale

 

Lopetegui, giunto a conoscenza delle assenze dell’Italia, con la possibilità di fronteggiare finalmente una coppia di centrali e non un terzetto di difensori, e conscio della presenza di due soli giocatori a presidiare la metà campo, ha deciso di addensare il proprio centrocampo di giocatori di possesso, ricorrendo ad un nueve atipico come Asensio, capace di abbassarsi e contribuire al possesso stanando a turno uno dei nostri centrali, al posto di un centravanti più ortodosso come Morata.

 

spagna
Andrés Iniesta, Sergio Busquets, Koke, David Silva e Isco: un mix abbastanza intrigante di possesso e capacità di verticalizzare

 

L’asimmetria delle due squadre in campo è immediatamente evidente e l’Italia ne risulta schiacciata: il possesso è, come da aspettative, prerogativa spagnola e la zona centrale del campo era addensata di maglie rosse, con Sergio Busquets praticamente mai schermato dai nostri centrocampisti. L’idea di Ventura era evidente: cercare una riconquista quanto più alta possibile per risalire il campo in verticale e sprigionare la potenza di fuoco dei quattro attaccanti. La presenza in campo del solo Daniele De Rossi, unico centrocampista con caratteristiche utili in fase di interdizione, non sembrava, però, poter sorreggere l’idea tattica di Ventura. La Spagna ha agevolmente bucato centralmente la nostra Nazionale per due volte, guadagnando due punizioni dal limite in tredici minuti e portando alle ammonizioni di Marco Verratti e Leonardo Bonucci. Se, sulla prima punizione, Sergio Ramos ha calciato alto, sulla seconda Isco non ha lasciato scampo ad un Buffon non così reattivo.

 

 

L’Italia avrebbe avuto anche voglia di reagire, ma la disposizione in campo costringe gli Azzurri a vivere il primo tempo come un’enorme ed infinita fase di non possesso, rendendo inoltre difficile il mantenimento della sfera nei rari momenti di possesso. L’azione più pericolosa dell’incontro arriva nell’unica occasione del primo tempo in cui Matteo Darmian riesce a garantire ampiezza sulla fascia destra, portando Andrea Belotti a impegnare seriamente David de Gea, che risponde comunque presente.

 

 

Quest’occasione estemporanea non ha cambiato minimamente il canovaccio del match: le occasioni per il raddoppio spagnolo non mancano e il secondo goal arriva prima dello scadere del primo tempo. Circolazione perimetrale degli spagnoli che schiaccia la nostra difesa, Isco riceve al limite dell’aria, svincolato da ogni marcatura, gli sembra troppo facile e bello per essere vero: sinistro preciso ad incrociare che accarezza l’angolino basso. Due a zero Spagna.

 

Il tentativo di recupero di Marco Verratti è disperato: si pianta sui piedi e per Isco è semplicissimo spostarsi dolcemente la palla e cercare lo spazio tra Gianluigi Buffon e il palo

 

Nel secondo tempo l’inerzia del possesso sembra capovolgersi, quasi scientemente. L’Italia riesce finalmente a tenere, anche molto a lungo, il controllo della sfera, senza mai riuscire a trovare una trama buona: se sulla fascia destra Darmian e Antonio Candreva provano a garantire ampiezza al modulo italiano, dall’altra parte Lorenzo Insigne e Spinazzola, impiegati a sinistra a piede invertito hanno difficilmente dato le stesse garanzie. Il primo è riuscito raramente a smarcarsi, risultando quasi strozzato dalla compresenza di altri tre attaccanti nello stesso reparto. Il secondo, invece, abituato a giocare a sinistra in un 3-5-2 piuttosto asimmetrico come quello dell’Atalanta, ha pagato le difficoltà nel coprire tutta la lunghezza del campo giocando sul proprio piede debole, cercando spesso di usare il destro nella gestione della palla, non riuscendo praticamente mai ad andare al cross dal fondo e giocando spesso palla verso il centro, la zona più congestionata. Sulla tendenza di rientrare sul centro della nostra catena di sinistra sono, probabilmente, naufragati in partenza i piani di un’Italia che avrebbe dovuto cercare l’ampiezza ed ha trovato un’asimmetria non cercata. Ironia della sorte, l’unica vera occasione del secondo tempo è giunta proprio dalla fascia sinistra.

 

Per una volta Ciro Immobile trova la profondità e gestisce sapientemente la palla, trovando sullo scarico un Lorenzo Insigne – guarda un po’ – attratto dal centro del campo

 

Fino al settantesimo l’Italia è incapace di produrre cambi che diano una scossa e i tre subentrati (Bernardeschi, Éder e Manolo Gabbiadini) sono assolutamente incapaci di incidere sulla partita. La Spagna, invece, dopo aver stanato l’Italia, lasciandole il pallino del gioco e portandola a giocare in maniera sterile e massiccia nella propria metà campo, ha inserito un divoratore dello spazio come Álvaro Morata per punirci in ripartenza. Detto, fatto.

 

Ripartenza: l’Italia sarebbe anche in superiorità numerica ma è completamente coagulata attorno alla palla. Ad Álvaro Morata basta scaricarla ad un Sergio Ramos in proiezione offensiva e riapparire dal lato opposto per timbrare il 3-0

 

La disfatta è, senza ombra di dubbio, pesante ma restituisce la dimensione delle incongruenze di questa Nazionale. Rivendicare la necessità di adesione ad un percorso è sacrosanto, tale scelta andrebbe lasciata a ciascun allenatore, non solo a livello di Nazionale. La creazione di un’identità è tra le pochissime cose in grado di far la differenza nel calcio e l’adesione al 4-2-4 va assolutamente in questa direzione. La Spagna, però, da sempre fondata su concetti ben noti, ha saputo prima reinventarsi nel corso della gestione-Lopetegui e poi riscoprirsi coerente alla propria storia nel match decisivo, salvo poi rinunciare addirittura al sacro possesso per archiviare definitivamente la partita. Siamo sicuri che la Spagna non sia, ancora una volta, un esempio da prendere in considerazione?

A fine gara, quando a Ventura è stato chiesto perché abbia scelto di giocare con due centrocampisti anziché tre ha risposto: «Stiamo facendo un percorso e non è una singola gara che può determinare la nostra identità». Sarebbe davvero stata così disastrosa per il percorso identitario azzurro una formazione diversa, nata dalle esigenze e dalle opportunità? E si può davvero parlare di rinnovamento di una Nazionale che si trova a giocare la partita decisiva del proprio percorso di qualificazione ai Mondiali con nove undicesimi della formazione iniziale già utilizzati in precedenti gestioni? E, ancora, a cosa è servito addensare le convocazioni a centrocampo di giocatori inclini al possesso quando l’obiettivo della gara era quello di una riconquista finalizzata alla verticalizzazione? Nel momento del bisogno alcuni dei giocatori non convocati, alcuni dei quali spesso scelti da Ventura, avrebbero potuto dare una maggiore coerenza tattica alla squadra? Probabile. Sarebbe bastato ad evitare la débâcle? Difficile crederlo fermamente, ma altrettanto difficile non lasciarsi sfiorare dal pensiero.

 

Attrazione verso le linee di passaggio, recupero, ricerca dello spazio in conduzione e verticalizzazione: sicuri non potesse davvero tornare utile Manolo Gagliardini?

 

Alla luce di queste domande la coerenza del percorso sembra un po’ vacillare. La qualificazione ai Mondiali non è assolutamente compromessa, le possibilità di giocarsi i play-off non devono spaventare la nostra Nazionale, che, invece, dovrà vivere una doppia sfida da dentro o fuori come una prova di maturità. Anche in quell’occasione Ventura dovrà dirimere il dubbio amletico tra scegliere il percorso ed adeguarsi alla contingenza per giungere al risultato.

Chissà che questo sentiero accidentato, fino ai play-off, riesca a diventare un’autostrada verso il Mondiale.

 

215510708-241f9631-261b-408d-aecf-a1523258ec70

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *