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La sindrome di Cotard: la malattia dei “morti che camminano”

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George A. Romero in mezzo ai suoi zombie in La notte dei morti viventi (1968)
George A. Romero in mezzo ai suoi zombie in La notte dei morti viventi (1968)

Nell’immaginario collettivo letterario ma soprattutto cinematografico, pochi personaggi inventati da menti fantasiose hanno avuto fortuna quanto gli zombie. Il regista americano George A. Romero ne è probabilmente il maggiore esperto vivente, ne è il padre e in qualche modo colui che ha delineato come i migliori artisti il tratto che definisce l’universo degli zombie, tracciandone di stella in pianeta una fenomenologia e una mitologia. La sua filmografia è intrisa di morti che ritornano a terrorizzare i vivi: dal 1968, con il cult La notte dei morti viventi, non ha mai smesso, e dei diciassette film che ha diretto,  gli zombie ricorrono con una frequenza che si fa sempre più incessante a partire dagli anni duemila.

Se però sembrava che il cinema avesse smesso, tranne Romero, di strizzare l’occhio ai non morti, ecco che ci pensa una celeberrima serie televisiva, The Walking Dead, prodotta a partire dal 2010 e il cui successo è ben dimostrato dal numero di stagioni che sono state realizzate (sta per uscire la quinta stagione!). La serie, che non ha grossi elementi di originalità sul tema zombie se non un ottimo approfondimento psicologico dei personaggi e il fatto di essere puro intrattenimento,  è ispirata all’omonimo fumetto scritto da Robert Kirkman (produttore esecutivo della serie tv) e illustrata dai bravissimi Moore e Adlard.

Cosa c’entra tutto questo con le scienze, la medicina, la biologia in generale? Il treit d’union tra la fantasia letteraria che ha forgiato l’epopea zombie e la scienza è la psicologia, e, potremmo dire, una certa dose di sociologia. E’ quell’antichissima abitudine della mente umana del dare vita a miti e leggende a partire da qualcosa di reale, che si osserva comunemente ma che viene modificato e plasmato ai fini di costruire una storia, un filone, una mitologia che non si può esaurire in molti romanzi e in numerose pellicole. E’ l’abitudine vecchia quanto il DNA dell’uomo di pescare nel proprio mondo quelle malattie più inconsuete, più assurde e dare loro la forma di un personaggio letterario, di una invenzione che sarà definita geniale o, almeno, originale.

Forse dietro questa abitudine vi è anche il bisogno di esorcizzare il male e ciò che non va nella nostra biologia, quasi che il libro o il film che ne parla assuma una funzione apotropaica. Lo dice uno dei più grandi scrittori contemporanei, Stephen King, per il quale molto spesso lo scrivere equivale a liberarsi di un’angoscia, è il tentativo di fare spazio in quei recessi della mente umana troppo spesso soffocati da incubi e illusioni difficili da sgombrare. E così, oltre gli strati di pelle consunta e macerata degli zombie con cui i migliori costumisti e truccatori hanno saputo terrorizzare il pubblico, si può tentare di risalire all’antica idea che c’è dietro, o comunque alla verità scientifica che ha spinto l’artista a coniare il mito dei ‘ritornanti’.

Risonanza Magnetica dell'encefalo con lesioni suggestive di Sindrome di Cotard
Risonanza Magnetica dell’encefalo con lesioni suggestive di Sindrome di Cotard

E questa antica idea esiste: si chiama Sindrome di Cotard. Il soggetto che ne è colpito piomba nell’incontrastabile illusione di essere morto, di aver perduto i propri organi e di essere privo di sangue. Questa rara e devastante patologia psichiatrica è stata scoperta nell’ultimo ventennio dell’Ottocento dal neurologo francese Jules Cotard, che descrisse a lezione il caso di una sua paziente, chiamata Mademoiselle X, affetta da un delirio che egli ebbe a definire di “negazione”.

La sua paziente era infatti convinta di essere priva di parti del corpo, negava il bisogno di nutrirsi arrivando in seguito a sviluppare la convinzione di essere già morta, non potendo morire di morte naturale, insieme al delirio a tratti mistici di essere dannata per l’eternità. La sindrome è rimasta misconosciuta fino all’avvento della diagnostica per immagine. La TAC (tomografia assiale computerizzata) ha infatti dimostrato l’importante base organica di questa malattia neuropsichiatrica, mettendo in luce come una grossa parte di encefalo, compresa fra il lobo frontale e quello parietale, mostri attività fortemente analoghe a quelle di un paziente in coma vegetativo (configurando un quadro che accomuna sempre di più questi pazienti ai personaggi che hanno ispirato).

Quest’area così vasta che si perde, nella Cotard, sembrerebbe avere un ruolo di fondamentale importanza nell’economia del sistema nervoso centrale, e studi pionieristici di neurofisiologia hanno evidenziato come essa integri molti circuiti neuronali deputati all’abilità di ricordare il passato e di elaborazione del senso proprio di identità, quel senso di avvertire in ogni istante della nostra vita il fatto essenziale di essere noi e di essere vivi, qui e ora. Un’area cerebrale estremamente complessa, alla base della nostra identità e dell’io che per motivi sconosciuti, secondo recenti studi come rarissima complicanza di gravi forme depressive, si comprometterebbe a tal punto da apparire alla TAC come quella di un paziente in coma.

I pazienti affetti da questa sindrome vivono in un continuo stato di anaffettività e anedonia, incapaci persino di riconoscere i normali odori e sapori, di provare sentimenti ed emozioni. La malattia li ingabbia in una terribile corazza che li svuota, li prosciuga a tal punto da farli sentire morti. Questi pazienti riconoscerebbero i volti familiari, perché le aree cerebrali deputate al riconoscimento sono integre e perfettamente funzionanti, tuttavia quello che è compromesso è la rete neuronale che controlla il riconoscimento emotivo dei volti: se quando vedo, per esempio, il volto di un amico o di una persona cara il mio stato d’animo si rallegra e un sorriso mi si dipinge sul volto, il volto di questi pazienti resta amimico, poiché di fatto la visione del volto, sia pur conosciuto, non evoca nessuna emozione. E questo perché l’attività elettrica e di neurotrasmissione dei circuiti che collegano il riconoscimento del volto allo scatenarsi di un’emozione sono messi fuori uso dal processo morboso. E vi è un altro importante elemento: questi pazienti non riconoscono alcuna espressione emotiva nei volti che osservano. Non provano emozioni, sentimenti, né allo stesso tempo le riconoscono.

MRI_delusions of deathLa malattia li isola dal mondo e da tutto ciò che fino a quel momento li ha fatti sentire vivi e tangibili, e la conseguenza di non poter riconoscere l’espressione di un volto , felice o triste che sia, relega interamente questi pazienti in una dimensione terribile di ‘nulla’, in cui sentirsi morti è l’unico modo, paradossalmente, per sentire di essere vivi. Fino all’estrema convinzione, quella di essere morti per davveroQuella di aggirarsi per la terra dei vivi  con una carcassa al cui interno non c’è altro se non residui dell’anatomia appartenuti al soggetto quando questi era ancora in vita.

Vi è un’altra patologia neuropsichiatria simile alla Cotard, ma con un’importante differenza, e si tratta della Sindrome di Capgras, un altro delirio di negazione in cui il soggetto crede non già di essere morto, ma che chiunque intorno a lui, dagli amici ai familiari ai conoscenti, e persino l’ambiente in cui si trova, siano stati sostituiti  con “altri” (che possono essere figure di diverso tipo a seconda del contenuto del delirio, differente da caso a caso). Le aree cerebrali colpite dalla Sindrome di Capgras sembrano le stesse della Cotard, ma con una differenza sul piano neurologico: il danno interesserebbe le fibre nervose che mettono in collegamento la corteccia temporale col lobo limbico.

Le persone affette dalla Sindrome di Cotard credono di essere “morti che camminano”, e sebbene estremamente differenti dal contraltare letterario e cinematografico, gli zombie, in qualche modo hanno stimolato la mente umana al punto da crearne un mito. Persino nella fortunatissima serie tv Hannibal è stata esplorata la Sindrome di Cotard, senza però trasfigurarla nella figura di zombie. In un episodio della serie, si scopre che una pericolosa assassina in fuga è in realtà una ragazza affetta dalla Sindrome (che viene persino citata nell’episodio), anche se però, per motivi cinematografici, è stata esasperata la caratteristica della sindrome di non poter riconoscere l’espressione sui volti delle persone, trasformandola nell’incapacità assoluta di riconoscere il volto (e infatti la giovane paziente non riconosce Hannibal mentre questi è impegnato a… eliminare un suo vecchio amico e neurologo).

Ma la realtà, si sa, supera la fantasia e la Sindrome di Cotard è una malattia gravissima, che dilania il senso di identità del paziente fino ad ucciderlo. Non infrequente è infatti che la malattia deteriori a tal punto i circuiti elettrici e di neurotrasmissione del cervello al punto tale da compromettere quei delicatissimi circuiti preposti al controllo dell’istinto di autoconservazione, portando il paziente al suicidio. Un suicidio che avviene, in questi pazienti, con metodi terribili: dall’inedia alla dissoluzione con acido (il delirio li porta alla convinzione che l’unico modo per scomparire davvero è darsi fuoco o dissolversi con sostanze chimiche quali l’acido).

Oggi non esiste una cura per la Sindrome di Cotard, esistono tuttavia protocolli terapeutici che integrano una valida psicoterapia con un trattamento farmacologico a base di antipsicotici e antidepressivi, nell’idea di migliorare e stabilizzare una condizione irreversibile come quella in cui si trovano questi pazienti.

Il cinema, i libri, i fumetti hanno intrattenuto per decenni il pubblico con una trasformazione di questa malattia la cui spiegazione va ricercata nella stessa mente umana, abituata a rendere in qualche modo “piacevole” e “fruibile” qualcosa di cui ha paura e che cerca di fuggire, come questa terribile patologia non così famosa quanto il mito che ha alimentato.

 

La ragazza affetta dalla Sindrome di Cotard nell'episodio della serie tv 'Hannibal'
La ragazza affetta dalla Sindrome di Cotard nell’episodio della serie tv ‘Hannibal’

 

 

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About Riccardo Intruglio

COLLABORATORE | Nato a Siena il 13 Ottobre del 1991. Diplomato al Liceo Classico "E.S. Piccolomini" nel 2010, attualmente studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Siena. Ama la sua città, che ritiene una perla nel mondo, adora viaggiare e scoprire luoghi da ricordare. Avido lettore sin da piccolo, appassionato di scrittura, dalle elementari a oggi non è mai riuscito a smettere. Instancabile curioso, affamato di vita e di scoperte, crede fermamente che si possa imparare più dagli altri che da se stessi.

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