MUSICA: GUCCINI, 'L'ULTIMA THULE' DEBUTTA AL NUMERO 1 ITUNES

“Shomer ma mi llailah?”, di Guccini

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Come ogni Venerdì eccoci qui, per il mio articolo musicale. Oggi farò un salto indietro, nel lontano 1983, anno in cui uscì un album di Guccini. Il Maestrone, nell’omonimo album, mostrò ancora una volta di che pasta fosse fatta la sua penna e, mescolandola a sapienti melodie, fece giungere la sua poesia, a tutti noi, con canzoni immortali come Autogrill, di spensieratezza come Gli Amici, o di speranza come Shomer ma mi llailah?. E oggi, proprio su quest’ultima canzone vorrei concentrarmi, per sottolineare e rimarcare la bellezza del testo e la purezza del significato.

Il profeta Isaia, in un dipinto di Raffaello
Il profeta Isaia, in un dipinto di Raffaello

Potrà sembrare strano che una sua canzone sia stata ispirata dalla Bibbia (ok, la Genesi non vale). Guccini, fiero anarchico-comunista, laico e anti clericale (cantava <<Voi preti che vendete a tutti un’altra vita. Se c’è come voi dite un Dio nell’infinito,guardatevi nel cuore, l’avete già tradito>>).

Tralasciando l’aspetto prettamente religioso, Francesco, da uomo di cultura qual è, sicuramente non tralasciò, nella sua formazione di uomo e artista, pure i testi sacri e, dalla lettura del libro di Isaia, Capitolo 21, trovò l’spirazione per scrivere un inno alla curiosità, alla voglia insaziabile di apprendere e di non stancarsi di conoscere <<Perché la materia di studio è infinita e soprattutto perché so di non sapere niente>> (citando la sua canzone Addio). Il profeta Isaia, che a dire del Maestrone, era un rompi coglioni pronto a lanciare lampi e distruzione a chiunque non avesse obbedito alle leggi divine (tra l’altro come la maggior parte dei profeti dell’antico testamento), mostrò in quel capitolo tutta la sua umanità. La canzone prende il titolo proprio dalla frase cruciale del capitolo, appunto Shomer ma mi llailah, mantenendola in lingua ebraica. Il significato della frase è singolare e, slegata dal racconto,  potrebbe non voler dire  nulla, ovvero <<Sentinella, quanto resta della notte?>>.

Il racconto si svolge in un luogo non ben definito, probabilmente un deserto, e questa sentinella, messa di guaria, viene sorpresa dalla domanda di uomo (forse un viandante o un pellegrino), appunto <<Sentinella, quanto resta della notte?>>. La sentinella offre una risposta aleatoria, inconcludente:

<<La notte sta per finire, ma l’alba ancora non è giunta. Tornate, domandate, insistete!>>.

La metafora, come dice Guccini, è sulla condizione umana. L’uomo, da sempre, si pone domande a cui non avrà mai risposta. L’importante è proprio il non stancarsi di domandare e di tentare di scoprire la risposta. L’invito della sentinella a ritornare e domandare infinitamente, deve essere l’inno, il primo vero comandamento, di ogni uomo che, per essere tale, deve preservare la sua curiosità, poiché in fin dei conti “Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa“, citando Incontro, e se ci dimenticassimo pure della nostra curiosità, saremmo il nulla vivente, un’orrenda creatura  che vive morendo ogni giorno.

Le prime due strofe della canzone servono a collocare e a spiegare chi sia questa sentinella, “guardiano eterno di non so cosa, cerco innocente o perché ho peccato la luna ombrosa“. Quest’uomo, che si percepisce come “l’infinita eco di Dio“, resta immobile a subire il tempo nell’attesa che qualcun altro venga a porgli delle domande come “un lampo secco” o un “notturno grido“. Ma è nella terza ed ultima strofa che si esemplifica appieno il significato maestoso di questa canzone (e del racconto di Isaia) dove, finalmente, il viandante è giunto e la sentinella può lanciare la sua risposta e il suo invito a non stancarsi di conoscere, di ritornare ancora e domandare ancora e ancora.

<<La notte udite sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato, sembra che il tempo nel suo fruire resti inchiodato. Ma io veglio sempre, perciò insisteste, voi lo potete, ridomandate. Tornate ancora se lo volete, non vi stancate!>>

Guccini e De André
Guccini e De André

La canzone si chiude con un’immagine molto gucciniana, che mostra la piccolezza dell’uomo nei confronti dell’immensità del “tutto” e dell’impossibilità di far sopravvivere nel tempo, qualsiasi cosa di umano esista. Quest’immagine, come abbiamo già visto nella citazione di “Incontro”,  viene esemplificata con i versi “Cadranno i secoli, gli dei e le dee, cadranno torri, cadranno regni, e resteranno di uomini e idee, polvere e segni“. Ma, certamente quest’idea gucciniana viene smorzata dallo stesso Maestrone poiché, in tutta questa moria della presunzione di poter vedere il nostro mondo infinito, una sola cosa potrà sopravvivere nel tempo, perché è essa stessa  rivelatrice del tempo e valida per il “tutto”: la risposta che non ci sarà. <<Ma ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà, che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà…>>.

Questa canzone, dall’altissimo valore poetico e morale, deve essere il credo di ogni uomo, poiché <<sappiamo di non sapere>> e, dunque, dobbiamo vivere cercando questa risposta, che niente e nessuno ci darà mai. Questa linea di confine, posta <<ai bordi dell’infinito>> (citando De André), è il traguardo delle nostre vite che, anche se un giorno finiranno, ci avrà permesso di gustare quel poco di immortalità vitale offrendoci uno scopo nelle nostre esistenza.

Grazie Francesco!

 

 

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About Mr. Tambourine Man

Chi è Mr. Tambourine Man? Nessuno lo sa con certezza. Intorno a lui aleggia un'aura di mistero: per alcuni è un ex chitarrista dei Nirvana reso nostalgico dall'età, per altri un giovane rapper dal sound elettronico, per altri ancora una cantante di opera lirica con la passione per la pop dance. O forse lo stesso lettore. Mr. Tambourine Man vi guiderà in un viaggio mistico attraverso la musica.

Un pensiero su ““Shomer ma mi llailah?”, di Guccini

  1. Al Maestro, Francesco Guccini
    51020 PÀVANA DI SAMBUCA PISTOIESE PT
    Omaggio a Francesco

    Generazione un po’ speciale
    Non conoscemmo dittature
    Nati dopo il gran conflitto
    Per la Giustizia ed il Diritto
    Ricevemmo battiture

    Nel sessantotto i miei vent’anni
    Lievitavan dentro lo stampo
    Insufficiente a contenere
    La mia voglia di sapere
    E il mio voler entrare in campo

    Siam cresciti con Guccini
    Il gran poeta solitario
    Che cavalcava la protesta
    Di un volgo che contesta
    Di un volgo e il suo calvario

    La sua musica di fondo
    E il suo canto disperato
    Fu scintilla di una fiamma
    Per il nostro melodramma
    Che fin qui ci ha accompagnato

    Egli traeva ispirazione
    Dal suo mondo acculturato
    Dagli antichi ambienti agresti
    E ancor dai Sacri testi
    E da un mondo degradato

    Gran poeta e sognatore
    Si, un vero cantastorie
    Che si mischiano ad utopie
    Di miserie e fantasie
    Di miserie e vane glorie

    Era lui il vero cantore
    L’istruttor di chi non sa
    Pronto a suscitar stupore,
    Nella gioia e nel dolore
    Contro quello che non va

    Con parole controcorrente
    Incitando le emozioni
    Su ideali molto importanti
    Di giovani sognanti
    Che non hanno soluzioni

    Coi reggiseni han pure bruciato
    Veri valori e princìpi sani
    Non è aumentato il patrimonio
    Non c’è unità nel matrimonio
    Né al Governo giusti sovrani

    Molti giovani sono cresciuti
    Con speranze e miti morti
    Inneggiati e sbandierati,
    Ma di fatto maltrattati
    Ma di fatto mai risorti

    Inneggiando a Che Guevara
    E a quell’Eskimo sgualcito
    Alle sere in osteria
    Per far morir la nostalgia
    Ma moriva solo il mito

    Di quei bimbi ancor nel vento
    Le denunce di Cirano
    Le brutture in cui Dio è morto
    Poi sperar che sia risorto
    Poi sperar che non sia vano

    “Vedetta, quanto resta alla notte?”
    “Ma il giorno poi verrà?”
    Qui c’è l’abuso sui minori
    Qui le donne si fan fuori
    E cos’è giustizia non si sa

    Siamo come Don Chisciotte
    Combattenti un po’ cretini
    Contro politici senza talento
    Contro ciò che nuove il vento
    Combattiam contro i mulini

    Ora in noi c’è quel ricordo
    Di quei giorni appassionati
    Di quei miti di giustizia
    Che han forgiato l’amicizia
    Ma che non si son realizzati

    E quel tempo se né andato
    Non ritorna e se ne va
    Proprio come abbian cantato,
    Verso un sistema ora accettato,
    Verso una meta che non sa.

    Or col peso dei miei anni,
    Se dal cielo o dalla terra,
    Quel luogo ancora aspetto
    Dove tutto sarà retto
    Dove non ci sarà più guerra

    Vitaliano 1946

    Con un sincero augurio allo Scrittore “Guccio da Pàvana”, ma con grande nostalgia per il Cantautore delle nostre miserie e delle nostre speranze.

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