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Sfondare e fondare

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Nell’ambiente teatrale dei giorni nostri si distinguono particolarmente i cosiddetti giovani attori, questa categoria inafferrabile in cui stanno spalla a spalla, in ogni senso, ragazzi appena usciti dalle accademie e ultratrentenni reduci da mille tentativi di sfondare o fondare qualcosa. Ed è in realtà fra questi due tentativi che si dipanano gli inizi di questa generazione di teatranti, che ancora non sappiamo cosa lascerà al teatro e alla cultura italiana. Fondare o sfondare. Non che ci sia per forza contraddizione fra le due azioni. Per quanto si ripeta ancora, con Stanislavskij, che <<non esistono piccoli ruoli ma solo piccoli artisti>>, nessun giovane attore, messo con le spalle al muro, negherà di desiderare un ruolo da protagonista nella produzione di un teatro stabile, o Teatro Nazionale, come ha stabilito la recente riforma.

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Così sono ormai pochi gli spettacoli che abbiano alle spalle una produzione, gli spettacoli per i quali gli attori (mirabile dictu!) vengano pagati. E poi, la fama! Questo luccicante disvalore ha, per un teatrante, un’attrattiva irresistibile, e ben più concreta che per chi desidera semplicemente cinque minuti di celebrità. Essere conosciuti, almeno nell’ambiente teatrale di una città, significa sviluppare contatti, frequentare le persone giuste, e dunque avere la possibilità di essere chiamati spesso. In fondo, nemmeno il più ascetico dei sacerdoti di quest’arte guarderà con disprezzo a un bel ruolo in uno spettacolo importante, che gli permetta di sviluppare le sue doti, magari di fronte ad un pubblico numeroso. Non c’è dubbio che recitare per sette persone e per millecinquecento siano due situazioni diverse. E, si badi, non perché una delle due valga più dell’altra in assoluto: dipende sempre dal tipo di spettacolo che si produce. Anzi, recitare in un brutto spettacolo davanti a molte persone può essere piuttosto disagevole. Ma non c’è dubbio che affrontare un vasto pubblico rafforzi la tempra di un attore (anche se ci vuole la stessa tempra per sostenere una sala da trecento posti con soli dieci spettatori).

Senza parlare del fatto che, in tempi in cui ciò è sempre più raro, la consapevolezza di aver recitato in uno spettacolo importante è un balsamo per l’autostima di un attore. Questo è sfondare. O perlomeno tentare di farlo. Volendo, potremmo individuare tre tappe secondo cui scandire il cursus honorum di un attore: giovane, emergente, affermato. E tutti noi, <<poveri zingari, ciarlatani e tutto quello che volete>>, per dirla con Giuseppe Verdi, tentiamo di muoverci impacciati su questa scala del successo. Perché aver successo oggi, per chi voglia seriamente far teatro, può significare, come si diceva, non solo la soddisfazione di un ego ansioso di riconoscimenti, ma un modo per sopravvivere come artisti.

Giuseppe Verdi, uno degli uomini più importanti nella storia del Teatro mondiale
Giuseppe Verdi, uno degli uomini più importanti nella storia del Teatro mondiale

E poi c’è fondare. Ovvero tentare di creare qualcosa: un’esperienza, un gruppo di lavoro, una realtà di crescita umana e culturale che contribuisca allo sviluppo di tutti e offra a ciascuno più occasioni possibili di incontrare il Bello. Non si contano le giovani compagnie fondate da artisti volonterosi e entusiasti, che in molti casi muoiono d’abbandono dopo una o due repliche. Né si biasimi chi, sfiduciato, lascia morire un tentativo, rimanda all’infinito e infine rinuncia. Tremenda è la pressione che il mondo esercita su chi cerca di realizzare una piccola compagnia che non garantisce, agli inizi, alcun ritorno economico (e anzi costringe a spese preliminari spesso insostenibili per chi cerca di vivere di teatro). Quante volte tre o quattro amici, compagni d’accademia, si ritrovano intorno a un testo, scritto da uno di loro o tutti insieme, e nel corso di una serata travolgente d’entusiasmo decidono di provarci. Fissano un periodo di prove in cui tutti siano disponibili (e già qui spesso sorgono le prime difficoltà), affittano uno spazio prove (apriti cielo) e cominciano a realizzare il loro primo spettacolo insieme. Forse uno di loro, attraverso contatti della prima giovinezza, conosce qualche piccolo teatro o sala polifunzionale della sua città d’origine, uno spazio dove far debuttare la loro creazione davanti a un pubblico. Certo, non ci sarà da guadagnare chissà quanto, magari si copriranno appena le spese. Ma, si ripete, è un passaggio obbligato, se non altro per girare il video dello spettacolo da inviare poi a teatri più grandi, per proporsi.

La sera di quella replica è qualcosa che non si può descrivere. La gioia, la vera gioia, di fare quella cosa insieme, di dare ognuno il proprio contributo a uno spettacolo in cui si è creduto. Quella gioia è ciò che ci spinge a fare questo mestiere e che, in alcuni momenti di grazia, ci convince che non saremmo capaci di fare altro nella vita. Dopo il successo della serata ci si mette in moto per vendere lo spettacolo, ed è a questo punto che la grandissima maggioranza di queste esperienze trova la sua fine. Talvolta si riesce a fare un’altra replica o anche di più, ma più spesso tutto muore lì, tacitamente, senza che alcuno dei componenti abbia il coraggio di dire: <<Ragazzi, lasciamo stare>>.

Questo quadro può apparire desolante, e lo è, specialmente per chi lo vive e si trova a ripetere più volte questo percorso dall’entusiasmo all’abbandono sfiduciato. Eppure. Eppure in questi tentativi falliti, in questi abbozzi, sta una così gran parte della sopravvivenza del teatro e dello sviluppo di un artista, e insieme una forza invisibile che dà loro senso, indipendentemente dalla riuscita. Attraverso queste esperienze, infatti, si perpetua il desiderio, la necessità, la tanto ripetuta urgenza di comunicare attraverso il teatro, di raccontare delle storie. Queste creazioni, anche se fortunatamente non tutte, si perdono nelle difficoltà o nell’inesperienza (e del resto questa è per natura un’arte effimera). Tuttavia il Teatro, quel Teatro che attraversa i secoli e continua a parlare a chi lo ascolta, quel Teatro che forse mai come ora rischia di scomparire, trova in questi momenti la sotterranea linfa che lo salva e che farà sì che altre generazioni di giovani attori continuino a cercare, a provare, a resistere alla genericità e all’ignoranza.

 

po

 

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About Jacopo Zerbo

COLLABORATORE | Nato a Mestre nel 1986, milanese d’adozione, si diploma come attore teatrale alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano nel 2009. Ha lavorato, fra gli altri registi, con Jean-Claude Penchenat, Mimmo Sorrentino e Dario Fo, con cui ha anche collaborato alla scrittura di vari testi. Melomane di vecchia data, soprattutto pucciniano, è appassionato di storia napoleonica.

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