Calabria, la Madonna fa l'inchino al boss durante processione

Santi che s’inchinano ai boss

Pubblicato il Pubblicato in Human Rights, Politica ed Economia, Recenti

È sorprendente come la nostra sia la terra delle contraddizioni. Da un lato abbiamo Papa Francesco, più uomo di moralità che uomo di Chiesa, che per la Giornata Nazionale delle vittime di mafia, che si svolge il 21 Marzo, invita i mafiosi a convertirsi, pena l’inferno. E poi, ancora una volta, lo scorso Giugno, mentre era in visita in Calabria, dall’altare annuncia con parole durissime ma piene di realtà la scomunica ai mafiosi. Invece, dall’altra faccia della medaglia abbiamo le feste religiose. Già, le feste di Santi e Patroni, tradizioni folkloristiche che uniscono tutti, grandi e piccini, onesti e mafiosi. Ed è per questo che ad Oppido Mamertina, paesino della Calabria e in Provincia di Reggio Calabria, e dapprima sconosciuto a buona parte degli italiani, viene alla ribalta, citato e nominato in tutti i tg e le testate: durante la processione della Madonna, questa, ovviamente per opera dei Devoti, davanti la casa del boss locale, volge un inchino a quest’ultimo come per forma di rispetto. I membri locali delle forze dell’ordine, indignati, abbandonano la processione.

 

 

Non so cosa per i giornalisti abbia fatto più scalpore, fatto sta che nei giorni a seguire ci fu  un susseguirsi di Santi che si inchinano ai boss, come fosse una moda dell’ultimo momento. Salta fuori anche il precedente di Castellammare di Stabia, in Provincia di Napoli, dove per anni la statua del Patrono San Catello s’inchinava davanti la casa del vecchio boss Renato Raffone e nessuno diceva niente. Ed allora non è una tradizione giovane come lo scalpore che fa. Grazie alle confessioni di grandi pentiti, e soprattutto grazie al lavoro di grandi uomini che ne hanno indagato, oggi sappiamo che l’adesione all’associazione criminale Cosa Nostra ha un rituale da cerimonia di iniziazione: lettura di norme che sembrano, senza offesa, i dieci comandamenti. Per esempio: <<Non desiderare la donna di altri padrini>>; <<non uccidere altri padrini, se non per estrema necessità>> e così via. La cerimonia continua con il versamento di sangue, proveniente da un taglio che si infierisce sul dito indice della mano con cui si spara, su di un’immagine sacra che, poi viene fatta bruciare. L’iniziato fa saltare da una mano all’altra quest’immaginetta in fiamme, cercando di non farla spegnere il più possibile ed a lungo. Non c’è da sorprendersi se Chiesa e Cosa Nostra negli anni si siano fuse ed amalgamate nei piccoli territori.

Quella delle infiltrazioni mafiose nelle feste religiose non è una novità. Da anni, ad esempio, a Catania per organizzare la festa di Sant’Agata, è stato istituito un comitato per la legalità nell’organizzazione della stessa. Non sempre è facile riuscire a far rispettare l’assoluta trasparenza giacché, tornando a citare Catania, qui le candelore sono contese tra i due clan di spicco. È una cosa difficile da spiegare a parole, più che altro difficile da concepire. Oggi nell’era di internet, dove la mafia, grazie ai profili sui social network dei giovani padrini, che non riescono a sottrarsi neppure loro alla moda del selfie, sfoggiando i loro “lussi”, è diventata una Mafia 2.0.

908269_m1w456q75v2001_0508_Mafia_NEU_facebook
Il palermitano Domenico Palazzotto, nell’articolo del Daily Mail, basato sull’inchiesta dell’Espresso. La sconcertante traduzione del titolo: “Dalla omertà all’online. I boss della moderna mafia italiana rompono con la tradizione, sbandierando ricchezza e potere su Facebook. La mafia siciliana è nota per custodire in segreto le sue attività. Ma i boss di oggi si vantano online del loro lussuoso stile di vita”

Sembra strano che, paradossalmente, sia ancora ancorata ad usanze così arcaiche. Ma non è così. Dietro la devozione per queste feste sacre, c’è un giro economico fatto di offerte dei devoti e pagamenti dei commercianti, ed è per questo che l’illegalità si fonde con la spiritualità: non per un Santo qualsiasi, ma per il dio denaro. E quindi, per questo, nei preparativi e celebrazioni delle feste religiose di paese, oltre alla politica, alla Chiesa ed i comitati organizzativi, s’inserisce il comitato mafia. Nessuno si lamenta, nessuno mette in risalto l’infiltrazione mafiosa, fintanto che non se ne accorga qualcun altro. Proprio come è accaduto ad Oppido Mamertina. Se le forze dell’ordine non avessero abbandonato la processione nessuno avrebbe parlato di infiltrazioni mafiose nell’organizzazione della festa; nessuno sicuramente si sarebbe indignato. Nel pensare a questo “sacrosanto” legame che intercorre tra mafia e Chiesa, in mente mi torna una canzone di Carmen ConsoliA Finestra, che chiaramente descrive questo connubio: <<La domenica mattina dagli altoparlanti della chiesa a vuci ‘i Patri Coppola n’antrona i casi, trasi dintra l’ossa piccaturi rinunciati a ddi piccati di la carni quannu u riavulu s’affaccia rafforzatevi a mutanna. Quannu attagghiu di la chiesa si posteggia un machinone scinni Saro Branchia detto Re Leone Patri Coppola balbetta e ammogghia l’omelia cu tri paroli picchì sua Maestà s’ha fari a comunioni>>.

Il rapporto Mafia-Chiesa è molto di più, certamente, e non si ferma all’organizzazione delle feste patronali. Soltanto che, nelle piccole realtà è molto più ravvisabile. Nei piccoli paesi è ancora come nei film di Don Camillo e Peppone, in cui sindaco e parroco rappresentano le due grandi istituzioni del paese. Solo che al Sud, di istituzioni ce ne sono tre: il sindaco che, se non è già uno di loro, sicuramente vale quanto un due di coppe a briscola; il prete, molto spesso appartenente al genere di Don Abbondio; e poi c’è lui, il padrino. Come a Cinisi (in Provincia di Palermo), quando la processione si fermava sotto casa di Don Tano Badalamenti che si affacciava e dal balcone lanciava cento mila lire per devozione.

Siamo tutti devoti, ma a cosa? E soprattutto, a chi?

 

 

——————–

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

About Chiara Grasso

COLLABORATRICE | Classe 1991, studia legge presso l’Università degli Studi di Catania ed è militante nei GD. Il suo sogno è una Sicilia dove si possa respirare il fresco profumo della libertà, liberi dalle mafie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *