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Salò, o il disgusto di saperci schiavi

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Avviene spesso che sia un anniversario o una ricorrenza a fornire l’occasione per riprendere in mano o incontrare per la prima volta l’opera di un grande autore. E se da un lato dobbiamo essere riconoscenti a queste date commemorative (specialmente pensando che per molti giovanissimi sono magari l’unica occasione di sentir parlare di certi personaggi anche sui social network), questo esplodere di discussioni, circoscritte in un solo giorno o poco più, ci lascia l’amaro in bocca, come se le persone si ricordassero l’una dell’altra solo nei giorni dei rispettivi compleanni.

Quarant’anni fa moriva assassinato – in circostanze che, è quasi superfluo ricordarlo, sono ancora tutte da chiarificare – Pier Paolo Pasolini. Contro di lui, viene fatto di notare, si è accanito negli anni non solo il disprezzo di chi era, sia politicamente che culturalmente, avverso a lui e alla sua opera, ma anche una sorta di imbarazzata insofferenza da parte di numerose persone che, almeno teoricamente, stavano e stanno dallo stesso suo lato della barricata. Persone animate, come lui, da istanze di rinnovamento sociale, di attenzione verso chi soffre, e soprattutto da un rispetto assoluto per la cultura militante.

Eppure al nome di Pasolini in molti cominciano a tentennare con la testa, a stringere le labbra, con in cuore chissà quale oscuro desiderio di esprimere quel rifiuto che forse li imbarazza perfino concepire. Un ostracismo silenzioso, omertoso quasi, come dei parenti che prendono un bel respiro prima di parlare, se proprio devono, del nipote degenere. Un po’ come se Pier Paolo Pasolini fosse stato il ragazzo difficile della cultura italiana del Novecento. Come se fosse andato troppo oltre nella sua denuncia, tralasciando di attenersi a una sorta di fair play. E si sa che in politica, come in ogni sport, chi non si attiene alle regole viene prima ammonito, poi espulso.

È forse più a causa di questo fuoco amico che non delle critiche, aspre ma esplicite, dei suoi avversari, che l’opera pasoliniana non gode, soprattutto fra i più giovani, di quella piena diffusione che sarebbe infinitamente utile per una migliore presa di coscienza del mondo in cui viviamo. Perché se la società italiana è profondamente mutata dal 2 Novembre 1975, le dinamiche del potere rimangono le stesse. E di quel potere, del suo modo di logorare chi non ce l’ha, voleva parlare Pier Paolo Pasolini nel momento in cui si accinse a realizzare il suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Splendidamente restaurata dalla Cineteca di Bologna, tanto da essere premiata a Venezia come Miglior film Restaurato, quest’opera è tornata per qualche giorno nelle sale. E quando si presenta una delle rare occasioni di vedere un film come questo sul grande schermo, la sua collocazione naturale, è un peccato lasciarsela sfuggire. Stupisce, ai nostri giorni, scorrendo la programmazione dei film su internet, vedere accanto al titolo di uno di questi l’indicazione: V.M. 18. Vietato ai minori di diciotto anni.

Ma Salò è, indubitabilmente, un film particolarissimo, di visione non facile, una di quelle opere che provoca un vero e proprio disagio fisico in chi assiste. Tanto esplicite sono le sue immagini, tanto cruda e priva di eufemismi è la violenza da cui è interamente percorso. Probabilmente non faremo gran dispetto a chi ancora non l’ha visto dicendo brevemente l’argomento di questo capolavoro. Siamo negli ultimi due anni di guerra, nell’Italia del nord, dove i fascisti repubblichini avevano instaurato uno stato di anarchia del potere, per cui l’autorità poteva commettere praticamente qualunque cosa. Quattro maggiorenti (sarcasticamente individuati solo coi grotteschi titoli burocratici delle dittature: Eccellenza, Direttore eccetera), fanno rastrellare decine di ragazzi e ragazze, ne scelgono alcuni e con loro si chiudono in una villa, per abbandonarsi a un’orgia di pratiche sadiche e sodomitiche. La scabrosità del tema, l’annichilente potenza delle situazioni e delle immagini ha portato moltissimi ad affermare che questo film sia un’opera troppo controversa, auto-compiaciuta persino. Quasi che Pasolini, lucidissimo intellettuale, nella piena consapevolezza delle feroci rappresaglie che Salò avrebbe potuto costargli, potesse concepire l’idea di realizzare queste scene per puro divertimento personale.

Nell’intervista con Gideon Bachmann che precede questa versione restaurata, Pasolini dice di aver voluto descrivere nel film la mercificazione che il potere fa del corpo degli uomini. E di questo, non si può negare, ha restituito una rappresentazione agghiacciante, perfetta, quasi una radiografia della repressione del genere umano. Alcuni sostengono che a un certo Pasolini, e a questo film in particolare, bisognerebbe evitare in questi tempi di dare troppa risonanza, non solo perché certe opere sono considerate inadatte al pubblico di oggi, ma perché foriere (e questo lo affermano anche persone impegnate culturalmente) di una mancanza di speranza, di una visione ineluttabile, definitiva, che non lascia spazio a nessun pensiero positivo, che dia un motivo per andare avanti.

Ma per andare avanti è necessario prima guardarsi indietro, e poi guardarsi intorno. Non si può camminare con gli occhi rivolti al cielo. È vero, un film come Salò ci fa uscire dal cinema attoniti, violati, quasi fossimo stati noi le vittime di quelle inaudite violenze. La verità è che è esattamente così. Noi siamo le vittime di quelle violenze e di altre peggiori. Ma, in cerca di sempre nuovi motivi per andare avanti, non lo vediamo, o non lo vogliamo vedere.

Se per un attimo ci costringessimo a focalizzare lo sguardo sulla nostra situazione come individui, e ci rendessimo conto soltanto in minima parte della prevaricazione da cui, insieme ad altri miliardi di nostri simili, siamo quotidianamente violentati, proveremmo esattamente le stesse, identiche sensazioni di disgusto, incredulità e rifiuto da cui siamo invasi alla fine del film. E se il coraggio di reagire ci mancasse, senz’altro non potremmo più avere quello di tapparci gli occhi. Per questo un’opera come Salò è una pietra miliare, perché mette in azione al massimo grado la ragion d’essere della cultura: ci pone senza pietà davanti al modo in cui siamo costretti a vivere.

Ci tira a forza la testa fuori dalla sabbia. Il resto sta a noi.

 

 

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About Jacopo Zerbo

COLLABORATORE | Nato a Mestre nel 1986, milanese d’adozione, si diploma come attore teatrale alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano nel 2009. Ha lavorato, fra gli altri registi, con Jean-Claude Penchenat, Mimmo Sorrentino e Dario Fo, con cui ha anche collaborato alla scrittura di vari testi. Melomane di vecchia data, soprattutto pucciniano, è appassionato di storia napoleonica.

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