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Rodrigo Duterte: tra narcotraffico e geopolitica

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Si è appena concluso il vertice ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico) 2016 tenutosi a Vientiane (nel Laos) e le Filippine si sono certamente distinte come attrici protagoniste sia per le vicende relative all’ordine interno del Paese – con la recente dichiarazione di stato di illegalità da parte del neoeletto Presidente Rodrigo Duterte – sia per la tradizionale disputa territoriale con la Cina per il controllo del Mar Cinese Meridionale. Tra i temi del vertice segnati in agenda vi erano degli approfondimenti sull’integrazione, la cooperazione, la risoluzione delle controversie territoriali e la collaborazione con altri centri di sviluppo mondiale (in primis Stati Uniti, Cina, Russia e Unione Europea). In riferimento a quest’ultimo punto Duterte (1945), conosciuto come The Punisher, si è particolarmente contraddistinto per il suo tipico linguaggio pittoresco utilizzato per rivolgersi al Presidente degli USA Barack Obama, quando questi aveva espresso la propria preoccupazione per le esecuzioni extragiudiziali dei soggetti legati al narcotraffico filippino.

 

 

In risposta alla domanda di un giornalista locale che gli chiedeva cosa avrebbe fatto se Obama gli avesse chiesto conto delle politiche autoritarie e violente adottate dal suo Governo, Duterte aveva risposto intimando ad Obama di non interferire aggiungendo <<Devi essere rispettoso, non fare a casaccio domande e dichiarazioni. Figlio di puttana, ti maledirò al vertice. Ci crogioleremo nel fango come maiali se mi farai questo>>. Pur minimizzando la dichiarazione, gli Stati Uniti avevano cancellato l’iniziale incontro bilaterale previsto ai margini del vertice ASEAN per poi incontrarsi brevemente in occasione della cena di gala del vertice a seguito delle scuse ufficiali, come affermato dal Ministro degli Esteri filippino, Perfecto Yasay Jr. all’Associated Press. Da ricordare che Obama aveva cancellato un incontro prima d’ora solo nel 2013, con il Presidente russo Vladimir Putin in occasione dell’asilo concesso ad Edward Snowden, ex collaboratore della NSA (Agenzia per la Sicurezza Nazionale).

Le scuse ufficiali e la ricucitura diplomatica non potevano certo mancare verso un Paese come gli Stati Uniti, prezioso alleato delle Filippine che fino al 1946 erano una colonia americana dopo esser state sotto il controllo spagnolo fino al tardo Ottocento. Di fatto il Governo filippino gode storicamente dell’appoggio statunitense nella disputa territoriale con la Cina sul Mar Cinese Meridionale e, al contempo, si conta un sostanziale numero di soldati americani nel Paese finalizzato a sostenere la strategica presenza degli USA nella regione pacifica dell’Asia.

Proprio in occasione del vertice a Vientiane, Obama ha infatti ribadito che la decisione della Corte permanente di arbitrato dell’Aia – che a Luglio ha stabilito che Pechino non può vantare diritti storici sul Mar della Cina – va rispettata. Allo stesso tempo, il Governo filippino ha presentato al vertice alcune immagini satellitari che proverebbero la costruzione da parte della Cina di un’isola artificiale nel Mar Cinese Meridionale, smentendo le affermazioni ufficiali di Pechino. Un colpo di scena messo in atto poche ore prima dell’incontro tra i leader dell’ASEAN e il Premier cinese Li Keqiang. Le navi mostrate dalle immagini satellitari avrebbero il compito di trasportare sabbia e procedere alla costruzione dell’isola nella zona delle scogliere di Scarborough, rivendicate dalle Filippine. La Cina ha già costruito, peraltro, atolli artificiali nell’arcipelago delle isole Spratly e analoghe situazioni sulle scogliere di Scarborough fornirebbero alla Cina basi militari a soli 140 chilometri di distanza dall’isola filippina di Luzon. È importante sottolineare che la Cina continua a costruire isole artificiali in questa rotta – alquanto trafficata – sulla base di una considerazione: trattasi di acque territoriali interne, mentre Washington le ritiene internazionali.

Ricordiamo a questo punto che all’interno dell’ASEAN, nonostante gli interessi della cooperazione economica, non esiste una posizione comune su questioni geopolitiche fondamentali. Per quanto riguarda la controversia sulle acque del Mar Cinese Meridionale e le  isole Spratly, il Vietnam e le Filippine sono tradizionalmente contrari alle richieste della Cina; ma il Myanmar, il Laos e la Cambogia – che non sono coinvolti nella disputa territoriale – si rifiutano di sostenere la posizione dura sulle richieste cinesi. Gli USA, dal canto loro, pur sostenendo storicamente le Filippine si preoccupano principalmente di indirizzare gli sforzi diplomatici a contenere l’influenza economica e politica sul Partenariato Trans-Pacifico che coinvolge alcuni membri ASEAN: Brunei, Singapore, Malesia e Vietnam.

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Jennilyn Olayres accasciata di fianco al marito Michael Siaron, ucciso da un uomo armato a Manila e lasciato in mezzo alla strada con di fianco un cartello che recita: “Sono uno spacciatore” – 23 Luglio 2016

Dal punto di vista delle politiche interne, pur ottenendo il consenso della maggioranza della popolazione Duterte sta sempre più catturando l’attenzione negativa della comunità religiosa (83% dei 100 milioni di filippini è cattolico) e delle organizzazione umanitarie internazionali per la politica di violenta eliminazione di narcotrafficanti e consumatori di sostanze stupefacenti. Ad oggi si contano all’incirca duemila esecuzioni ed innumerevoli arresti di spacciatori e tossicodipendenti che, non trovando posto nelle sovraffollate prigioni (una delle carceri più sovraffollate è quella di Quezon – tra le città più urbanizzate delle Filippine, nell’area metropolitana di Manila – dove vivono 3.800 detenuti per una capacità di 800 persone) dopo essersi spesso consegnati volontariamente, vengono giustiziati sommariamente dagli squadroni della morte per le strade del Paese.

Le droghe maggiormente diffuse nelle Filippine sono le anfetamine – conosciute come shabu – e la cannabis, quest’ultima maggiormente consumata nelle zone rurali del Paese. Una stima del 2014 della Philippine Drug Enforcement Agency indicava una proporzione pari all’89% per il consumo di shabu e dell’8,9% per la cannabis. Prima di essere eletto Presidente, Duterte aveva lavorato come avvocato e si era guadagnato il (già citato) soprannome di The Punisher grazie alle politiche autoritarie e di repressione intraprese per circa ventitré anni, con l’incarico a Sindaco nella città meridionale di Davao. Nella sua campagna presidenziale promosse ulteriormente la sua campagna di violenta repressione del consumo di droga prospettando la reintroduzione della pena di morte tramite impiccagione e ancora le ricompense in denaro per la consegna di salme di spacciatori – garantendo peraltro l’immunità delle forze di sicurezza per i reati commessi anche una volta terminato l’incarico. Col suo linguaggio colorito aveva inoltre prospettato l’esecuzione di centomila persone destinate ad ingrassare, successivamente, i pesci della Baia di Manila.

Decisamente poco effetto sembra avere pure il ricorso presentato da Human Rights Watch, Stop AIDS Alliance – International HIV/AIDS Alliance insieme con oltre trecento organizzazioni a difesa della società civile, inviando una dichiarazione congiunta all’International Narcotics Control Board (INCB), l’apposito ufficio della Nazioni Unite, e ancora l’UN Office on Drugs and Crime (UNODC), chiedendo una pubblica condanna. Duterte ha già espresso la sua opinione riguardo al mandato delle Nazioni Unite: <<Fuck you UN, you can’t even solve the Middle East carnage… couldn’t even lift a finger in Africa [with the] butchering [of] the black people. Shut up all of you>>.

Tuttavia una recente svolta è avvenuta lo scorso 2 Settembre, quando un attacco terroristico nella città di Davao (in occasione della visita del Presidente filippino) ha causato 14 morti e 71 feriti. Duterte ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale – appena inferiore alla legge marziale – aumentando conseguentemente il potere d’azione dell’esercito affiancandolo alla polizia in compiti precedentemente esclusivi di quest’ultima, tra i quali il pattugliamento di aree urbane, le perquisizioni, l’imposizione dei coprifuoco e l’istituzione di check-point. L’attentato è stato rivendicato da Abu Sayyaf, un gruppo terrorista attivo dal 1991 (dopo la scissione dal Fronte di Liberazione Nazionale Moro) in lotta per la creazione di uno Stato islamico nella Regione meridionale.

Mentre Duterte ha affermato che tale provvedimento serve a contrastare il diffuso stato di illegalità, causato dalla congiunta presenza di gruppi terroristici e della criminalità, la comunità internazionale teme una svolta autoritaria ed un’ulteriore riduzione delle libertà civili dal momento che tale manovra offrirebbe al Presidente filippino l’effettiva possibilità di completare la propria guerra totale al narcotraffico. Autoritarismo che Duterte ha peraltro onorato, elogiando il Dittatore Ferdinand Marcos (19171989) e trasferendo le sue spoglie nel cimitero degli eroi di Manila.

Certo è che l’attentato del 2 Settembre ha rappresentato un attacco personale a Duterte, essendosi svolto in un luogo a lui caro e tuttora a lui legato dal momento che la figlia Sara ne è attualmente il Sindaco. Inoltre, viene così compromesso un processo di riappacificazione iniziato dal Governo con i gruppi islamici e che prevede l’emanazione della Bangsamoro basic law entro Luglio 2017, al fine di istituire un territorio autonomo musulmano all’interno di una federazione. Sarà interessante, ora, assistere all’offensiva di Duterte al gruppo Abu Sayyaf – di impronta Is – nonché la risoluzione della questione musulmana che da vent’anni tiene in scacco un Paese a stragrande maggioranza cattolica, all’interno di un territorio alquanto circoscritto. Nel frattempo, a conclusione dell’ASEAN, Obama ha sollecitato ad una guerra giusta nei confronti del narcotraffico.

Sarà solo una questione di tempo, per vedere se e chi nella comunità internazionale solleverà un’azione correttiva/risolutiva all’interno di un contesto geopolitico delicato come quello delle Filippine.

 

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Detenuti dormono a terra, in un campo da basket all’aperto, nel carcere di Quezon – 21 Luglio 2016

 


 

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About Karin Nardo

REDATTRICE | Classe 1987, con doppia cittadinanza italiana e slovacca. Ha lavorato per diverso tempo come analista in un'impresa multinazionale ad Atene dopo essersi laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università degli Studi di Trieste ed aver conseguito un master in Advanced International Relations presso la Diplomatic Academy a Vienna, dove ha anche svolto dei tirocini presso diverse organizzazioni internazionali. Precedentemente Corrispondente dalla Grecia, da quando si è trasferita a Roma e successivamente a Budapest scrive su temi di geopolitica.

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