joseph_mallord_william_turner_081

Come “rispolverare” la quotidianità, tra estasi e opere d’arte

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Pathos, Recenti

Quante volte ti sarà capitato di pronunciare frasi del tipo: «Mi sono perso in questo dipinto», o ancora: «Leggendo questo libro non mi sono accorto che si è già fatta mezzanotte»? Tante, sicuramente. O, perlomeno, così ti augurerei.

Arthur Schopenhauer (1788-1860) è stato uno dei più importanti filosofi tedeschi del XIX secolo
Arthur Schopenhauer (1788-1860) è stato uno dei più importanti filosofi tedeschi del XIX secolo

Ma come può essere possibile immergersi totalmente in un’opera d’arte, tanto da perdere ogni cognizione spazio-temporale? Non è così scontato che accada, dato il perenne stato di sovrastimolazione sensoriale nel quale viviamo l’attimo presente. Fermarsi uno, due, tre, dieci secondi a contemplare un dipinto, “perdere” una o due ore a leggere un romanzo, mettersi gli auricolari ed ascoltare l’intera discografia di un gruppo, prendersi una serata per assistere a una commedia teatrale, sono solo alcuni degli innumerevoli esempi che potrebbero essere addotti per introdurre il fenomeno della cosiddetta estasi artistica. Fenomeno che, ahimè, a breve potrebbe rientrare tra le specie in via d’estinzione. Non si ha «tempo da perdere» con «queste cose»; per molti, perfino buttare la pasta nell’acqua ha la priorità sulla lettura di dieci pagine del proprio libro preferito – sempre che se ne abbia uno.

«Il piacere estetico consiste in gran parte nel fatto che, immergendoci nello stato di contemplazione pura, ci liberiamo per un istante da ogni desiderio e preoccupazione». Queste celeberrime parole del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer (17881860) illustrano perfettamente la fenomenologia dell’estasi artistica: il soggetto, contemplando l’opera, dimentica la sua particolarità e, in primis, volontà. Raggiungendo questo stato di noluntas, ovvero negazione della volontà stessa (la quale genera dolore e sofferenza nell’individuo), si può momentaneamente obliare tale perenne ma caratteristica condizione dell’essere umano. Questo, tuttavia, non esclude che, terminata la contemplazione, se ne venga nuovamente inghiottiti. L’arte riesce dunque, per usare termini spicci, a “farci stare bene”; è un fugace ma piacevole acquietamento di ogni ansia e preoccupazione.

Lo stato estatico, inoltre, permette di colmare quell’impercettibile – ma abissale – distanza che normalmente si instaura tra fruitore e opera d’arte. Il soggetto non può materialmente divenire tutt’uno con la pagina scritta, la tela dipinta, la nota impalpabile; può tuttavia trascurare la propria singolarità affinché i limiti immateriali tra soggetto e oggetto si attenuino momentaneamente e infine cedano, così che divenga impossibile distinguere il termine dell’uno e il principio dell’altro.

«Tra libro e lettore si deve instaurare una relazione» disse una volta, a lezione, una mia professoressa. A mio avviso, si potrebbe generalizzare e affermare che «tra opera d’arte e fruitore si deve instaurare una relazione», ma questa relazione dev’essere poi superata per favorire una completa fusione tra soggetto e oggetto.

Per giudicare un’opera d’arte, aveva già precisato un noto connazionale di Schopenhauer, il filosofo Immanuel Kant (17241804), bisogna prescindere da tutto ciò che è fattuale, materiale, dall’empiria insomma. Solo così si può realmente cogliere la bellezza di un’opera d’arte in maniera intuitiva, senza sforzo concettuale, che precluderebbe invece l’accesso allo stato estatico. Bellezza e conoscenza non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra, in quanto la seconda presuppone l’utilizzo della ragione. La ragione, però, è totalmente bandita dalla sfera estatica. Ci sono cose (come l’Uno di plotiniana derivazione) che non possono – e non devono! – essere comprese intellettualmente. Una di queste è, oserei dire, proprio l’arte.

laocoonte-musei-vaticani-opere-roma
Laocoonte e i suoi figli, conosciuto anche come “Gruppo del Laocoonte”, marmo, copia dell’originale greco datato ca. 200 a.C. e ritrovato nel 1506

Un esempio lampante, quasi scontato, possono essere i dipinti di William Turner (Ombra e tenebre. La sera del diluvio, Tramonto, solo per citarne alcuni), in cui i soggetti possono solo essere intuiti, dal momento che non hanno contorni delimitati. La mente non riesce a individuare tali limiti, ma deve isolarsi dalla sensibilità e divenire tutt’uno con le sinuose pennellate dell’artista, entrando in uno stato di momentanea ma gradevole noluntas. Si pensi poi alla scultura, caratterizzata proprio dal limite, tangibile addirittura, e che tuttavia, spesso, come avviene nella Maddalena penitente di Donatello o nel gruppo scultoreo del Laocoonte, abbandona ogni netta definizione, rendendo visibile questo processo di fusione dello spettatore con l’opera d’arte.

Certo, si potrebbe obiettare, è facile accettare la necessità di sospendere la ragione nel contemplare un dipinto o una scultura, o ascoltando una canzone, ma… come non comprendere razionalmente una poesia, ad esempio? Come comportarsi nei confronti della metrica e delle figure retoriche (basti pensare al ridondante Neoclassicismo delle Odi di Giuseppe Parini, o a Dei Sepolcri di Ugo Foscolo), che concorrono, secondo i rispettivi autori, alla bellezza e armonia dell’opera stessa?

Ad un’analisi più attenta, si possono distinguere due “livelli” di comprensione (non solo nell’ambito della poesia, ma in qualsiasi manifestazione artistica): un primo livello, in cui razionalmente possiamo comprendere solo l’aspetto formale del componimento – come notare solo il contorno delle figure di un fumetto senza vederne i colori. I colori – il contenuto dell’opera – possono essere colti solo se ci si spoglia del mezzo (la formastile dell’artista). Ecco che, in questo secondo livello, ci si immerge in una poesia o in un libro così come in un dipinto o un gruppo scultoreo.

Una delle molteplici interpretazioni che si possono avanzare è, dunque, dell’arte come interruptio curarum, soave sospensione di ogni preoccupazione e inquietudine; sarebbe opportuno che quest’effetto benefico, noto ormai solo a pochi amanti del genere, venisse riscoperto dall’uomo moderno “in massa” – per utilizzare un termine piuttosto compromesso e stratificato – affinché molti dei turbamenti quotidiani, futili o meno che siano, vengano, seppur temporaneamente, alleviati e riconosciuti per quel che realmente sono.

Come avrebbe icasticamente detto un artista qualunque, Pablo Picasso: «l’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni».

 

Donatello, Maddalena penitente, 1455-56, legno, Museo dell'Opera del Duomo, Firenze.
“Maddalena penitente” (1455-56) di Donatello, legno – Museo dell’Opera del Duomo, Firenze

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Beatrice Furini

REDATTRICE | Classe 1996, originaria di uno sperduto paesino della brumosa Pianura Padana, dove ha lasciato il cuore, frequenta ora la triennale di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. Irriducibile sognatrice, viaggia per scoprire e scoprirsi. Scrive per necessità e non smette mai di meravigliarsi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *