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Riforma del Senato: un agguato alla nostra democrazia?

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costituzione_interna-nuova1Ci siamo: il voto finale del ddl costituzionale S. 1429-B – Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione – è fissato a Martedì 13 Ottobre. Il verdetto giunge dalla riunione dei Capigruppo del Senato della Repubblica, su proposta della seconda carica dello Stato Pietro Grasso. Presentato dal Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi e dal Ministro per le Riforme Costituzionali e i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi, il disegno di legge che ha esordito l’8 Agosto 2014 (approvato, in sede di prima deliberazione, dal Senato) dopo più di un anno, numerose letture e milioni di emendamenti presentati (soltanto la Lega Nord ne ha depositati 85 milioni negli ultimi giorni: un vero guinness per quel furbetto di Roberto Calderoli), sembrerebbe giunto al capolinea. Una riforma mastodontica, dato che gli articoli costituzionali che vanno sostituiti (totalmente o per singoli commi) o abrogati sono più di una cinquantina, per via dei 41 articoli con cui il ddl è declinato. Le maggiori revisioni si concentrano nei Titoli I (Il Parlamento), II (Il Presidente della Repubblica), III (Il Governo) e V (Le Regioni, Le Province, I Comuni) della Parte Seconda (Ordinamento della Repubblica) presente nella carta costituzionale.

Una vera mission del Governo, sin da quando il Premier correva per il ruolo di Segretario del Partito Democratico nelle ultime due Primarie nazionali: ciononostante, un vero rebus per elettori ed esperti di diritto costituzionale, che bocciano ad unisono l’iter avviato dal Ministro Boschi e la coalizione di maggioranza in Parlamento. Un endorsement mai scontato, ricco di colpi di scena e dietrofront improvvisi per quella che viene definita <<la madre di tutte le riforme>>.

Ma usciamo dai cavilli, per concentrarci sul merito della questione: tra trittici di correzioni e ripensamenti, come cambierà – effettivamente – il Senato?

 

– Verrà superato il bicameralismo perfetto, differenziando le funzioni tra Camera dei Deputati (unica vera camera che manterrà il rapporto di fiducia con il Governo) e Senato della Repubblica (riduzione dei seggi, da 315 a 100 componenti, 95 provenienti dai Consigli Regionali e 5 – non più senatori a vita, dalla durata non rinnovabile di 7 anni – nominati dal Capo dello Stato) ;

Elezione diretta del Senato, tramite i Consigli Regionali ;

Vincolo di mandato, <<[…] in ragione dell’esercizio di funzioni di Governo Regionali e Locali>>, ovvero potranno risiedere in Senato fino alla scadenza dei loro incarichi nelle vesti di consiglieri regionali ;

– I nuovi senatori godranno dell’immunità parlamentare: 100 consiglieri regionali, dunque, usufruiranno dello stesso privilegio riservato ai deputati ;

Abolizione dell’indennità per i membri del Senato ;

Da sinistra verso destra: il Ministro per le Riforme Costituzionali e i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi e il Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi

– La competenza legislativa normale ricadrà interamente a Palazzo Montecitorio: Palazzo Madama, invece, avrà competenze in leggi  specifiche (ad esempio, costituzionali). Qualora un testo venisse modificato in Senato, non tornerebbe più alla Camera ;

– Saliranno a 150 mila (precedentemente erano previste 50 mila) le firme necessarie per la presentazione di leggi di iniziativa popolare; viene ideato il referendum propositivo e d’indirizzo (da accostare a quello abrogativo) ;

“Corsia preferenziale” del Governo, con ddl ritenuti come <<essenziali per l’attuazione del programma di Governo>>, salvo alcune materie come riforme elettorali e trattati internazionali ;

– Soltanto la Camera dei Deputati avrà il potere di deliberare lo stato di guerra e conferire al Governo i poteri necessari ;

– Soltanto la Camera dei Deputati potrà conferire o rimuovere la fiducia al Governo ;

– Verrà soppresso il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) ;

Abolizione delle Province: più poteri del Governo sulle Regioni, con clausole di supremazia per la tutela dell’unità nazionale; lo Stato centrale avrà la facoltà di commissariare Regioni ed enti locali in grave dissesto finanziario. Riforma del Titolo V della Costituzione. Ulteriori poteri sostitutivi del Governo sulle Regioni e gli enti locali, in caso di necessità .

 

Questi sono i punti che, a primo impatto, delineano la riforma targata PD. Un Senato composto da consiglieri regionali, eletti per ben altre funzioni e che una volta tanto andranno a presiedere riunioni spicciole, con compiti di poca rilevanza. De iure i cittadini voteranno i senatori ancora per via diretta, ma de facto non sarà più così: saranno le Regioni a scegliere chi mandare a Roma tra le proprie fila, conferendo loro il doppio ruolo. Considerando gli scandali consumati proprio dagli enti locali in questi ultimi anni, l’assetto istituzionale che va delineandosi può essere considerato una buona soluzione per rappresentare al meglio i cittadini? E’ giusto garantire l’immunità a dei consiglieri regionali? Emergono molte perplessità e poche certezze, come l’effettiva dipendenza del potere legislativo a quello esecutivo. La statalizzazione, le corsie preferenziali e l’Italicum (che garantisce una maggioranza solida in Parlamento; prevede ancora, parzialmente, il listino bloccato) possono diventare delle potenti risorse per il Governo, che vede così ampliate le sue funzioni e con più determinazione rispetto a prima.

Una domanda, quindi, sorge spontanea: l’Italia sta perdendo “pezzi di democrazia”? La madre di tutte le riforme avvicina realmente gli italiani alla politica, in una fase storica in cui l’economia traballa e la società percepisce una forte distanza dai corpi istituzionali? Non era forse meglio – a questo punto – abolire totalmente il Senato, piuttosto che denigrarlo fino a tal punto e con soggetti politici votati per fare ben altro? Avremo realmente superato il bicameralismo perfetto, o forse avremo ulteriormente deperito la nostra facoltà di scelta? E’ giusto ricordare, comunque, che l’art. 138 Cost. prevede la maggioranza dei 2/3 per le leggi di revisione costituzionale: qualora si raggiungesse una più semplice maggioranza assoluta, il Governo potrebbe/dovrebbe indire un referendum confermativo popolare. In sostanza, saremmo noi cittadini a decidere le sorti di questa Riforma.

Una vera matassa, insomma. O meglio, come ha dichiarato il Direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio qualche giorno fa, in un noto talk-show politico:

<<Riforma Senato? Passiamo dal bicameralismo perfetto a quello incasinato. Famolo strano>>.

 

 

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