In Herat, Afghanistan, Thursday, Jan. 24, 2014. (2014©Pier Paolo Cito)

Reporter: quando la libertà di stampa è solo un’espressione e niente più

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Mia nonna mi ripete sempre: <<I fiori si regalano ai vivi, non ai morti!>>che tradotto significa: ricordati delle persone quando sono vive, quando puoi parlarci o passarci del tempo o semplicemente conoscerle, è inutile ricordarsi di loro quando ormai sono morte.

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Horst Faas (1933-2012) è stato un fotografo tedesco, vincitore di due Premi Pulitzer per le sue foto sulla guerra del Vietnam

Mia nonna ha dannatamente ragione. Ecco perché mi sento un po’ in colpa a rendere solo ora omaggio e a cercare di ricordare dignitosamente i fotografi, i fotoreporter e i reporter che hanno perso la vita nel 2014 mentre stavano lavorando in Paesi martoriati da guerre civili, crisi politiche o dittature. Mi dispiace parlare di loro, del loro appassionante lavoro dopo la loro morte, perché rima di queste tragedie essi esistevano, lavoravano, denunciavano le storture ma anche le speranze di un popolo che filmavano, fotografavano e conoscevano perché ormai avevano le “mani in pasta”. Ora mi limiterò a raccontare il percorso di alcuni di loro, di quelli le cui storie mi sono venute in mente con prepotenza mentre cercavo la giusta ispirazione per questo articolo. Voglio aprire questo tentativo di memoriale con la fotografa tedesca Anja Niedringhaus, 48 anni, uccisa il 4 Aprile 2014 da un poliziotto afghano vicino al confine con il Pakistan. I suoi reportage  per l’Associated Press attraversano le terre del Kuwait, della Turchia, dell’Iraq, dell’Afghanistan, di Gaza, osservando attentamente le evoluzioni di ciascun Paese e puntando il suo obiettivo fotografico su attimi di quotidianità pacifica come un bambino che fa volare il suo aquilone o un padre che trasporta su un motorino sbilenco i suoi numerosi figli o su attimi di tensione come un soldato che fa la ronda con il suo fucile in mano.

 

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Anja Niedringhaus (1965-2014), è stata una fotoreporter tedesca

 

Ora capisco perché nel 2005 la fotografa tedesca ha vinto il prestigioso premio Pulitzer: ha lasciato che le sue foto raccontassero quello che i suoi occhi vedevano in una maniera così coerente e lucida da immortalare nient’altro che la realtà nel suo bene e nel suo male. In Afghanistan stava seguendo il corso della campagna elettorale e come gli afghani si stavano preparando al voto quando è stata raggiunta dai proiettili dell’arma impugnata da un poliziotto integralista. La giornalista canadese che stava accompagnando Anja durante il suo reportage è stata ferita, ma adesso è fuori pericolo. Le ultime foto scattate dalla fotografa tedesca non tradiscono la sua passione per il suo lavoro e il suo affetto per il popolo afghano che, grazie alle sue foto, è entrato nelle nostre case.

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Camille Lepage (1988-2014), è stata una fotoreporter francese

Da una fotografa tedesca ad una fotoreporter francese di 26 anni: questa è la storia di Camille Lepage, uccisa durante i combattimenti nella Repubblica Centrafricana, in cui la donna si trovava per realizzare un reportage sulla drammatica situazione di guerra civile che sta colpendo da tempo il Paese. Come Anja Niedringhaus, Camille Lepage credeva nel suo lavoro e  perciò cercava sempre di intrappolare nelle sue foto il lato umano dei suoi soggetti come i profughi sudanesi o centrafricani, catturando anche quei riti quotidiani che appaiono nei loro occhi come una conquista dopo giorni di scontri e violenze. Camille voleva denunciare l’insostenibile situazione di guerra civile che stava divampando nella Repubblica Centrafricana e i suoi tweet e la sua ultima intervista esprimono la sua rabbia nel vedere territori bellissimi distrutti dai colpi di arma da fuoco e con estrema sincerità osservava come la logica dei soldi stava guidando la guerra di cui era testimone e di cui è stata purtroppo vittima.

 

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Andrea “Andy” Rocchelli (1983-2014), è stato un fotoreporter italiano, fondatore di Cesuralab

Il Consiglio di Sicurezza ONU ha condannato l’omicidio della giovane fotoreporter e ha affermato che i giornalisti che operano nelle zone di guerra vanno protetti. Ma se un governo non vuole che il mondo veda quanto il suo Paese stia soffrendo farà di tutto per mettere a tacere chi ha una macchina fotografica o una telecamera puntata su di lui. Lo ha saputo bene e a sue spese il fotoreporter italiano Andrea “Andy” Rocchelli, ucciso da un colpo di mortaio assieme al traduttore russo Andrei Mironov, mentre si trovava a Sloviansk, zona dell’Ucraina territorio di scontro tra esercito regolare e separatisti. Andy si trovava nella regione di Donetsk  per raccontare attraverso le sue foto una guerra civile nel cuore dell’Eurasia e le sue foto mostrano il rosso sanguigno che macchia la neve di un bianco non più immacolato, gli scontri di piazza Maidan, le violenze fratricide, la paura negli occhi degli sfollati che si nascondono in un rifugio che prima era una dispensa. Il fotoreporter piacentino aveva fondato assieme ad altri fotografi un collettivo fotografico Cesura, che raccoglie documentari in difesa dei diritti umani realizzati durante la Primavera Araba, in India e poi in Ucraina, le cui foto documentano il cambiamento di una rivoluzione non più in mano ai giovani, ma in quelle di mercenari e politici.

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Simone Camilli, morto all’età di 35 anni, è stato un giornalista e fotoreporter italiano

Da un fotoreporter piacentino ad un videoreporter romano: Simone Camilli, 35 anni, ucciso a Gaza mentre alcuni uomini palestinesi stavano cercando di disinnescare un ordigno israeliano la cui esplosione ha provocato la morte di tutti i presenti. Simone aveva il Medio Oriente nel cuore, attraverso i suoi video lasciava che le immagini parlassero da sé,che i palestinesi comunicassero al mondo che è stanco delle prepotenze di Israele e del silenzio dell’Occidente, che  la Palestina mostrasse il suo volto ferito e lacerato mentre piange la morte dei suoi figli. Come Anja, anche Simone collaborava con l’Associated Press e come la fotografa tedesca e Camille e Andy riteneva che i destinatari dei suoi reportage dovessero vedere la realtà dei fatti, che fosse l’addestramento dei peshmerga curdi per combattere contro la nuova minaccia mondiale, l’Isis,  sia che fosse il dolore dei sopravvissuti al naufragio della Costa Concordia. Per Simone l’importante era raccontare una storia vera e priva di ogni discriminazione razziale o ideologica. Un maestro di storia di Gaza ha voluto ringraziare Simone attraverso una lettera, omaggiando la sua umanità che lo ha spinto a raccontare le sofferenze del popolo palestinese  e ricordando il suo coraggio per essersi spinto fin là, fino a quelle terre dimenticate da Dio per dare dignità alle storie che si rincorrono lungo la Striscia di Gaza. Secondi i dati dell’organizzazione no profit Reporters Without Borders,  da Gennaio ad Agosto sono 44 i giornalisti uccisi nel mondo, l’ultimo è stato lo statunitense James Foley, barbaramente uccisi dall’Isis che voleva mandare un messaggio d’impatto agli USA; spesso l’appello dell’ONU a difende la libertà di stampa non è sufficiente ad evitare questi assassinii (solo in Honduras sono stati uccisi nel 2014 sette giornalisti che si battevano per i diritti umani), perché certe verità è meglio che siano insabbiate e portate direttamente nel dimenticatoio.

 

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James Foley (1973-2014), è stato un giornalista e fotoreporter statunitense

 

Per concludere, il mio appello è quello di difendere le cause delle varie organizzazioni no profit come quella sopra citata o anche di Amnesty International per chiedere più protezione nei confronti dei giornalisti, dei reporter e dei loro assistenti ed infine vi chiedo di commemorare Anja, Camille, Simone ed Andy  e gli altri reporter scomparsi osservando e informandovi sui loro lavori, testimonianza del loro significativo passaggio su questo mondo.

 

 

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About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Attualmente vive in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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