La-scelta-delle-scarpine-Ph.Irene-Rizzotti

Recensione alla silloge poetica “Lasciami danzare” di Gabriella Valera Gruber

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Recenti, Zibaldone
Gabriella Valera Gruber (1946) è una poetessa e docente italiana presso l'Università degli Studi di Trieste - © Piero Guglielmino
Gabriella Valera Gruber (1946) è una poetessa e docente italiana presso l’Università degli Studi di Trieste – © Piero Guglielmino

Da sempre la danza, con i suoi ritmi lenti o frenetici, ricchi d’estro o stereotipati, accomuna popoli di etnie differenti, insediati nelle zone più ridenti e ospitali, oppure estreme della superficie terrestre. Questa disciplina artistica, particolarmente cara sia alle genti primitive, sia alle civiltà classiche, ancora oggi sembra irradiare un’aura di sacralità presso quei popoli che adottano uno stile di vita primordiale. Ma, a ben guardare, l’atmosfera ieratica pervade anche varie danze, di spiccato tenore popolare, in uso nelle diverse Regioni d’Italia (e, certamente, anche negli altri territori europei ed extraeuropei dato che, nonostante le dissomiglianze notevoli, esiste un substrato culturale comune). La danza, che riesce dunque a coniugare mirabilmente passato e presente, sacro e profano, individualità e collettività, sembra rappresentare l’anello di congiunzione tra l’intimo e l’esteriorità, l’ego e la coralità, sembra fungere da trait d’union tra l’etereo e il tangibile, l’universo emozionale e l’universo corporale.

Esattamente come la poesia. Perché queste forme artistiche sono le due facce di una stessa medaglia: cambia soltanto il mezzo di espressione. La danza è un poetare che si esprime attraverso il corpo, la poesia è una danza che si estrinseca tramite i versi. Entrambe sono disvelamento della parte più autentica dell’essere umano, atto consolatorio, confronto e fusione col mondo circostante e scintille di magia ancestrale. Ed è proprio questo ciò che Gabriella Valera Gruber vuole comunicare attraverso la silloge Lasciami danzare di chiara impronta autobiografica. Nell’antologia poetica l’atto simbolico del danzare, simmetricamente al versificare, diventa correlativo oggettivo di libertà, espressione senza filtri del subconscio, rivendicazione della propria unicità. Mentre si accingeva a plasmare in versi il suo microcosmo, l’autrice si è trovata davanti a un bivio: custodire nella teca dell’anima il proprio sentire, oppure manifestarlo, fissarlo attraverso una danza di parole poetiche. Ma ha rapidamente preso coscienza del fatto che il background emotivo e la sua manifestazione non vivono necessariamente in un rapporto dicotomico, non formano una coppia ontologicamente oppositiva. Ed ecco che il bagaglio emozionale, intenso e multisfaccettato, che ingloba il trascorrere degli anni, pur con ritrosia dovuta al desiderio di riservatezza, è riuscito a spazzare gli argini eretti dalla timidezza e a fluire e poi traboccare in una danza simbolica, che metaforicamente rimanda al movimento delle parole che si assiepano nelle pagine, per trasformarsi in componimenti poetici. Il leitmotiv della silloge è costituito, dunque, dall’esternazione del mondo interiore della poetessa e, soprattutto, dall’autorivelazione dell’io poetante. Perché gli artigiani dei versi scrivono per confessarsi e raffrontarsi con la pluralità di voci in ascolto ma, in primis, per conoscere se stessi, in fieri. Sospinti quasi da un’esigenza catartica. O, forse, da l’irresistibile richiamo del «γνῶϑι σεαυτόν» (conosci te stesso).

Gabriella Valera, da scrupolosa auto-osservatrice, bisognosa di certezze (o, per lo meno, di chiarificazioni) in merito alla propria essenza, decide di indagare e poi discernere la propria origine metafisica da quella terrena, corporea: «Sono nata da un incantamento, / da un sortilegio / che unì sostanza pura e cenere». E la magia, incastonata nella danza e nella poesia, sembra emergere e pervadere questi versi che fanno da incipit alla biografia poetica. Lasciami danzare accoglie componimenti che spaziano dai ricordi trasfigurati alle riflessioni sul senso della vita, dalla compassione e dall’immensa tristezza per la morte di bimbi innocenti agli elementi della natura, dall’amicizia al sogno che, in dissolvenza, sconfina nella realtà, dalla concezione di un dio imperscrutabile al dialogo con Dio, dall’essenza della felicità alla solitudine e al disagio sociale. Un posto particolare occupa l’amore, inteso come sentimento onnipervasivo, come porto sicuro, come scoperta inesausta dell’altro, specchio di sé. L’amore come certezza incrollabile, passepartout per il resto dell’esistenza, l’amore romantico, l’amore ad ampio spettro, l’amore per le persone care che non ci sono più, pregno di malinconia o di profonda tristezza. Ma il sentimento nobile per eccellenza è inscindibile dal dolore, giacché si interfacciano su spazi comuni in quanto dilatazioni del linguaggio del cuore: «Con la stessa voce ho cantato / il dolore e l’amore» (Se mi chiedi perché). Ma il fardello della sofferenza, generato dalla crudeltà verso gli indifesi, spesso è troppo gravoso e fa sanguinare la psiche ma apre, tuttavia, un varco di silenzio consolatorio, accarezzato dalla tenerezza per gli innocenti: «Perché, / se la bellezza dei bambini / e la bontà intrinseca dei nomi / oltrepassa il moro dello scempio, / il dolore raccolto / si addensa e tace» (Il muro dello scempio – [Attentato in Israele]). La voce della scrittrice, aggraziata e pregna di umanità, si eleva ancora una volta e canta l’afflizione per altre morti strazianti e versa lacrime di parole. Eppure la compassione, condensata nella profonda condivisione del dolore e del pianto, sembra mitigare gli effetti della crudeltà del massacro: «Vorrei cullarvi con la musica di Mozart / perché, oggi, / vi hanno sgozzato, / bimbi più belli degli angeli / con il viso ancora rigato / da una lagrima di sangue. / … / Restate nei miei pensieri, / bimbi di un’altra gente, / perché io possa ascoltare una musica / e piangervi» (Bimbi di un’altra gente [Massacro in Algeria]). La presenza poetica dei fanciulli ricorre più volte nell’antologia, poiché l’anima di Gabriella Valera è bambina e si tormenta e piange per il sangue innocente versato, ma ha anche la capacità di stupirsi e di gioire per la bellezza della natura, con gli occhi puri e cristallini tipici dei bambini.

Lasciami danzare (2001)
Lasciami danzare (2001), edito da L’Autore Libri Firenze

Nel subbuglio emotivo (che cerca sempre la stasi e tende all’armonia e alla compostezza formale), l’autrice getta un ponte dall’io alla collettività con una sapiente combinazione tra sentire e raccontare. E lì, dove realtà e incanto, memoria e visione si fondono, la scansione temporale segue un corso atemporale in cui spazio e tempo si incontrano su binari sincroni e il futuro è già presente e il presente diventa eco e nostalgia di un passato vivo o già dissolto, mentre il sogno abbraccia l’universo tangibile. L’io poetico oscilla tra individualità e coralità, tra mestizia, angoscia e meraviglia per la bellezza del creato, tra serenità e tormento placato dalla speranza. L’armonia dei suoni della natura fa da contraltare al silenzio, che diventa ora sinonimo di malinconica riflessione e di percezione della caducità della vita, ora sottofondo d’ascolto, musica per soliloqui, ricettacolo di immagini sopite, sciabordio inconsistente che ritma i pensieri. E il mistero delle parole, che riecheggiano il tacere, si fa alchimia di reciprocità: «Posso chiedere d’amarti? / – disse. / E l’aria, sconosciuta, / ebbe un fremito» (Posso chiederti d’amarmi?). Lungo l’excursus versificatorio c’è estrema delicatezza anche nel trattare tematiche che scavano la coscienza e ci mettono di fronte alla diversità, a un’umanità ritenuta di secondo ordine, nella quale i colori nebulosi della disuguaglianza si uniscono a fotogrammi di vita reale, in una tavolozza di apparenza che cede il posto alla vera natura dell’essere, lontano dai clamori dei giudizi discriminanti e taglienti: «Raccolgono parole / come avanzi d’un pasto insolito / di cui ringraziano / con grandi inchini. / Poi / si abbandonano / e, senza ricordare / quello che furono, / cercano l’amore» (Umanità “minore” [Carnevale in un centro di salute mentale]).

La spiccata sensibilità della poetessa si snoda attraverso il diario poetico e prende per mano il lettore per condurlo nel sentiero dell’amicizia, dove si può camminare soltanto in punta di piedi per raggiungere una meta comune di comprensione, inclusione e, soprattutto, rispetto: «Ricordati, amico mio, / di venirmi incontro, qualche volta, / e troverai / che avevo da donarti un fiore. / … / non osino avvicinarsi a te, / se tu non vuoi, / neppure per donarti un fiore» (A un amico).

Insomma, dalla ragnatela di versi condensati nella silloge, emerge una visione poetica a trecentosessanta gradi nella quale tra squarci luminosi e toni chiaroscurali i due pilastri sono costituiti dall’intimità dei sentimenti sussurrati o incisi con energia e da suggestioni en plein air, dove la natura e gli elementi del creato prendono corpo e diventano coprotagonisti di vicissitudini, stati d’animo e ricordanze. Il cielo, la luna, le stelle, il tramonto, le nuvole, gli alberi, i fiori, il vento, gli uccelli non rappresentano, infatti, uno sfondo stereotipato ma diventano costituenti di un paesaggio che si anima e cerca di penetrare la mente umana, un paesaggio a volte indifferente e sordo alle sventure dei mortali, a volte simbolo della fugacità del tempo, o fonte viva di contemplazione estatica o, ancora, confidente e compagno fedele nel viale dell’umana sorte. E così la natura e l’intero universo sembrano vivere in un afflato antropomorfo.

Le liriche di Gabriella Valera, arricchite da suggestive illustrazioni in bianco e nero, possiedono un corredo immaginifico variegato e incisivo che imprime al reticolo di versi nuclei di polisensorialità. Metafore, similitudini e anafore impreziosiscono l’intensità dei versi che si fanno culla del linguaggio dell’anima.

È la danza la chiave di volta della silloge, quella danza più volte citata nei versi come simbolo di autenticità ed espressione della parte più fragile e cristallina del microcosmo interiore, nella gioia e nella sofferenza: «Oggi ho danzato le mie lacrime / al suono di strumenti popolari / su una piazza che sembrava dilatata / nello sguardo di una fanciulla sconosciuta / … /Oggi / ho danzato il vento» (Oggi ho danzato le mie lacrime) e «…poi, / quando sfolgorante mi vide giungere, / seppe / che fra le immagini del mio passato / avevo danzato per lui» (Fino all’alba dei sogni) e ancora: «Morte, / quando verrai / e mi troverai fanciulla, / lasciami danzare / come nel giorno delle mie nozze. /… / Morte, / quando verrai / e mi troverai fanciulla, / lasciami danzare. / Ho solo qualche pena nel mio cuore. / Il resto è amore» (Il resto è amore).

Lasciami danzare è la voce della poetessa che sussurra e rivendica il proprio diritto alla libertà di essere se stessa fino in fondo ed esprime il desiderio di aprire la cassaforte delle emozioni. Danzare, quindi, acquisisce il significato di modulare i movimenti del corpo con il ritmo della vita e dell’anima. E si fa suggello di una misteriosa unione tra l’immanente e il trascendente. La danza è fluttuazione che modifica il corso del tempo, scrigno di ieraticità inalterata, che sopravvive al trascorrere dei millenni, è alcova di purificazione e affrancamento dall’angoscia e dalla malinconia del vivere quotidiano.

Esattamente come la poesia.

 

poesia-e1453295621931

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Carla Maria Casula

REDATTRICE | Figlia della Sardegna, classe 1975. Giornalista pubblicista, si occupa di linguistica sarda con particolare attenzione nei confronti dei fenomeni lessicali, fonetici e morfologici. Scrittrice a tempo pieno, ha all'attivo tre sillogi poetiche in lingua italiana e numerosi riconoscimenti in concorsi di poesia regionali e nazionali. Studentessa di Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Cagliari, tra cerimonie di premiazione e presentazioni di libri spera di concludere quanto prima il suo percorso universitario. Sogno nel cassetto: un allevamento sterminato di gatti neri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *