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Quando Dio richiede il conflitto: la Guerra Santa

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Dopo aver trattato abbondantemente delle Crociate, con questo articolo si passa invece a descrivere come l’Islam ed il Cristianesimo siano riusciti a legittimare il valore della guerra, attraverso eventi, versetti e molto altro. Proveremo ad analizzare questo problema molto complesso e scaturito dal fenomeno delle Crociate: le nascite della Guerra Santa e della Jihād. Proprio per la difficoltà del problema, utilizzerò spesso i concetti sentiti (e spero appresi) a lezione dal Prof. Alessandro Barbero, cercando quindi di tratteggiare le comunanze e le differenze, per capire al meglio questi due fenomeni. Useremo anche dei brani tratti dai testi sacri delle due religioni per meglio appurare, dalle loro stesse voci, cosa rappresentasse la guerra per ambedue le culture.

Partiamo dunque dai cristiani e il loro rapporto con la Guerra Santa. Questi ultimi, almeno inizialmente, ripudiavano la guerra e rifiutavano qualsiasi implicazione violenta poiché avrebbero disobbedito al quinto comandamento che recita “non uccidere”. Questa obbedienza a tale comandamento fu una tra le più importanti cause che diedero il via alle persecuzioni dei cristiani, nella fase dell’Impero Romano. Vivendo in un mondo guerriero (l’Impero Romano era un impero che basava la sua dottrina, la sua forza e la sua politica sotto l’aspetto militare) tale rifiuto della guerra, insieme al ripudio della divinizzazione dell’Imperatore, veniva percepito come un comportamento altamente disobbediente ed irrispettoso. Se si pensa che ad un certo Diocleziano ristabilì la leva obbligatoria, possiamo capire la portata che ebbe questa idea anti militarista. Più volte i funzionari imperiali intimavano ai cristiani di rinunciare alle loro credenze (poiché ai loro occhi era un capriccio inutile e folle), specificando che l’alternativa sarebbe stata la loro uccisione, ma costoro continuavano a perseverare in tale disobbedienza, subendo così l’estrema condanna. Tale atteggiamento estremista mutò da un giorno all’altro. Quando Costantino riconobbe il Cristianesimo e successivamente tutti gli Imperatori si convertirono alla nuova religione (tranne uno, Giuliano l’apostata), i cristiani trassero molti vantaggi da queste illustri conversioni e decisero che dopotutto fosse giusto aiutare l’Imperatore. Se al sovrano fossero serviti soldati, i cristiani avrebbero dunque contribuito in tale sforzo, prendendo così parte al servizio militare.

 

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Imperatore Costantino, 274-337 d.C.

 

Il problema restò comunque ingombrante e ricco di punti interrogativi. Sappiamo che i cristiani non lo risolsero, ma anzi continuò un dibattito sulla legittimità della guerra se ordinata da un Imperatore cristiano. C’è un testo di Sant’Agostino, molto utile a tale scopo, che mostra tutti gli interrogativi su un tale quesito. Sono ormai trascorsi cento anni da Costantino  ed i problemi dovrebbero essere ormai risolti: tutto l’Impero è cristiano, i soldati e gli imperatori si sono convertiti, eppure un singolo milite si interroga se il suo mestiere non sia contrastante con la sua fede. E Sant’Agostino risponderà in modo molto ambiguo: <<Non si può pensare che piaccia a Dio chi fa il servizio militare e porta le armi. Ma anche Davide portava le armi e moltissimi uomini giusti di quel tempo. In certi casi è necessario, si fa la guerra per raggiungere la pace>>. Agostino è in difficoltà nel trovare una risposta, ma per fortuna i testi sacri (l’Antico Testamento, in tal caso) gli offrono svariati esempi di “uomini giusti” che portavano la spada. Sempre Agostino, nelle opere della vecchiaia, assume posizioni più nette, quasi come se si fosse stufato di tale dibattito, dichiarando: <<Ma cosa c’è da biasimare nella guerra? L’uccidere uomini che un giorno dovranno morire? Questo è un biasimo non degno di uomini religiosi. Talvolta è necessario che i buoni facciano la guerra contro i violenti, per comando di Dio e del governo legittimo, costretti dalla situazione al fine di mantenere l’ordine>>. Nonostante siano frasi molto forti, siamo ancora lontani dal dire che la guerra è cosa buona e giusta. Infatti, per tutta la Tardo antichità e  l’Alto Medioevo, i cristiani non poterono comunque uccidere liberamente. La guerra deve doveva essere legittima, ovvero ordinata da un sovrano cristiano con lo scopo di inseguire giusti fini; ciononostante, un soldato che toglie la vita ad altri uomini in guerra dovrà confessarsi e fare penitenza (spesso pubblica, poiché ai tempi il Credo cristiano dava molta importanza a tale sacramento e l’espiazione delle colpe nonché la confessione erano pubbliche) poiché il suo cuore era comunque impuro. È indubbiamente un punto molto contorto di tale tematica: è giusto fare la guerra, ma è pur sempre sbagliato uccidere.

Arrivati a questo punto, è possibile passare tranquillamente alla Guerra Santa per eccellenza, ovvero la prima Crociata (e, a seguire, tutte le altre). La Guerra Santa non fu soltanto  una guerra legittima, ma persino bella ed è giusta. Nel farla non si commisero peccati, anzi si preservò un accesso diretto al paradiso. Una cesura fondamentale, un evento cruciale per la storia del Cristianesimo ma soprattutto per la storia dell’Occidente. Un fatto drammatico per il mondo, visti i risvolti che ne seguirono: stermini, conversioni forzate, conquiste, genocidi etc. . Eppure, questa cesura fu dettata dal basso. Sì, la Chiesa dell’XI secolo verteva in questa direzione, ma si era presa delle precauzioni. Papa Urbano II, una volta aver proclamato la Crociata, promise la remissione dei peccati per i crociati che sarebbero morti senza il tempo di ricevere la Confessione. Doveroso sottolineare il termine remissione: Il Papa non promette l’annullamento dei peccati (o qualcosa di simile) ma la remissione che, nelle sottigliezze dei teologi, designa invece una rilevante differenza dall’annullamento. Vuol dire che il Papa si assume soltanto la responsabilità che il peccatore possa essere perdonato delle sue colpe, il che non implica l’esclusione da una pena importante nel purgatorio. Questo sarà un enorme problema per chi sarebbe dovuto partire. Questi soldati, or dunque, si preparavano a lasciare le loro terre e i loro cari, rischiando la vita nella terra dove Cristo subì la Passione. Era troppo poco una remissione, poiché la vita di questi crociati si stava dirigendo verso un martirio. Erano secoli che di martiri non se ne vedevano più, solo qualche frate che tentava di convertire qualche vichingo. Prese piede l’idea che dare e ricevere morte fosse, in fin de conti, la stessa cosa. Un esempio del totale cortocircuito nella testa dei crociati, è dato da un passo tratto dalla Chanson de Roland. Questi uomini sono certi di essere martiri e proprio come martiri confidano nel paradiso, benché le loro anime siano macchiate di sangue. <<Così disse Rolando, qui subiremo il martirio, ma sarà fellone chi non si venderà caro. Colpite signori con le spade lucenti!”>>. Per la Chiesa divenne impossibile frenare o arginare tale sentimento, fino a quando non venne dunque accettata di buon grado questa drammatica novità.

 

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Tipica uniforme ed armature del cavaliere templare

 

Tutto questo teorizzare, forse in modo un po’ alquanto approssimativo, generò per esempio la nascita dei Templari, un ordine cavalleresco che prendeva i voti monastici. In sostanza questi ultimi corrispondevano a dei monaci che, invece di pregare ogni dì dentro al monastero, sguainavano la spada per sterminare i nemici di Dio, da prodi cavalieri. La prima reazione che incontrò questa situazione fu il disprezzo. Molti monaci che ripudiano la guerra e sanno che i cavalieri morti son tutti all’inferno, infatti, non accettarono che questi peccatori prendano i loro stessi voti. Ma nonostante tutto, con l’avanzare del tempo un altro pensatore del Cristianesimo, S. Bernardo da Chiaravalle (leader dell’ordine dei cistercensi), scrisse un pensiero in direzione totalmente opposta e questo ci offre l’ennesima conferma di tale trasformazione: <<I cavalieri di Cristo (i templari) combattono con sicurezza le battaglie del Signore, senza timore e senza peccato quando uccidono il nemico. La morte data o ricevuta per il Cristo, non comporta peccato alcuno e merita grande gloria. Il templare accetta con bontà la morte del nemico a titolo di riparazione, e ben volentieri dona sé stesso quando cade in battaglia. Con serenità uccide, con serenità muore, e se uccide rende un servizio al Cristo. Quando è ucciso, si deve dire non che è morto ma che ha raggiunto il suo scopo. Dalla morte del pagano, il cristiano trae gloria, perché il Cristo viene glorificato. Ma quando è il cristiano a morire, allora splende ancor più viva la generosità divina, perché il Re chiama a sé il cavaliere, per donargli la ricompensa>>.

Ecco il modo in cui il quinto comandamento perse il suo vero valore. Erano accaduti degli eventi catastrofici: la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, la nascita dei Regni barbarici, l’espansione del Cristianesimo e dell’Islam. Una miscela di mutamenti sociali che portarono, per forza di cose, a legittimare la guerra. Erano secoli in cui il valore militare aveva un’importanza vitale. Forse era facile rispettare il quinto comandamento, quando l’ideologia era ancora fresca e giovane, ma soprattutto quando al comando dei regni c’erano i pagani e non i cristiani. La sopravvivenza entro i confini di quel mondo, così cruento e sanguinario, piegò tali ideali una volta che, al comando, i re divennero cristiani. E da qui in poi fu un susseguirsi di bagni di sangue santificati, codificati da uomini religiosi, nel nome di Dio. Per citare nuovamente, infine, un versetto della Chanson de Roland: <<I pagani hanno torto, i cristiani hanno ragione!>>, possiamo capire come tali crimini potevano diventare puri e benevoli, qualora sul petto si fosse indossata una croce.

Il mio intento non è quello di demonizzare o giudicare in alcun modo i credenti, ma semplicemente di tracciare e mostrare come sia facile abusare delle leggi, cambiandole e rendendole “giuste” su di un fatto che umanamente è da considerarsi deprecabile, oltre che animalesco.

Nel prossimo articolo parleremo della Jihād: la Guerra Santa descritta dal Corano.

 

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Fonti

Lezione prof. A. Babrbero

Conferenza prof. A. Barbero

A. Maalouf, Le crociate viste dagli arabi

A. Ducellier/ F. Micheau, L’islam nel Medioevo

About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Studente di Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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