Umberto Eco portrayed in his house in the center of Milan. © Andrea Frazzetta for The Times

Il quaderno di Mercurio: Umberto Eco e la funzione terapeutica della letteratura

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babel-desmazierews_intro_planetes1Con quello di oggi si apre un piccolo ciclo di articoli dal titolo comune Il quaderno di Mercurio – in onore alla divinità protettrice della letteratura, secondo la tradizione romana – in cui cercheremo di rispondere a tutta una serie di domande sul ruolo della letteratura, facendo leva, di volta in volta, sull’autorità di studiosi diversi (citeremo Umberto Eco, Francesco Orlando, Giulio Ferroni, Tzvetan Todorov e molti altri). Tenteremo di capire, fornendo risposte certamente parziali e provvisorie ma, speriamo, non inutili, perché la letteratura, fin dagli albori della storia umana, abbia appassionato senza soluzione di continuità generazioni su generazioni di uomini; perché popoli lontanissimi tra loro abbiano elaborato saghe mitiche sulle proprie origini e rivisitazioni narrative della propria storia; perché, dunque, nel 2016 valga ancora la pena studiare (e insegnare) libri scritti secoli fa.

Confesso, dato il valore proemiale di questo articolo, che ho impiegato un po’ di tempo a scegliere le parole per introdurre un argomento tanto complesso (perché, si sa, l’inizio e la fine hanno un peso specifico fondamentale per il successo di qualsiasi testo). Sarebbe stato bello sfoderare una citazione a effetto che catapultasse chi legge in medias res; e invece ho deciso di iniziare raccontando un’esperienza personale – banalissima, e quindi ci si potrebbe chiedere a che pro scriverla, ma forse sarà più chiaro alla fine della lettura, quando spero di trovare una conclusione che riesca a riscattare la sciatteria di queste righe.

Nella vita di ogni lettore che si rispetti arriva il momento in cui il numero dei libri supera lo spazio disponibile (niente contro gli ebook, ma chi scrive è all’antica, e per libri intende ancora quelli cartacei, che non si possono comprimere nei pochi centimetri di un hard disk). Sulle prime si cerca qualche alloggio di fortuna: ecco allora che i volumi vengono ammassati alla rinfusa su divani e poltrone, costringendo il legittimo proprietario a cercarsi altri giacigli, oppure sopra i centrini della nonna sul canterale del corridoio (ché, tanto, i centrini della nonna sono proprio brutti). Però il tempo passa, i libri aumentano e lo spazio, ormai, scarseggia. Infine si è costretti, se si vuol fare un po’ d’ordine, a procurarsi una nuova libreria; per quanto mi riguarda, una settimana fa sono andato all’IKEA e, dopo un’attenta e meticolosa analisi estetico-funzionale, ho optato per il modello Kallax, bianca e minimal come nel più autentico stile scandinavo.

Alla fine della giornata, quando finalmente tutti quei volumi avevano ritrovato un alloggio dignitoso abbandonando i disagevoli bugigattoli dove erano stati costretti a convivere per mesi, mentre la costolina sbiadita dal sole e dal tempo del Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki prendeva confidenza con la copertina nera dei Racconti del terrore di Edgar Allan Poe, quel marpione di Lucifero (Paradiso perduto, John Milton) già iniziava a fare il cascamorto con la bella Carmen di Prosper Mérimée, e Aureliano Buendìa (Cent’anni di solitudine, Gabriel García Márquez) tentava di rivendere le calamite acquistate dal cencioso Melquiades a uno tra Bouvard e Pécuchet di Gustave Flaubert (quell’antipatica di Madame Bovary s’era detta subito non interessata). In mezzo a tutto questo baccano – la poderosa voce diavolesca di Lucifero si mescolava all’elegante spagnolo di Carmen e a quello più spigoloso di Aureliano, mentre il francese forbito dei due copisti flaubertiani veniva sopraffatto dall’incomprensibile idioma di Melquiades – ci si potrebbe chiedere come hanno fatto, quei libri che ora riposano sulla libreria Kallax e sembrano immuni da ogni pericolo, a resistere all’ostracismo culturale degli indici ecclesiastici che ne hanno bandito il contenuto, alle fiamme dei roghi nazisti che ne hanno carbonizzato le pagine, all’oblio dei secoli bui e all’indifferenza degli uomini. Perché migliaia di uomini hanno dedicato la propria vita a scriverli, quei libri, quando potevano impiegare il tempo in attività più redditizie?  E perché una quantità ancora maggiore di persone, da secoli, non fa altro che spulciarli alla ricerca di un capoverso non del tutto chiaro, nel tentativo di fornire un’interpretazione non ancora data, di spostare l’asticella della nostra conoscenza della letteratura un pelo più in su? Per iniziare ad abbozzare delle risposte, ho deciso di prendere le mosse, nell’anno della sua morte, da Umberto Eco.

the_library_of_babel_by_owen_c-d3gvei3Eco è stato, tra le altre cose, un critico letterario di raro acume, e ci ha lasciato una mole di idee difficile da riassumere nelle poche righe che abbiamo a disposizione; abbiamo scelto, allora, un principio in particolare, esposto in uno dei suoi libri più fruibili anche da un pubblico non specialistico, Sei passeggiate nei boschi narrativi. Qui Eco sostiene che la letteratura ha da sempre esercitato un potere di fascinazione tanto forte sull’uomo in virtù della sua funzione ordinatrice, della sua capacità di sistematizzare il guazzabuglio di ciò che ci circonda, di mettere ordine nel caos altrimenti inafferrabile del mondo, di indicare dei punti fermi, delle isole di senso nel mare dell’incomprensibile, di estrapolare dei principi, dei cardini, un ordine nel magma del reale.

«[…] passeggiare in un mondo narrativo ha la stessa funzione che riveste il gioco per un bambino. I bambini giocano, con bambole, cavallucci di legno o aquiloni, per familiarizzarsi con le leggi fisiche e con le azioni che un giorno dovranno compiere sul serio. Parimenti, leggere racconti significa fare un gioco attraverso il quale si impara a dar senso alla immensità delle cose che sono accadute e accadono e accadranno nel mondo reale. Leggendo romanzi sfuggiamo all’angoscia che ci coglie quando cerchiamo di dire qualcosa di vero sul mondo reale.

Questa è la funzione terapeutica della narrativa e la ragione per cui gli uomini, dagli inizi dell’umanità, raccontano storie. Che è poi la funzione dei miti: dar forma al disordine dell’esperienza».

È d’altra parte un principio riconosciuto fin dall’antichità, quello per cui la letteratura riuscirebbe a supplire alla mancanza di una nostra effettiva conoscenza, a rimediare alle lacune della nostra consapevolezza degli eventi, a elaborare una narrazione credibile laddove la realtà non fa, o non fa più, testo. Facciamo degli esempi. È una nozione ormai pienamente riconosciuta dagli storici che la lista dei sette Re di Roma che ognuno di noi ha dovuto pedissequamente imparare a memoria in terza elementare sia sostanzialmente frutto di una tarda elaborazione letteraria, e che non rispecchi del tutto la realtà dei fatti (semplicemente perché sette Re sono troppo pochi per i due secoli e mezzo circa della monarchia a Roma): a distanza di qualche secolo, gli intellettuali romani che si accingevano a scrivere la storia della propria civiltà non avevano abbastanza informazioni sicure per ricostruire quel periodo lontano, e allora ricorrevano a storie e leggende, oppure ne inventavano di proprie, ritagliando delle specie di toppe per tappare quei buchi della memoria, dei riempitivi letterari che colmassero quelle lacune. Successivamente, queste che erano nate come invenzioni letterarie (ma sempre partendo da un certo grado di verità, perché, come dice Eco «ogni universo narrativo si basa, in misura parassitaria, sull’universo del mondo reale che gli fa da sfondo») sono state istituzionalizzate, diventando patrimonio comune e sostituendosi alla realtà. Senza letteratura, le prime fasi della storia di Roma sarebbero, per noi, incomprensibili.

Ancora. Da secoli l’uomo s’interroga, e prova a dare delle risposte, sull’origine dell’universo. Gli scienziati sono giunti a delle parziali conclusioni solo negli ultimi anni, ma non è detto che le teorie oggi più apprezzate non saranno spazzate via da nuove scoperte. Ebbene, anche la letteratura, nel corso dei millenni, ha formulato numerose ipotesi al riguardo: secondo la Bibbia l’universo fu creato da un’entità superiore in sette giorni; Esiodo, nella Teogonia, racconta la creazione del mondo dal caos primordiale e le varie lotte fra gli dei che seguirono, fino alla vittoria di Zeus. Gli esempi potrebbero prolungarsi all’infinito; quello che conta è che, per secoli, la letteratura ha fornito delle risposte laddove per l’uomo c’era soltanto l’oscurità.

Un ultimo gruppo di esempi. Agli inizi del Novecento, Sigmund Freud ha preso in prestito dalla letteratura la terminologia per denominare due dinamiche psicologiche che stava teorizzando: il narcisismo e la sindrome di Edipo. Circa due millenni e mezzo prima di Freud, fu Sofocle a scrivere una tragedia, l’Edipo Re, in cui compariva il personaggio che poi sarebbe diventato il paradigma della sindrome psichica osservata scientificamente poco più di un secolo fa. Lo stesso discorso vale per Ovidio, uno dei più grandi autori della latinità, vissuto a cavallo della nascita di Cristo, che nelle sue Metamorfosi (ma si ritiene che il personaggio non sia del tutto di sua invenzione) narra le note vicende del giovane Narciso; anche lui, come Edipo, sarà talmente interiorizzato dalla cultura occidentale da offrire alla scienza, secoli dopo, un solido punto di partenza per le proprie scoperte. Eppure nessuno, si può credere, aveva mai parlato della sindrome di Edipo a Sofocle, né del narcisismo a Ovidio; in entrambi i casi è stata la letteratura, e non di poco, ad arrivare per prima.

La letteratura, insomma, svolge (ma molto meglio, e a un prezzo più vantaggioso) la stessa funzione della libreria Kallax: mette ordine in casa nostra, rimedia al caos altrimenti insolubile della vita umana, ricuce gli squarci della nostra memoria e della nostra conoscenza.

 

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About Marco Del Colombo

REDATTORE | Toscano, nato prematuro ma ormai venticinquenne. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università di Pisa con una tesi su Massimo Bontempelli e il Realismo magico. Attualmente frequenta la magistrale di Italianistica. Lettore onnivoro, ama il cinema, i cani, il calcio e il pane con la finocchiona.

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