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Predestinazione e sacrificio: le due facce della vittoria

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Predestinazione. Se esiste un concetto tanto immediato quanto difficile da spiegare con una definizione esaustiva è proprio questo. Quante volte, osservando un talento giovane, probabilmente ancora acerbo, sentiamo affibbiare dagli addetti ai lavori l’etichetta del predestinato? Innumerevoli.

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Leonardo DiCaprio (1974) è un attore e produttore cinematografico statunitense

E’ il talento che rende dei predestinati, la capacità di far inarcare sopracciglia, di emozionare dal primo momento in cui ci si palesa. E’ una sentenza, la predestinazione. Per dirla con le parole di Roberto Gervaso<<predestinazione è il peggior arbitrio divino>>, è scontare la continua condanna a vincere ed emozionare. Se a diciannove anni ti ritrovi ad essere candidato agli Oscar, dopo una carriera tra pubblicità e serie TV, la gente non scorderà facilmente il tuo nome, l’etichetta di predestinato ti si cucirà addosso inevitabilmente. Lo sa bene il neo-vincitore dell’Oscar al Miglior Attore Protagonista Leonardo DiCaprio, in questo momento probabilmente la stella più fulgida di Hollywood, che per ventidue anni ha però portato il fardello della predestinazione tra enormi successi di critica e pubblico, e delusioni nelle serate dei premi. Dopo aver passato buona parte della sua carriera nel nuovo millennio a perfezionare l’immagine con la quale tutti lo riconosciamo, fatta di monologhi taglienti, personaggi carismatici, espressioni sicure sotto l’esplosiva regia di Martin Scorsese, ha dovuto spogliarsi di tutto ciò per conseguire il premio più prestigioso dello show business. E’ stata una pellicola piena di silenzi, un discussissimo personaggio che comunica con il linguaggio del corpo, la ricerca del sublime e una collaborazione con il più anti-Hollywoodiano dei registi ad avergli regalato quella statuetta che ha messo a tacere per sempre le critiche e i sussurri del popolo del web. E’ stato DiCaprio che si spoglia di DiCaprio, in un processo catartico di rinuncia alla propria identità al fine di un bene più grande: il  trionfo, la gloria.

Se il cinema regala ai propri protagonisti una carriera sicuramente longeva, costellata da maggiori soddisfazioni in un lasso di tempo molto ampio – anche esplodendo con relativo ritardo – la carriera sportiva condanna ad esprimere l’apice del talento in un lasso relativamente ristretto ad una dozzina di anni. La critica sportiva non ammette “Oscar alla carriera”. A ventun’anni nello sport si può essere The Chosen One (trad. Il Prescelto) da quasi quattro anni. Se è poi la prestigiosissima rivista Sports Illustrated a metterti in copertina, marchiandoti con questo appellativo, seguita a ruota dalla rete televisiva ESPN che trasmette una tua partita liceale contro la leggendaria Oak Hill Academy (che avrà il massimo share dopo il ritorno di Michael Jordan), saprai di avere gli occhi del mondo addosso per tutta la carriera. Il prescelto riceve questo soprannome il 18 Febbraio del 2002: il suo nome è LeBron Raymone James, nato ad Akron (Ohio, nei pressi di Cleveland) il 30 Dicembre 1984, futura prima scelta del Draft NBA 2003, <<futuro dominatore dell’universo>> come si definirà anche il Jordan Belfort interpretato da DiCaprio in The Wolf of Wall Street, definizione che calza a pennello con l’idea che LeBron trasmette sin dal primo sguardo. Le spalle di LeBron son sempre state larghe, sin dall’infanzia vissuta da solo con la madre e senza mai conoscere chi fosse il padre, sin dal primo anno di scuola superiore in cui ha condotto la sua St. Vincent and St. Mary’s High School al titolo di Ohio State Division III (primo di tre titoli liceali). Un ragazzino che ha fatto sempre inarcare le sopracciglia. Che nel 2003, senza passare dall’università arriva nella NBA, scelto dalla sua Cleveland con un destino scritto: condurre finalmente alla vittoria “The Mistake on the Lake” (soprannome non lusinghiero per una non bellissima città).

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LeBron Raymone James (1984) è un cestista statunitense, che gioca come ala nei Cleveland Cavaliers. È soprannominato “King James”, “The Chosen One” (“Il Prescelto”), “LBJ” e “The King”. Selezionato con la prima scelta assoluta al Draft NBA 2003 dai Cleveland Cavaliers, è stato nominato NBA Rookie of the Year nel 2004 e NBA Most Valuable Player nel 2009, nel 2010, nel 2012 e nel 2013

La pressione non sembra sfiorarlo: a diciott’anni sembra già il nuovo padrone della lega. Verrà atteso al varco per tutta la propria carriera. Nei successivi sette anni LeBron diventerà MVP della lega per ben due volte, nettamente il miglior giocatore a livello planetario e diventerà soprattutto il simbolo di Cleveland nel mondo. Si stima che quando gioca gli impianti prospicienti la Quicken Loans Arena (il “palazzetto”dei Cleveland Cavaliers) vedano entrare nelle proprie casse un indotto di circa un milione di dollari a sera, semplicemente per la presenza di LeBron. E’ il motore vivo della città, diventa protagonista di una campagna pubblicitaria Nike intitolata We are all witnesses (trad. Noi siamo tutti testimoni) in cui viene inquadrata l’adorazione religiosa della città verso il suo prescelto.

Cleveland però non vince. Raggiunge una finale nel 2007 ma viene spazzata via dai San Antonio Spurs, poi tante eliminazioni dolorose ai play-off. Arriva la scadenza di contratto nel 2010, e James è ad un bivio: restare nella sua terra, con la sua gente, o provare a vincere. LeBron prova a coniugare le due cose: chiama Dwyane Wade e Chris Bosh, altri due fenomenali free agent in quella sessione di mercato, chiedendo loro di trasferirsi a Cleveland per vincere insieme. Il tentativo, però, non riesce. Bosh raggiunge Wade a Miami, dove quest’ultimo ha già vinto un titolo, da MVP delle finali nel 2006. LeBron li segue, saranno i big three. Si spoglia del suo ruolo di capo spirituale, sveste la numero 23, indossa la nuova canotta bianca numero 6, si mette contro la città – vengono bruciate migliaia di magliette con il suo nome – ma sa che l’unica cosa per cui sarà davvero valutato a fine carriera è la quantità di titoli vinti. Così come il suo idolo, Michael Jordan, che ha rinunciato ad essere l’unico attore protagonista in una recita di scarso successo; come farà Leonardo DiCaprio qualche anno dopo, LeBron realizza che la vittoria passa attraverso un grande sacrificio di identità personale volto ad un bene maggiore, il titolo NBA.

I successivi quattro anni con i Miami Heat sono storia: quattro finali in quattro stagioni. I tempi sono ormai maturi. Così, nonostante nel 2011 un Dirk Nowitki (alla miglior performance in carriera) abbatta la compagine della Florida, guidando al primo titolo i Dallas Mavericks (guarda caso città di quel Dallas Buyers Club, con cui il miglior Matthew McConaughey di sempre ha sconfitto per l’ultima volta DiCaprio), tutti sanno che il momento di LeBron James sta per arrivare. I due anni successivi sono dominati da LeBron che vince tutto – tanto a livello personale quanto di squadra – nel 2012 (vittoria in finale sugli Oklahoma City Thunder) e nel 2013, togliendosi un’enorme scimmia dalla spalla e sconfiggendo i San Antonio Spurs, la squadra che gli aveva impartito la prima sconfitta in finale, in una serie leggendaria. Sono gli stessi Spurs ad infliggere la terza, nettissima, sconfitta in finale a LeBron l’anno successivo. Il contratto con Miami è scaduto. E’ ora di tornare a casa, Cleveland lo aspetta a braccia aperte, pronta a perdonargli ogni cosa e James può tornarci a cuor leggero, da vincente per <<fare ciò che rende la sua gente e la sua città felici>>, come affermerà alla presentazione nel 2014.

 

 

Il suo arrivo da vincente sembra poter cambiare tutto. La città si risveglia e le cameriere dei locali vicini l’arena – che gli scrivevano implorandolo di tornare a casa perché i soldi delle mance che arrivavano dopo le partite dei Cavaliers permettevano loro di sfamare i loro figli – tornano a sorridere. Stavolta attira una superstar NBA, Kevin Love, che comporrà con LeBron e Kyrie Irving i nuovi big three. Nel 2015 Cleveland torna subito in finale, sconfitta dagli odierni super Golden State Warriors in un match in cui in contumacia di Love e Irving, il figliol prodigo di Cleveland mette in piedi una delle performance individuali più impressionanti nella storia delle finali. James continuerà a sognare un titolo a Cleveland, tornato nei suoi panni di pater patriae, e Leonardo DiCaprio nel 2017 tornerà con  The Crowded Room, ruolo che con ogni probabilità si avvicinerà maggiormente a quelli su cui l’attore ha costruito la sua carriera, e proverà senza dubbio a vincere anche con il suo padre artistico, Martin Scorsese con cui prima o poi tornerà a collaborare. Ma la predestinazione è un’etichetta che viene rilasciata periodicamente e i prossimi predestinati della lega sono Kevin Durant e il giovane australiano Ben Simmons, classe 1996, talento di spicco di questa stagione collegiale – a cui la Nike sembra pronta ad offrire un contratto di sponsorizzazione da 100 milioni di dollari – capace di portare nella lega un hype non troppo diverso da quello che portò LeBron nel 2003. Durant invece, ventisette anni, stella di quei Thunder sconfitti da James per vincere il suo primo titolo, 210 cm di eleganza e potenza è forse il miglior talento offensivo della storia della pallacanestro, una leggiadria che ha spinto i telecronisti italiani a rinominare il suo tiro la piuma, un predestinato che non ha ancora vinto, come LeBron alla sua età.

A fine stagione, in caso di mancata vittoria, sarà davanti ad una tripla scelta: restare ad Oklahoma City, la città che l’ha reso grande, tornare nella sua Washington o unirsi a quei Golden State Warriors che ora come ora paiono garanzia di vittorie nell’iper-competitiva lega americana. Un nuovo caso di sacrificio della propria identità ai fini di un bene più grande? Non ci resta che aspettare l’Estate per scoprire quale scelta compirà Durant, se LeBron completerà finalmente il proprio destino di salvatore di Cleveland e se la nuova sensazione Ben Simmons potrà seguire le orme del prescelto.

In ogni caso, non basterà il loro talento individuale a compiere i propri destini.

 

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Kevin Wayne Durant (1988) è un cestista statunitense, professionista nella NBA. Ala piccola degli Oklahoma City Thunder, con la Nazionale statunitense ha vinto la medaglia d’oro ai Mondiali in Turchia nel 2010 e alle Olimpiadi di Londra del 2012. È stato eletto MVP della stagione NBA 2013-2014

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime. Primo Pianista per "NbaReligion.com".

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