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Perché si continua a parlare de “La Grande Bellezza”?

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte

di Marta La Ferla

La Notte degli Oscar è passata ormai da quasi un mese, eppure il dibattito sull’opera vincitrice  della statuetta come miglior film straniero è ancora vivo. Dal singolare discorso di accettazione del regista ai pomposi titoli sui giornali del giorno dopo, dai forzati quanto prevedibili parallelismi  con la situazione sociopolitica attuale alle parodie televisive (ultima in ordine di tempo quella di Checco Zalone ad Amici, sabato scorso), passando per la discussa messa in onda su Canale 5,  che ha trasformato l’esperienza filmica televisiva in una sorta di rituale collettivo – anche con l’aiuto dei social network, tramite i quali lo si commentava in diretta come se fosse un talent show o una partita di calcio – e ha fatto provare ad ogni spettatore l’ebbrezza  di ergersi a critico cinematografico per una notte.

Tutto questo è accaduto (e continua ad accadere) perché La Grande Bellezza è un film furbo: se da una parte Paolo Sorrentino punta in alto utilizzando al massimo la sua maestria dietro la macchina da presa e avvalendosi di un’ottima fotografia (per una produzione italiana, s’intende), di citazioni colte e di una narrazione apparentemente complessa fatta di visioni e allegorie, dall’altra, la trama quasi inesistente, la sceneggiatura stucchevole e il moralismo spicciolo che sta dietro la critica alla borghesia radical chic e superficiale di Roma lo abbassa notevolmente di livello, rendendolo, essenzialmente, un film intellettuale che però si pone (involontariamente?) alla portata di un pubblico medio.

Questo non vuol dire che l’ultima opera del regista partenopeo non abbia dei meriti. Alcune scene sono girate benissimo (la visita notturna di Jep e Ramona ai Musei Capitolini in compagnia del custode “amico delle principesse” è – a mio avviso – la scena più bella e di più forte impatto emotivo), e in generale il film si colloca parecchio sopra la media delle produzioni italiane. Purtroppo, però, i difetti sovrastano i pregi: tralasciando le tecnicità (la giraffa e i fenicotteri in CGI proprio non si possono vedere), la scena stessa dei musei viene contrapposta a quella precedente, dove una bambina viene costretta dai genitori sedicenti artisti ad eseguire un’agghiacciante performance d’arte contemporanea, con il significato implicito che la vera arte sia quella antica. E qui torniamo al discorso del moralismo: la critica alla borghesia romana, volgare e salottiera, che non sa cogliere ed apprezzare la grande bellezza della Città Eterna, ovvero la sua storia e le sue antichità, viene sviluppata con una parata di personaggi e situazioni improbabili, stereotipi e macchiette che, forse a causa di una recitazione perlopiù mediocre (a parte il sempre ottimo Toni Servillo), o per lo stesso volere del regista, non riescono mai a prendere vita. Il finale del film, con Jep che decide di abbandonare la vita mondana e superficiale per tornare all’innocenza delle origini, ricordando il suo primo amore scomparso prematuramente, è qualcosa a metà tra Il Grande Gatsby Tempesta d’amore ma con meno pathos, perché se per tutto il film i personaggi vengono giudicati negativamente e rimangono piatti, affezionarcisi risulta molto difficile.

Ma il difetto più grande, che però è anche il motivo per cui La Grande Bellezza sia stato tanto apprezzato all’estero, è il suo continuo rapportarsi a La Dolce Vita: è come se, nella mente di Sorrentino, il film fosse stato concepito come un sequel del capolavoro di Fellini più che un suo omaggio. Il problema è che, nonostante i riferimenti espliciti (come la già citata scena finale) e la visione negativa della mondanità romana, non ci si avvicina nemmeno un po’, anzi, tutti questi elementi finiscono per rendere l’opera non solo disorganica ed opulenta, ma anche fastidiosamente pretenziosa.

Detto questo, Paolo Sorrentino rimane uno dei registi più talentuosi sulla scena italiana e non solo, e si spera che l’Oscar ottenuto lo spinga a superarsi piuttosto che a dormire su quegli allori – un po’ posticci – dove la giuria dell’Academy lo ha adagiato.

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About Marta La Ferla

COLLABORATRICE | Classe 1993, siciliana, viaggiatrice ossessivo-compulsiva. Studia Lingue e Comunicazione presso l’Università degli Studi di Catania. Appassionata di musica, letteratura, cinema, serie tv e, suo malgrado, anche di politica.

2 pensieri su “Perché si continua a parlare de “La Grande Bellezza”?

  1. Raramente concordo con critici cinematografici. Stavolta concordo su alcune sue pennellate, signorinamartalaferla. In particolare l’originalità di prendere le indirette difese dei RC romani (che tra l’altro votavano rifondazione comunista, or che mi sovviene) solitamente presi a bersaglio da tutti e invece innegabili, almeno questo, e strenui amanti della Magna Pulchretudo (sperando di aver azzeccato il nominativo)

    1. La ringrazio per l’appellativo, anche se non mi definisco una critica ma una semplice appassionata. Devo ammettere che, in genere, non nutro particolare simpatie per la categoria (dei radical chic), ma spesso mi tocca difenderli perché vengono criticati troppo di frequente e, soprattutto, troppo facilmente. In questo film, poi, sembra non si sia fatto alcuno sforzo per indagare più a fondo la borghesia romana oltre i luoghi comuni e gli stereotipi. Quella famosa scena del divano dove Gambardella – ostentando la sua misantropia – distrugge l’amica antipatica facendo una critica impietosa del suo stile di vita, momento che tanto è piaciuto agli anti-intellettuali, a me sembra uscita dalla penna di un Belpietro qualsiasi. Non è un caso se uno dei comici più popolari del momento sia riuscito, con uno sketch di due minuti, a demolire facilmente sia i salottieri criticati che il film stesso.

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