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“Perché Sanremo è Sanremo”

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Domenico Modugno (1928-1994) è stato un cantautore, chitarrista, attore, regista e uomo politico italiano. Ha vinto quattro edizioni del Festival di Sanremo

Siamo arrivati alla giornata conclusiva della 65^ edizione del Festival della canzone italiana di Sanremo. Da sessantacinque anni a questa parte, la cittadina ligure ospita infatti la più importante kermesse canora del nostro Paese, dal cui palco dell’Ariston sono emersi certamente non pochi talenti, di caratura nazionale ed internazionale. Un trampolino di lancio (insieme al Festival di Castrocaro, de facto in via di estinzione) per giovani leve bramanti di successo, una consacrazione/riconoscimento definitiva/o al talento per i più affermati.

Il Festival della canzone, dei cantanti, dello spettacolo, degli italiani: in sessantacinque anni di storia, i mutamenti socio-culturali hanno radicalmente modificato i connotati di questa manifestazione. Ed è bene considerare, poi, che in quel teatro è avvenuto praticamente di tutto: fischi e spartiti in aria, minacce di suicidio, vite stroncate nei camerini, litigi tra cantanti, conduzioni eccelse o esilaranti, corruzioni nelle giurie, televoto falsato. Come se non bastasse, la gran parte degli intellettuali del settore – che come nel calcio o nella politica, diventano sostanzialmente tutti – prediligono la scissione dei primi quarant’anni della kermesse dai restanti venticinque, rimarcandone un inesorabile declino musicale che ravvisa una minore importanza delle canzoni, per una maggiore focalizzazione sul format e, dunque, sullo spettacolo televisivo che diviene un “prodotto” da piazzare nei palinsesti Rai, pronto ad esplodere per raggiungere le vette più alte dello share sul piccolo schermo.

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Elvis Aaron Presley (1935-1977) è stato un cantante, attore e chitarrista statunitense

Se da un lato, quindi, assistiamo alla mercificazione del Festival, dall’altro è bene analizzare l’evoluzione storica, sociale e musicale che ha spinto sempre più giovani a riporre le proprie speranze nei talent show, contenitori e fucine odierni per aspiranti talenti del futuro. Ragazzi minorenni o poco più che ventenni, catapultati su di un palcoscenico e con un microfono in mano, pronti a mettersi in gioco, in soli tre minuti: tutto bellissimo (e molti di loro, poi, possiedono delle voci da non sottovalutare), se non per il fatto che i giovanissimi in questione non imparano a diventare degli artisti a tutto tondo, bensì apprendono quel particolare mestiere di stare sulla scena e in tv, di vestirsi alla moda e di ergersi a divinità tra i loro coetanei. L’arte musicale lascia lo spazio a quella dell’apparire: i testi e le melodie non rappresentano più il primo veicolo di condivisione con il pubblico, sostituiti piuttosto dai jeans strappati o dalle scollature da capogiro. Se un tempo erano gli artisti a dettare la moda del momento – basti pensare alla folta capigliatura di Elvis Presley – i cantanti odierni vengono prodotti e decisi dalla moda al punto da subirla, pronti all’uso delle case discografiche, per finire con l’esser gettati in pasto ai fan. Se un tempo erano gli artisti a rivelare generi musicali sempre nuovi, i cantanti odierni (non tutti, per fortuna) si limitano semplicemente a proporre qualcosa che non li appartiene, e pure in maniera alquanto discutibile.

Viviamo un periodo in cui è necessario correre, per sopravvivere. Corrono i Paesi, corre la politica, corre l’economia, corre anche la musica. E quando si corre troppo, si rischia di non pensare; o persino di ritrovarsi a correre senza una meta precisa. Ed il pressapochismo e l’impoverimento dilagano, come una piaga. Il mondo, e l’Italia in particolare, vivono una crisi di pensatori, di artisti: le masse decretano i propri beniamini, le masse forgiano i giornali e l’informazione, le masse decidono cosa comprare, come e quando. Facendoci rimpiangere quel maledettismo ottocentesco, in grado di vivere controcorrente e con il coraggio di discostarsi dalla moltitudine, per la ricerca delle capacità individuali.

Che ruolo svolge il Festival sanremese in questo scenario? Certamente molto gravoso. Sempre meno giovani sono disposti a stare seduti ore ed ore davanti uno schermo, per ben cinque sere. Da veri consumatori doc, preferiscono – e preferisco, lo ammetto – andare a cercarsi gli ultimi singoli su Youtube. La tipica canzone sanremese (se esiste una particolare formula chimica), poi, continua a pesare sempre meno nel frettoloso ventaglio musicale internazionale, di cui abbiamo parlato poc’anzi. E la pochezza dei testi – quante volte vengono ripetute le parole <<amore>> o <<vento>> nell’edizione di quest’anno? Un numero incalcolabile – nonché delle melodie certamente non aiutano (pochezza ereditata proprio dai talent, il bacino più grande da cui il Festival attinge i suoi Big in gara). E la predominanza giornalistica, l’eccessiva presenza del pubblico nelle votazioni a casa e dentro l’Ariston, l’avvento dei comici (sempre più fuori luogo) e della politica, l’eccessiva focalizzazione sui conduttori e sulle vallette hanno trasformato la kermesse ligure, come abbiamo già ribadito. Ma il punto è: in uno scenario così “negativo”, è veramente lecito considerare tutto “da buttare”? La risposta è no, per un semplice motivo: qualsiasi cosa si possa dire sul Festival di Sanremo, non vi è nessun altro concorso canoro folkloristico-nazionalpopolare così duraturo nel tempo che è riuscito a coinvolgere un’intera Nazione. Sanremo è divenuto un fenomeno storico e sociale, oltre che un appuntamento irrinunciabile per l’Italia, proprio come una di quelle feste che ti fanno pensare agli anni che passano, ma loro restano sempre lì. L’Italia ha gettato se stessa dentro Sanremo, e Sanremo rispecchia l’Italia degli ultimi sessantacinque anni: in tutti i suoi pregi, in tutti i suoi difetti.

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La squadra dei conduttori dell’edizione sanremese di quest’anno, da sinistra verso destra: Arisa, Rocío Muñoz Morales, Emma, Carlo Conti

Molti hanno definito l’edizione di quest’anno, diretta da Carlo Conti, come un Festival normale: in realtà, sono propenso nel descriverlo come un Festival consolatorio, in cui è presente solo il necessario. Quel che basta per far dimenticare i problemi della crisi agli italiani, rievocando (o riesumando, fate voi) icone del passato come Al Bano e Romina Power, che attirano la fetta maggioritaria di coloro che guardano la manifestazione (40enni-50enni), lasciandoli immaginare un presunto ritorno insieme. Non mancano certamente le grandi pecche, in primis le vallette – Emma poco aggraziata, Arisa incommentabile, Rocío Muñoz Morales affascinante ma estranea al contempo – coi loro testi spiccioli e gli abiti poco invidiabili, ma in secundis i comici e le loro performance scadenti, in forte antitesi con il contesto. Ha fatto molto discutere la battuta infelice del giovane Alessandro Siani: ciononostante, il suo modus operandi di comico infelice è riconducibile ad un Paese abituato da tempo a sbellicarsi con la mediocrità e le offese; vivendo dunque, anche quest’ultimo, di risate inconsciamente infelici, salvo poi indignarsi una volta tanto.

La salvezza di Sanremo, evento a cui gli italiani (nonostante tutto) non possono rinunciare? Fare più Sanremo, fare più il Festival della canzone. Aprirsi magari a nuovi generi musicali, o cercando comunque di potenziare la vocalità della musica leggera nostrana, migliorando la conduzione (sono stanco di assistere a dei presentatori allo sbaraglio o a gente che non riesce a stare al suo posto; sono un amante dei professionisti seri e brillanti come Pippo Baudo Mike Bongiorno, cercate di capirmi) da cui è impossibile discostarsene nel mondo di oggi, ma soprattutto selezionando con cura le canzoni, cercando con parsimonia il vero talento (magari cantautore) ancora inespresso, proprio come un tempo. E la vittoria del siciliano Giovanni Caccamo tra le nuove leve sembra andare in questa direzione, ma non basta. Che poi la canzone migliore vinca o meno, in fondo ha poca importanza: il tempo ci ha infatti abituati a veder riconosciuti tantissimi pezzi scartati, divenuti poi dei veri e propri successi internazionali (basti pensare al brano Con Te Partirò di un giovane Andrea Bocelli, nel 1995).

Lunga vita al Festival di Sanremo, con tutte le sue imperfezioni, ma così caro agli italiani. Auspicando che possa riacquistare quella brillantezza di un tempo. Proprio come il nostro Paese.

PS: ho visto pochi fiori in questa edizione… e come tutti, anch’io ho la mia cantante preferita per la vittoria finale di stasera. Ma non vi dico il suo nome per scaramanzia!

 

 

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About Emanuele Grillo

DIRETTORE RESPONSABILE | Classe 1991, siciliano fino al midollo. Studente di Giurisprudenza, ha frequentato il Liceo Classico della sua città. Appassionato di scrittura, ha vinto numerosi premi. Immerso nella musica sin da piccolo, suona il pianoforte e ha maturato una certa esperienza in ambito corale-polifonico. Idealista, sognatore e pragmatico all'occorrenza, aspira a cambiare il mondo e a tirar fuori il meglio dalle persone; nel tempo libero, comunque, ritorna coi piedi per terra. Europeista ed antifascista convinto, progressista, crede nella giustizia sociale e nel rispetto degli ultimi. Ritiene che la legalità non sia mai un optional. Ama i viaggi, la lettura, la sua terra, il mare e i boschi. Di fede juventina da quando ha memoria, fotografo a fasi alterne, nutre un amore nascosto per l'Oriente.

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