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Olio di palma: identikit di una crescente minaccia

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Frutti delle palme da cui si ricava l’olio

Da brava consumatrice attenta e pignola, nonché gran golosa di prodotti sani e casalinghi, mi sono spesso domandata cosa si nascondesse dietro le diciture oli o grassi vegetali, presenti sulle etichette di numerosi prodotti alimentari e cosa si celasse, quindi, dietro il famoso e tanto discusso olio di palma. Ecco un breve identikit di una sempre più concreta minaccia per la salute e, soprattutto, per l’ambiente.

– Nome: olio di palma, comunemente indicato sulle etichette dei prodotti alimentari con “grassi vegetali” ;

– Segni particolari: a temperatura ambiente ha consistenza solida e colorazione rossa, per la presenza di carotenoidi ;

– Proprietà: basso costo, aumenta la conservabilità dei prodotti e si mantiene stabile nel tempo ;

– Provenienza: principalmente Sud-Est Asiatico, Africa e Sud America .

L’olio di palma risponde in modo ottimale alle esigenze crescenti di consumo di prodotti alimentari: se paragonato agli altri grassi e oli vegetali, quali semi di soia e olio di semi di girasole, l’olio di palma vince sotto tutti i fronti, coniugando il basso costo di produzione e la grande abbondanza di prodotto ricavato, con l’aumento della conservabilità e della fragranza nel tempo dei prodotti finiti, in cui viene impiegato. Oltre al tradizionale e ben più noto utilizzo nel campo dell’industria alimentare, buona parte dell’olio di palma viene anche sfruttato per produrre cosmetici e bio carburante. Quest’ultimo, per esempio, se da una parte è considerato emblema di sostenibilità, in quanto potenziale sostituto dei combustibili fossili, dall’altra sta contribuendo al massiccio disboscamento e land grabbing in buona parte del Sud del mondo.

 


Ma la coltivazione di palme è davvero così dannosa per l’ambiente?

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Coltivazione intensiva di palme da olio

La risposta è sì, se si considera che le palme da olio possono essere coltivate in aree geografiche limitate. Secondo quanto riportato dalla ONG GRAIN e dalla FAO, l’ambiente tropicale è ideale per le coltivazioni, grazie al clima umido e alle costanti precipitazioni. I territori interessati si restringono quindi all’Indonesia, Malesia, Thailandia, Africa centrale ed occidentale, Colombia, Ecuador e Papua Nuova Guinea, mentre la domanda di olio di palma sembra essere destinata ad aumentare vertiginosamente entro il 2020.

Inoltre, secondo studi condotti dalla FAO, le palme producono i frutti, da cui si ricava l’olio, a partire dal terzo anno di vita, raggiungendo l’apice attorno al ventesimo anno, il che porta all’abbattimento e alla semina di nuovi alberi ad intervalli di 25-30 anni.

Le conseguenze dell’espansione delle coltivazioni di palma sono da ricercarsi, ancora una volta, nell’utilizzo indiscriminato della terra, a scapito dei piccoli agricoltori. La produzione e la coltivazione di palme, secondo metodi tradizionali e che prevedono colture miste, è stata da sempre una componente vitale per il sostentamento e la produzione agricola dei piccoli produttori e delle popolazioni locali, specialmente nell’Africa occidentale. L’espansione delle coltivazioni ha portato ad un mutamento rapido e radicale nell’utilizzo e nella conformazione del territorio, passando da colture miste a monocolture intensive e caratterizzate dall’impiego massiccio di fertilizzanti e pesticidi. Questa trasformazione ha fatto sì che numerosi territori, tra cui le verdi, rigogliose e tanto bistrattate foreste amazzoniche, venissero disboscati, le piantagioni esistenti venissero ampliate e le popolazioni locali fossero private dei diritti di proprietà e quindi espropriate dalle loro terre.

Gli effetti di tali monocolture, oltre a favorire il land grabbing e a provocare danni all’economia e all’agricoltura locali, provoca una drammatica e costante perdita di biodiversità animale e vegetale, cui seguono erosione del suolo, desertificazione e maggiore vulnerabilità verso gli agenti atmosferici.

 

Qual è stato il principale input alla diffusione e chi sono i maggiori importatori?

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Disboscamento massiccio, per far posto alle coltivazioni di palme

Fino a qualche decennio fa sarebbe stato impensabile trovare l’olio di palma come ingrediente base dei prodotti alimentari venduti in Europa o negli Stati Uniti, numerosi regolamenti e politiche nazionali tendevano infatti a proteggere il mercato e la produzione locali di olio, da importazioni a basso costo.

La vertiginosa diffusione e richiesta dell’olio di palma è stata, quindi, incentivata dall’abbattimento delle barriere doganali, voluto dall’organizzazione mondiale del commercio (WTO), e attraverso la creazione di accordi bilaterali di libero scambio tra Paesi produttori ed importatori, favorendo così l’importazione di questi, comunemente detti, “oli vegetali”.

I maggiori Paesi importatori sono quelli europei, tra cui spunta l’Italia, che, nel 2007, si attestava, secondo i dati Istat, come terzo importatore europeo, dall’Indonesia e dalla Nuova Guinea. I principali settori d’impiego di questo prodotto nel nostro Paese sono l’industria alimentare e l’industria energetica, quest’ultima intenzionata ad investire sempre di più su impianti “alternativi” e votati a nuove forme di energia, in vista di una non troppo lontana crisi petrolifera.

Accanto alle importazioni dirette, da parte di Paesi e multinazionali “occidentali”, vi sono i già discussi investimenti diretti esteri, attraverso cui i territori target degli investimenti vengono acquisiti e sfruttati nel breve o nel lungo periodo.

 

“Potere ai consumatori”: è possibile tutelarci e scegliere prodotti sostenibili o “palm oil free”?

Nonostante la presenza dell’olio di palma sia stata indicata per anni sulle confezioni dalla dicitura “oli vegetali”, nuovi regolamenti stabiliscono parametri precisi per fare delle etichette un biglietto da visita attendibile e veritiero.

A tal proposito, è entrato in vigore, dal 13 Dicembre 2014, il regolamento europeo 1169 del 2011, che obbliga le aziende ad indicare la presenza di olio di palma.

 

Accanto a questi regolamenti, vi sono alcuni accorgimenti che permettono al consumatore di scegliere in modo attento e consapevole. Prima di tutto è essenziale controllare e leggere accuratamente le etichette dei prodotti che si intendono acquistare, facendo particolare attenzione alla denominazione del prodotto, all’indicazione del produttore/importatore e al luogo/regione d’origine. In secondo luogo è possibile indirizzare la scelta identificando i  prodotti “sostenibili” o “palm oil free” attraverso i simboli palm oil free, certified sustainable palm oil-RSPO e green palm sustainability. (Nel caso del certified sustainable palm oil-RSPO e green palm sustainability vi è una distinzione precisa: il primo indica che l’olio di palma utilizzato proviene da piantagioni certificate come sostenibili dalla RSPO, mentre il secondo non assicura l’origine sostenibile del prodotto, bensì solo il sostegno economico a produttori certificati).

aaaIl caso della RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil), che da 11 anni promuove l’utilizzo e la coltivazione sostenibile di palme, attraverso standard e collaborazioni con le parti interessate, solleva una questione controversa: acquistare o non acquistare prodotti contenenti olio di palma, seppur certificato e proveniente da coltivazioni garantite da standard sostenibili? L’olio di palma è davvero da demonizzare?

Numerosi e contrastanti pareri sottolineano le controindicazioni al consumo di prodotti contenenti olio di palma, evidenziando i potenziali danni alla salute, oltre alla questione ambientale; nel contempo è stato dimostrato che questo olio è difficilmente sostituibile con altri oli, dal momento che le sue proprietà sono uniche ed essenziali per confezione prodotti durevoli nel tempo, oltre che per soddisfare la crescente richiesta, alimentare e non.

I danni all’ambiente non si possono però ignorare, così come non si può dimenticare il vertiginoso aumento della domanda di prodotti a prezzi sempre più competitivi. Le certificazioni e le regolamentazioni aprono, per certi versi, una terza via nelle scelte dei consumatori, cercando di fare chiarezza circa la sostenibilità e la tracciabilità dei prodotti.

 

Potere quindi ai consumatori?

. Per quanto apparentemente piccole e di poco peso possano apparire le nostre scelte, esse possono in realtà contribuire a fermare questa crescente minaccia e a ri-orientare i metodi di produzione e coltivazione, presenti e futuri.

 

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About Roberta Ghiglietti

COLLABORATRICE | Viaggiatrice, sognatrice, amante della natura ed appassionata di tematiche "ambientali e non". E' nata nel 1990, nel cuore della nebbiosa pianura padana, in Provincia di Lodi. Laureata in Lingue Straniere e Politiche Europee ed Internazionali presso l'Università Cattolica di Milano, grazie al programma di doppia laurea con la Martin Luther Universität di Halle-Wittenberg ha maturato un'esperienza annuale di studio in Germania, che le ha permesso di svolgere un intenso ed appassionante stage di sei mesi nel Parco Nazionale della Foresta Bavarese, a stretto contatto con la natura.

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