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Una nuova ballata per un mare salato

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<<Il leone greco perde la pelle di serpente settentrionale tra le brume di Venezia>>

(Hugo Eugenio Pratt – Favola di Venezia)

 

71qycPOL41LVivo sul mare. Lavoro sul mare. La mia è stata una scelta consapevole e voluta, niente di più e niente di meno che una decisione presa su due piedi in un pomeriggio di qualche anno fa. Non ho rimpianti. Guardare il mio occhio sprofondare in quell’abisso mitico, primordiale, in quel complesso di viscere ataviche che mare è e mare rimarrà per sempre mi consola rispetto a porte non aperte o strade non percorse. Doveva andare così. Basta che ci sia lui, o lei, a seconda che venga interpretato come divinità dalle sembianze maschili o femminili, insomma, basta che ci sia il mare.

<<[…] A volte appare azzurra, a volte grigia o bruna; invariabilmente è fredda e non potabile. Il motivo per cui mi ingegno a filtrarla è che contiene tanti riflessi, tra i quali il mio (1)>>.

Proprio così, esatto. Mai stata tanto d’accordo con un Premio Nobel per la Letteratura di San Pietroburgo morto nel 1996. Mai stata così tanto d’accordo con un nordico, come amava definirsi. Mai stata tanto d’accordo; anche il mio riflesso ha bisogno di uno specchio liquido per essere intravisto, e meglio se salato. Ed è per questo che ho deciso di prendere in mano questo piccolo libro e di parlarne. Chiamiamolo pure atto d’amore e lasciamo scorrere le mani, sfioriamo le pagine ed iniziamo a leggerla questa dichiarazione d’amore, degna di un Cyrano de Bergerac per una Rossana. Solo che in questo caso Cyrano è russo e Rossana è una città: chissà come l’avrebbe presa Edmond Rostand.

Fondamenta degli incurabili. Il titolo è chiaro. Il riferimento è evidente. Venezia, ex Ospedale degli incurabili, struttura eretta dall’architetto Jacopo Sansavino. Siamo a Venezia, e ci arriviamo nella stagione sbagliata dell’anno, d’Inverno, periodo in cui lo scrittore veniva annualmente a soggiornare nella città lagunare, ospitato da amici o in qualche più o meno caldo e confortevole albergo. Per diciassette anni Brodskij, tutti i santi anni, d’inverno, avrebbe soggiornato a Venezia. In queste circa cento pagine cercherà di spiegarci il perché di questo amore dirompente e senza censure.

Si può amare una città come un essere umano? Si può? Può un luogo concreto essere fonte di tutto ciò che in genere viene devotamente rivolto verso il proprio oggetto d’amore, uomo o donna che sia? Sì, questo è possibile, soprattutto se, come nel caso di Iosif Aleksandrovič Brodskij, questo luogo concreto ricorda la propria città natale, abbandonata per motivi politici, e dove si è consapevoli che non si avrebbe mai rimesso piede. Ecco quindi che Venezia, la Venezia d’Inverno, con i suoi palazzi e con l’acqua a ricoprirne ogni spiraglio di civiltà, gli ricordava quella San Pietroburgo, ex Leningrado, accantonata frettolosamente come l’amante di una notte, senza il tempo neanche di riguardarla negli occhi. Un abbandono frettoloso e furtivo che lascerà profonde tracce nel poeta, ma che non impedirà alla sua immagine di rimanere ben impressa nella mente, tanto da vederla rispecchiarsi nella laguna di una città italiana a molte latitudini di distanza. Grazie a Dio, aggiungo io. Grazie a Dio abbiamo la possibilità di usare i ricordi in modo plastico, incollandoli al presente. In modo da renderli meno dolorosi. E più fragili.

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Venezia – Italia

Venezia quindi come simbolo di qualcos’altro, come meta-realtà, come sogno, come fonte di ispirazione, come bellezza allo stato puro, come culla dove riposare, come voce di madre e carezza di padre. Come luogo di incontri, come nutrimento per l’anima e per il corpo, come ponte fra la propria esperienza individuale e quella collettiva. Come una nuova dimensione, come una psicoterapia. Mille forme, mille sfaccettature, tutte racchiuse nello stesso involucro protettivo di una città tanto lontana quanto vicina, fonte di gioia e di dolori e fonte di nostalgia nei periodi in cui non vi si possa soggiornare; una volta letti attentamente tutti questi sintomi, come potremmo definire tutto ciò se non amore?

Altro aspetto a favore della mia tesi: l’amore si nutre di bellezza. La prima forma di attrazione è decisamente di tipo visivo, ed ecco che anche qui potremmo asserire con certezza che di amore si tratti: l’occhio a Venezia la fa da padrone, tutto è assoggettato alle regole auree proprie di quest’Olimpo sull’acqua, custodito da leoni greci e da palazzi decorati, un occhio che scruta e freme bramoso di vedere sempre di più, ma che nello stesso tempo si compiace di fronte alle grazie nascoste di questa città indolente ma nel contempo maliziosa:

<<Questo spiega l’appetito dell’occhio per la bellezza, e l’esistenza stessa della bellezza. Perché la bellezza è sollievo, dal momento che la bellezza è innocua, è sicura. Non minaccia di ucciderti, non ti fa soffrire. Una statua di Apollo, non morde, né morderà un cagnolino del Carpaccio (2)>>.

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Corto Maltese è un personaggio dei fumetti creato da Hugo Pratt nel 1967 e protagonista dell’omonima serie a fumetti “Cortomaltese”

Tutto è bellezza a Venezia, ed anche il tempo vi si assoggetta, assumendo una dimensione mitica, speciale, incastonata fra viaggi in gondola, cene drappate ed incontri più o meno prolungati. Come quello con Olga Rudge, grande amore di Ezra Pound, di cui Brodskij racconta nelle ultime pagine del libro: donna ormai molto anziana, ma ancora in buona salute e ragionevomente benestante. Incontro-scontro non a caso narrato alla fine aggiungerei, tanto che anche il titolo Fondamenta degli incurabili deriva proprio da quest’incontro: Olga Rudge viveva lì, o poco lontano. Ed inoltre: Olga Rudge come incurabile? Anche lei ancora intrappolata dalle fitte trame di un amore durato cinquant’anni? Anche lei insanabile nella sua assertiva e irrazionale idealizzazione dell’amato come tutti coloro che sono innamorati? Anche lei tutto sommato come Iosif Brodskij, incurabile nella sua passione verso la città lagunare, incapace di vederne i difetti, o quantomeno miope? Perché no, mi piace pensarla così, né la Rudge né Brodskji sarebbero i primi né tanto meno gli ultimi, per carità. E poi Venezia ha un certo fascino, donna interessante direi, in grado di irretirne a frotte, di uomini: pensiamo ad Hugo Pratt per esempio.

Hugo Eugenio Pratt, scrittore, saggista e grande fumettista, nato a Rimini, ma vissuto per tutta l’infanzia a Venezia. Non dimenticherà mai questa città. Potremmo parlare di primo amore? Direi di sì, di quei primi amori potenti, poderosi, cruciali, che si ricordano. E riecco Venezia, ricompare furtiva e lasciva anche nei tratti ormai indelebili di questo fumettista, si manifesta in ogni sua forma con innocenza sfrontata lasciando la sua stigmate. Come tutti i grandi amori. Ed ecco che Hugo Pratt usa il dialetto veneziano nella sua Una ballata del mare salato, ed ecco Favola di Venezia, con Corto Maltese impegnato a vivere fra calli e gondole. Ecco qua.

Tutto questo può fare l’amore, <<l’amor che move il sole e l’altre stelle>>, qualcuno ha detto tanti anni fa. Brodskij, Pratt e ne potrei citare ancora molti, non hanno fatto altro che rappresentare in carne ed ossa una rivisitazione del concetto di amante, una versione universale direi, metaforica, simbolo di quell’eterna ricerca di un luogo che riesca a racchiudere – con la propria perfezione – l’imperfezione propria di ogni essere umano. Un vaso di Pandora, una forma di contenimento alato, una grande madre. E non a caso è il mare a farla da padrone.

E non a caso è il mare a farla da padrone anche con me. Non a caso vivo e lavoro sul mare. Chiamiamolo amore pure il mio. E tutto quello che ho scritto, a questo punto, una mia umile ma sentitissima ballata per un mare salato.

<<Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama>>.

(Iosif Aleksandrovič Brodskij)

 

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NOTE:

(1) Pag. 23 ;

(2) Pag.87 .

 

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About Marina Capone

COLLABORATRICE | Napoletana di nascita, toscana d'adozione. Si diploma al Liceo Classico "Galileo Galilei" di Pisa per poi emigrare a Firenze dove conseguirà la Laurea in Psicologia: psicologa come formazione, letterata per scelta. Le piace definirsi un'umanista incompresa, data la sua proverbiale folle passione per la pagina scritta. E' ideatrice del sito "Humboldt Street Blog".

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