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“Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte”: dal suicidio Pinelli alla sentenza Cucchi

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Non esistono parole migliori, se non quelle del cantautore Fabrizio De André, per descrivere brevemente l’argomento di cui oggi tratteremo. Ci sono stati tanti e tanti casi in Italia, dove ad uccidere giovani ragazzi non è stata la morte, ma delle guardie bigotte. E cominciare con l’analisi dal Caso Pinelli serve a comprendere come nel nostro Paese, l’abuso di potere parte spesso da chi porta la divisa e rappresenta lo Stato, sfociando in una violenza incontrollabile e giustificabile, poi, solo con i depistaggi. Per carità, non voglio sparare a raffica contro le forze dell’ordine, anzi. Appartengo alla categoria di quei pochi che guardano la divisa con rispetto. Tuttavia, casi del genere potrebbero sfiduciare chi come me – e non si sa per quanto ancora – ci crede. I nomi che fanno da intermezzo dal caso Pinelli al caso Cucchi sono infiniti e per questo non tutti citabili; ciò non significa, però, che a questi io non porti pari rispetto e non provi lo stesso dolore.

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Giuseppe Pinelli

Giuseppe Pinelli era un anarchico che venne fermato e trattenuto negli uffici della Questura di Milano dal 13 Dicembre al 15 Dicembre dell’anno 1969. Il 12 Dicembre esplose una bomba in Piazza Fontana che fece un numero consistente di vittime e che viene ricordata nelle nostre memorie, per l’appunto, come la Strage di Piazza Fontana. All’indomani vennero fermati e portati in questura 84 anarchici, tra cui Pinelli. Man mano che venivano confermati gli alibi dei trattenuti, essi venivano rilasciati. Ma non fu così per Pinelli e per un altro dei trattenuti. Pinelli si trovava nella stanza del Commissario Calabresi e nella quale, oltre alla presenza-assenza del Commissario stesso (non si è mai capito se c’era o meno), vi erano quattro agenti della Polizia di Stato ed un Carabiniere. Pinelli aveva fornito un alibi dopo ore incessanti di interrogatori e di accuse, senza aver mangiato per due giorni e con un eccessivo carico di stress addosso. A mezzanotte Pinelli si butta dalla finestra del quarto piano della Questura di Milano. Ma è andata veramente così? Fermo restando che il fermo aveva superato i termini previsti dalla legge, tant’è che l’altro trattenuto, Pasquale Valitutti, al momento dell’accaduto fu immediatamente trasferito al carcere di San Vittore senza neanche essere stato ascoltato, per poi esser rilasciato l’indomani; tenendo anche conto del fatto che, in un primo momento, durante la conferenza stampa in cui si annunciò il suicidio di Pinelli si disse falsamente che l’alibi non era stato confermato, mentre nelle ore successive alla morte l’alibi fu ritenuto valido; e considerando, per ultimo, che la chiamata per l’ambulanza avvenne qualche minuto prima del suicidio, cosa ci impedisce di pensare che la defenestrazione di Pinelli non sia il culmine di un interrogatorio pieno di violenza durato per giorni, senza neanche rispettare i tempi previsti dalla legge, Cosa ci vieta di pensare che Pinelli sia stato gettato da quella finestra? Ad occuparsi del caso fu il Giudice Gerardo D’Ambrosio (lo stesso Gerardo D’Ambrosio di Mani Pulite) che assolse tutti gli imputati, dichiarando che il Commissario Calabresi, al momento dei fatti, si trovava fuori dall’ufficio, condannado quindi l’anarchico Valitutti per falsa testimonianza. Una seconda autopsia rilevò però (anche se non confermata) lividi tipici di un pestaggio, per l’esattezza dovuti a mosse di karate; rilevò anche che il lancio dalla finestra avvenne in maniera poco naturale. Il tutto venne addossato ad un malore del Pinelli. Nessuna condanna per omicidio colposo. Nessuna condanna neanche per abuso d’ufficio visto che la vittima era lì trattenuta illegalmente. Si chiude così il Caso Pinelli: ma c’è un filo conduttore che da quegli anni arriva ai giorni nostri. È il filo della violenza insensata, dell’abuso immotivato di potere che collega le storia di giovani ragazzi dello stivale, accomunati dalla morte ingiustificata e dai depistaggi che offendono l’intelligenza umana.

 

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Gabriele Sandri

 

ALDROVANDI: DEPISTAGGI; APPELLO CONFERMA CONDANNE 2 AGENTI
Federico Aldrovandi


Gabriele Sandri
si è beccato una pallottola al collo mentre nel piazzale di un autogrill era scoppiata una rissa tra tifoserie. Fortunatamente questa volta l’agente è ritenuto colpevole. Certo davanti ad un evidenza così lampante, il depistaggio non ha modo di sopravvivere. Di Federico Aldrovandi si sa che tornava tranquillamente a casa, dopo un concerto, quando venne accerchiato da degli agenti e pestato a morte. E di Giuseppe Uva? Morto a Varese in ospedale, dopo aver trascorso parte della notte trattenuto in caserma. Ma come mai non è mai stato sentito l’amico di Uva, anch’egli fermato dai Carabinieri, trattenuto solo in un’altra stanza, tant’è che fu proprio lui a chiamare l’’ambulanza perché sentiva le urla dell’amico? E perché nei pantaloni di Uva ci sono tracce di urina, feci e sperma? Beh, in questi casi, una verità vicina ai margini della certezza non la si avrà mai.

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Giuseppe Uva

Ne è stata prova la sentenza sul caso Cucchi. Nessun colpevole? E con quelle contusioni, con quelle immagini della salma in obitorio, di una crudeltà immensa, come si fa a sostenere che non ci sia stato nessun colpevole? Il colpevole è uno ed uno solo. È lo Stato che depista, lo Stato che copre le minchiate dei suoi rappresentanti, lo Stato che ci prende in giro con ricostruzioni imbarazzanti, lo stesso Stato che ci fa sdegnare di vivere in un Paese così. Un Paese dove, se ad uccidere è “un manganello” la verità non si saprà mai. Lo stesso Paese dove, invece, se il culmine della violenza sfocia con la morte di “un manganello” allora sì che lo Stato si trasforma in boia rispettando i propri ruoli. Non sto offendendo, né sminuendo il caso dell’Agente Raciti: approfitto del momento per provocare uno Stato che quando ha la necessità di punire, lo riesce a fare benissimo ed in poche ore, com’è giusto che sia. Voglio smetterla di pensare che in questo Paese la giustizia non esista. Voglio smetterla di pensare che questo, anche dal punto di vista del diritto, non è un Paese per giovani, confermato anche dalle ultime sentenze: dal caso Cucchi al caso Farmacia di Catania e tante altre ancora.

 

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Stefano Cucchi

 

Solo una domanda mi sorge spontanea: se il fine ultimo della pena e del controllo esercitato dalle forze dell’ordine è quello dell’ordine pubblico, della soppressione del crimine e della rieducazione del colpevole, come mai in Italia, nella maggior parte dei casi, non si esce coi propri piedi dal carcere ma con una bara dall’obitorio?

Mai più Pinelli, mai più Cucchi, mai più Aldrovandi, mai più Uva. Mai più violenza insensata. La tortura è un crimine contro l’umanità, anche se fatta da un uomo in divisa.

 

obitorio

 

 

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About Chiara Grasso

COLLABORATRICE | Classe 1991, studia legge presso l’Università degli Studi di Catania ed è militante nei GD. Il suo sogno è una Sicilia dove si possa respirare il fresco profumo della libertà, liberi dalle mafie.

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