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Nico Vascellari e l’arte performativa oltre i limiti della materia

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I Ninos du Brasil
I “Ninos Du Brasil”

Qualche settimana fa mi è capitato di partecipare ad un’intervista/conferenza al Vintage Festival di Padova, dove il protagonista era Nico Vascellari che, per chi non lo conoscesse, è un artista contemporaneo italiano. Nico Vascellari nella sua carriera si è inserito nell’arte performativa, oscillando tra musica e performance, video e installazioni, e spesso anche mettendo in un rapporto di sintesi due o più tipologie di rappresentazioni. C’è chi ha definito punk art la sua corrente di appartenenza, c’è chi fatica a collocarlo in modo definito, perché ha sia bazzicato nella scena musicale, e tutt’ora ha un ottimo successo con i suoi Ninos Du Brasil, sia perché può anche essere definito anche come un artista in senso stretto, in quanto le sue opere e le sue performance sono state presentate in sedi a dir poco prestigiose come la Biennale di Venezia, il MACRO di Roma, la Crisp Gallery di Londra e di Los Angeles e il Marina Abramović Institute di San Francisco. Insomma, stiamo parlando di un artista o di un musicista? E quale può essere il confine tra queste due professioni artistiche?

La definizione migliore di quello Vascellari vuole trasmettere ce la dà lui stesso: il disagio, lo stare nel luogo sbagliato nel momento sbagliato.  Insomma, Nico stesso ci dice che nascere, crescere e vivere in luogo come Vittorio Veneto questa sensazione un po’ la dà, a causa  soprattutto della mancanza di stimoli, di luoghi di formazione culturale. Un luogo che io definirei come esteticamente bellissimo ma forse ancora poco sfruttato. Ci parla del fatto che la società in cui si trovava immerso fin da piccolo, e quella dove ci ritroviamo noi stessi, pone fin da subito dei limiti e delle chiusure invalicabili, o così sembra voglia farci credere. Ci dice come il catechismo gli sembrasse un qualcosa di assolutamente ridicolo, una perdita di tempo, ore che avrebbe potuto dedicare a cose molto più interessanti e stimolanti, e forse, mi par di aver intuito, la cosa che premeva di più al giovane Nico era la mancanza di possibilità di scelta. E allora passa a rompere gli schemi ancor prima di conoscerli. Si immerge in qualunque forma d’arte che permetta di esprimere questa sensazione di disagio.

Nelle sue performance Nico Vascellari cerca di trasmettere questa sensazione di spaesamento, di totale incongruenza tra l’azione compiuta e l’uomo stesso che la compie, il luogo, il momento, il contesto. Insomma, tutto deve apparire fuori posto. Una delle sue performance che più mi ha colpito è stata quella del progetto nominato Lago Morto, realizzato nel 2009 come contributo alla mostra Rock – Paper – Scissors presso la Kunsthaus Graz. La particolarità di questa performance è che si tratta di un tour di concerti con una regola fissa e piuttosto rigida: questo si doveva svolgere solo ed esclusivamente a Vittorio Veneto. Insomma tale progetto doveva nascere e morire lì. Così fu, suonarono nei posti più assurdi e impensabili, dalla lavanderia a gettoni, alla pizzeria al taglio, e tutto questo per 16 live in 15 giorni. A completare il quadro del disagio sta il fatto che la band faceva musica punk-hardcore, e la performance non si adattava affatto ai luoghi piccoli e ristretti dove si svolgeva. Insomma disagio su disagio, e questa sensazione costante e forte dà la possibilità di rendere immediatamente coinvolto il pubblico, come se fosse un terzo occhio, come se Vascellari creasse con lui un rapporto empatico.

lago-mortoPerché vi ho parlato proprio di Nico Vascellari? Perché innanzitutto adoro i suoi progetti e il suo personaggio, lo trovo geniale, sprezzante e spontaneo oltre i limiti della normalità. Ma ve ne ho parlato soprattutto perché mi serviva per passare un concetto, un’idea. Perché quando mi rapporto con persone che conosco apprezzano l’arte, spesso vedo che non apprezzano questo tipo di rappresentazioni, non ci vedono nulla di artistico. A tratti il disprezzo si limita solo a performance estreme e apparentemente eseguite solo per superare la soglia del normale al fine di provocare una reazione, e a tratti si estende verso tutta l’arte performativa in generale. Per quanto riguarda il primo tipo di rifiuto credo sia in qualche modo lecito ma anche assolutamente previsto da artisti come Vascellari stesso, e credo che il suo obiettivo sia richiamare non tanto l’appassionato d’arte per antonomasia, ma chi è realmente interessato e chi davvero ha la voglia e la capacità empatica di immergersi nella situazione che l’artista prepara e al contempo improvvisa per il pubblico e per sé stesso.

Per quanto riguarda il rifiuto in generale verso l’arte performativa mi sembra provenga quasi da un rifiuto verso la progressiva smaterializzazione dell’arte stessa, verso il spostamento dall’opera all’artista, o perlomeno verso una comprensione dell’opera concepibile solo attraverso il medium, l’occhio dell’artista. Ma in fin dei conti non è a partire dai romantici che noi vediamo l’inizio di questo progressivo spostamento? È dal romanticismo infatti che l’attenzione non viene più posta solo e direttamente verso l’opera come perfetta imitazione del bello naturale, come se l’opera potesse essere definita bella solo in quanto ripropone staticamente e imprime su materia la bellezza della natura. Gli artisti romantici infatti non avrebbero mai potuto accettare tale idea di opera, in quanto ritenevano che la bellezza dell’opera fosse data dalla capacità dello spirito dell’artista di immergersi, vivere la natura, oggettivarsi in essa, al fine di portare in superfice e riproporre nell’opera solo il bello artistico, solo ciò che veniva selezionato dall’artista. Si passa quindi progressivamente da un concetto di imitazione in senso stretto dove il soggetto è l’opera, a un’imitazione soggettiva dove il protagonista è l’artista. Hegel arrivò anche a sostenere che il bello artistico è superiore a quello naturale, e ciò perché è un prodotto dello spirito e grazie ad esso si è formato, e attraverso la fruizione dell’opera il pubblico questo spirito può coglierlo, può sentirne la risonanza.

Nico Vascellari e Marina Abramović
Nico Vascellari e Marina Abramović

Insomma, quello che io qui voglio sostenere è che già a partire dal XVIII secolo si erano in qualche modo poste le basi per una smaterializzazione dell’opera d’arte. Questa oggi viene quasi colta spesso come una superficie inutile, un limite, incapace di esprimere realmente la potenza dello spirito, un medium che difficilmente riesce a trasmettere una sensazione vivificandola, rendendola attuale. Il performer è capace di porre il pubblico come protagonista in questo rapporto di empatia diretta.

Io ho la sensazione che questo sia il senso dell’arte performativa, che tale fosse l’inevitabile approdo dell’arte contemporanea.  Alcuni artisti sentono inevitabilmente di potersi esprimere al meglio attraverso il movimento, sfruttando la materia solo al fine di innalzare l’azione. Alcune rappresentazioni performative hanno anche la peculiarità di essere vere e proprie provocazioni, finalizzate a mettere il pubblico nella posizione di dover trovare una sua personale interpretazione, e di dover decidere egli stesso qual è il confine che separa l’arte dalla non arte. L’artista apre quella possibilità di scelta che ha sempre colto come preclusa, e che Nico Vascellari, per esempio, cerca di mettere in discussione e portare al limite dell’assurdo.

 

 

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About Giulia Menegaldo

REDATTRICE | Nata in Provincia di Treviso, laureata alla triennale in Filosofia a Padova, ora vive a Bologna dove è iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze Filosofiche. Coltiva anche le passioni per la letteratura, l'arte, il cinema e la musica. Dal 2013 è iscritta al Partito Democratico e partecipa alle attività del direttivo del piccolo Comune dove è cresciuta.

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