62506335-98a0-42cb-a766-ebf42313a7fe_xl

Nessuno tocchi la dignità di un uomo dietro le sbarre

Pubblicato il Pubblicato in Human Rights, Politica ed Economia, Recenti

Pannella in carcereProbabilmente per l’italiano medio la situazione delle carceri non è un problema sociale primario. La disoccupazione giovanile e la lotta alla povertà sono considerate istanze più meritevoli rispetto a “dare comfort” ai delinquenti. Affermazione forse non discutibile, ma che non dovrebbe sfociare nel giustificare trattamenti degradanti della dignità umana, sorretti dall’argomentazione «se lo meritano». La mancanza di sensibilità al tema trova riscontro nelle battaglie perse di Marco Pannella, il radicale, deceduto lo scorso anno, che ha dedicato la sua vita anche a denunciare il sovraffollamento delle carceri.

Dati alla mano, in Italia sono detenute quasi cinquantaquattromila persone, per una capienza a stento sufficiente per quarantanovemila. Cosa saranno seimila persone in più? Si tratta solo di stringersi ancora in quei pochi metri quadrati che ti apparterranno per anni, anche dopo aver finito di scontare la pena. Di questo numero esorbitante il 33% è ancora in attesa di un processo, in attesa di vedersi riconosciuto il principio di innocenza fino a prova contraria. Inoltre, negli ultimi anni è cresciuto esponenzialmente il numero di suicidi, disturbi psichici e lesioni registrati negli istituti penitenziali.

Nel 2013, la Corte di Strasburgo ha denunciato l’Italia per violazione dell’art. 3 della CEDU, vale a dire per aver tenuto trattamenti disumani e degradanti contro sette detenuti, che scontavano la pena a Piacenza e Busto Arstizio. La Corte ha accolto l’appello dei ricorrenti, i quali erano detenuti in gruppi di tre in celle da nove metri quadrati. La sentenza Torreggiani è considerata pilota perché ha dato inizio ad un lungo processo di miglioramento della situazione nelle prigioni italiane. In casi risalenti al 2014 la Corte EDU ha avuto modo di apprezzare che il legislatore italiano ha accolto il monito lanciato: è stato introdotto un reclamo che il detenuto può muovere al giudice di sorveglianza in caso di «attuale e grave pregiudizio ai diritti dei detenuti» e, inoltre, la possibilità di richiedere risarcimento del danno per i trattamenti disumani subiti.

fine-pena-maiIl miglioramento non può far dimenticare la strada che deve essere ancora percorsa. Il sistema penale italiano è afflitto da un’anomalia evidente: da una parte reati non puniti o puniti troppo lievemente, dall’altra pene non rieducative. Il senso della sanzione penale dovrebbe essere proprio questo: non solo pagare per quello che hai fatto, ma anche comprendere il disvalore della propria azione, posto, naturalmente, che assicurare alla giustizia un reo è un’esigenza primaria, ineludibile. Un autore di violenze sessuali, un affiliato ad una cosca mafiosa, un corrotto: tutti devono soggiacere ad una pena, se giudicati colpevoli. È irragionevole però che non sia fatta alcuna differenza tra loro e non sia concessa la possibilità a taluno di ottenere un’educazione o, comunque, una seconda possibilità.

Sapete cos’è una cella liscia? Lo racconta Arianna Giunti, una giornalista freelance per l’Espresso: è una stanza completamente vuota, senza mobili, tubi, letti, servizi igenici. Sono celle di isolamento in cui vengono rinchiusi i detenuti che violano una regola di condotta, per ore o anche un giorno intero. Il nulla, intervallato da pestaggi, intorpidisce e aliena il detenuto. Carlo Marchiori, rinchiuso nel carcere di Mammagialla a Viterbo per droga, avrebbe rilasciato una toccante dichiarazione: «Al freddo, nudo, su un pavimento che puzza di pipì rancida, ogni tanto entrano due agenti che ti portano l’acqua. Ti fanno fare dieci piegamenti e ti danno dieci sberle. Altri dieci piegamenti e altre dieci sberle. Fino a che non crolli. Ma tu, pur di non restare solo a impazzire, aspetti quei momenti come se fossero una cosa bella». Niente di tutto ciò può albergare in un Paese civile, in cui la dignità umana è un caposaldo indefettibile, anche per un detenuto.

Un altro importante argomento in materia è il carcere duro, meglio conosciuto come 41 bis. Quante volte si è sentito parlare di boss mafiosi che comandano dalla loro cella 2×2? L’istituto sembra far acqua da tutte le parti, non riesce a svolgere la funzione di impedire ogni comunicazione con l’esterno. La Corte Costituzionale ha di recente ritenuto legittimo il divieto di ricevere libri e riviste dai familiari. Perché libertà e diritti devono essere garantiti, ma non sono assoluti: e quindi no, non si può mettere in pericolo la collettività per assicurare a detenuti in 41 bis il diritto all’educazione o la libertà di manifestazione del pensiero. Si tratta di bilanciare l’importanza dei beni che vengono in gioco, basta un po’ di ragionevolezza, quella che da anni sembra aver abbandonato i tribunali italiani.

Non si può comprendere la vita dietro le sbarre se non vi si è mai stati: l’umiliazione, la sessualità frustrata e che genera disturbi della personalità, nessuna possibilità di redimersi. Le esigenze di punizione possono sottrarre o privare totalmente l’uomo della propria libertà, ma mai della propria dignità.

 

reginacoeli2606

 


 

Immagine in evidenza:  clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Viviana Giuffrida

COLLABORATRICE | Classe 1995, vive a Catania. Frequenta la Facoltà di Giurisprudenza nella sua città, dedicandosi inoltre a doposcuola, giornalismo e volontariato. Non le manca mai il tempo per libri e serie TV, nonché per una buona birra tra amici.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *