Scampia

Nessuno racconta la camorra come loro

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Roberto Saviano: classe 1979, è autore di “Gomorra” (2006)

C’è una strana coppia di ragazzi (uno classe 1966, l’altro nato nel 1979) che ha creato il miglior prodotto televisivo del nostro Paese. La storia di questo prodotto parte da lontano. Il più giovane dei due, Roberto Saviano, ha pubblicato nel 2006 il romanzo italiano più significativo degli anni duemila. Si intitola Gomorra e il sottotitolo recita <<Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra>>. Del romanzo, in realtà, possiede solo lo stile (a tratti vicino al miglior Ellroy). Non vi è una trama diacronica, un susseguirsi di eventi, un intreccio. I fatti di cui si legge sono fortemente inchiodati al nostro presente, ad una realtà criminale che rappresenta una tipicità italiana. Saviano cancella qualsiasi patina che possa allontanare la storia dalla pura inchiesta. L’approdo del libro allo status di caso letterario si spiega proprio con la volontà critica di descrivere quella realtà: tutti conoscono la parola camorra, ma pochi sanno della concretezza, delle logiche del mondo camorristico. Al lettore influenzato da una visione cinematografica e spettacolare della malavita, l’autore ribadisce la cronaca, puntando la torcia sui luoghi oscuri della società.

Così passiamo all’altro ragazzo, il più vecchio, Stefano Sollima. Il nome del regista romano, nel 2006, era sconosciuto ai più. Veniva da anni di gavetta come cameraman, seguiti dall’approdo nel mondo della fiction. Appena un anno prima la sua serie ‘Ho sposato un calciatore’ trasmessa su Canale 5 si era rivelata un flop totale. Poi, nel 2008, il successo. Sky Italia, insieme a Cattleya, decide di produrre una serie tv basata su Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo, già trasposto sul grande schermo da Michele Placido. Il libro, d’altro canto, offriva spunti, situazioni e personaggi difficilmente riassumibili in due ore di film. Si tratta di più di un decennio (1977-1990) tenebroso della storia italiana, nella Roma dominata dalla banda della Magliana. Romanzo Criminale- La Serie registra da subito un incredibile successo, se si considerano gli ascolti “da Champions League” incassati dalle due stagioni e l’entusiasmo manifestato dalla critica di tutta Europa. La verità è che qualcosa del genere non si era mai visto: una fiction del genere trasmessa da noi in prima serata era roba da far venire i brividi. Prima di tutto per il realismo e la grande fedeltà ad atmosfera e ambientazioni. Sembra davvero di essere catapultati negli anni ’80, complice una fotografia accurata diretta da Paolo Carnera (con molto lavoro in post-produzione). E poi l’andamento complessivo della narrazione, che la avvicina più ad una produzione statunitense che non a quelle nostrane, con grande merito alla sceneggiatura. Infine gli attori, tutti emergenti o quasi (Marco Giallini nel ruolo del Terribile è uno dei pochi volti noti). Tutti capaci di far impallidire i colleghi del lungometraggio di Placido (e si parla di Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart e Claudio Santamaria, mica degli ultimi arrivati).

 

Stefano Sollima
Stefano Sollima: classe 1966, è noto per aver diretto “Romanzo criminale – la serie” (2008-2010) e “Gomorra – la serie” (2014 – in corso)

 

Questi sono elementi ai quali gli americani sono di certo abituati, reduci da anni di capolavori seriali come I Soprano o The Wire. Ma per il pubblico italiano, assuefatto dalle soap e dalle fiction soft proposte dal palinsesto, Romanzo Criminale-La Serie ha rappresentato una nuovissima boccata d’aria fresca. Tanto da diventare un vero e proprio fenomeno di costume, con il Libanese, il Freddo e il Dandi ormai entrati di diritto nella cultura popolare, seppur ispirati ai membri realmente esistiti della sanguinaria Banda. Ed è qui una prima, decisiva, differenza con Gomorra.

20110521133915!Logo_skyI personaggi di De Cataldo sono, nella loro magistrale caratterizzazione, dopati (per usare il lessico di Saviano). La proiezione di quel decennio di storia italiana è imbottita di epica, di tragedia, di poesia. I protagonisti sono antieroi in cui il lettore e lo spettatore possono comunque identificarsi. Si finisce, in poche parole, per “tifare” per loro. Tralasciando le implicazioni morali della questione (dopotutto i gangster movie esistono dagli anni ’30 e a tutti è capitato di “simpatizzare” per Tony Montana o Michael Corleone), per Gomorra serviva qualcosa di diverso. Per le caratteristiche elencate sopra, il best-seller di Roberto Saviano taglia qualsiasi ponte con la storia romanzata: è fondamentalmente un manifesto di denuncia. Questo è anche il motivo per cui la sua prima trasposizione sul grande schermo, ad opera di Matteo Garrone, è quanto di più lucido e freddo ci si potesse attendere. Esattamente come nel libro, non vi sono personaggi per cui provare empatia. Quando Sky Italia decide di riprovare il colpaccio, è questo il problema principale da risolvere: come conciliare Gomorra con il formato televisivo? Così i due ragazzi, Saviano e Sollima, si incontrano, e l’unico diktat imposto dal primo al secondo è il realismo. Per il personaggio di Gomorra non vale il postulato ‘o si ama o si odia’. Gli individui che popolano la Napoli criminale sono tutti da odiare, dal primo all’ultimo. L’innegabile fascino che emanano non deriva dal loro ruolo di moderni antieroi, ma dalle posizioni di potere che ricoprono. Ed è proprio quest’ultima la mossa fondamentale compiuta da Sollima e dalla sua troupe: raccontare una storia di potere, che riguarda non solo i delinquenti di strada, ma soprattutto i loro boss. A ben guardare si tratta di una semplice parabola di ascesa e declino, perfetta per un contenitore di dodici puntate da cinquanta minuti l’una. Partendo dai problemi e dalle azioni di pochi, si arriva a descrivere una tragica realtà comune a molti.

Protagonista è il clan dei Savastano, impegnato (nelle figure di don Pietro, della moglie Imma e del figlio Genny) a mantenere il controllo su Secondigliano e su tutta la città di Napoli. La città stessa diventa quasi un personaggio, vivissima attraverso la fotografia del solito Carnera.

 

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Quartiere di Scampia, Napoli: possiede uno dei tassi di disoccupazione più alti d’Italia (50%-75%) e viene definito il “paradiso della droga”, in quanto è la prima piazza in Europa per spaccio di stupefacenti

 

Sollima, coadiuvato da Francesca Comencini e Claudio Cupellini, alterna la vicinanza della telecamera ai soggetti a inquadrature più ampie, dove Napoli si mostra in tutta la sua crudezza. Si lavora sul contenuto e sulla cornice. Si passa dai salotti dallo stile barocco dei boss al degrado di Scampia, alle strade sporche animate dalla disillusione. E ci vuole un bel coraggio a mostrare la ferita così, senza filtri. Non è tanto la violenza fisica a stupire, quanto la sensazione di disagio che ogni episodio riesce a trasmettere (evitiamo spoiler, ma la catena di eventi che portano alla climax finale è letteralmente un pugno nello stomaco). La conquista più grande sta nell’essere riusciti a trasmettere tutto questo attraverso l’intrattenimento. Sì, perché ‘Gomorra’ è comunque una serie godibilissima, pressoché priva di momenti morti: ogni capitolo scorre che è una bellezza, tra sequenze di azione e momenti più riflessivi.

Accogliamo dunque con entusiasmo, al netto di cliffhanger, la notizia che la seconda stagione è già pronta per essere girata. Con la speranza che uomini come Saviano e Sollima, nei rispettivi campi di intervento, non smettano mai di migliorare la cultura italiana. Nell’attesa, tra un reality show e una telenovela, il nostro consiglio è quello di gustarvi una puntata di questo capolavoro.

 

Gomorra La Serie

About Mattia Carapelli

REDATTORE | Classe 1991, toscano. Si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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