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Michelangelo Antonioni, il poeta del cinema moderno

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Nel 1912 nella splendida città di Ferrara nacque Michelangelo Antonioni, regista, sceneggiatore, scrittore e pittore, la cui produzione si collocò nella fase di passaggio tra il neorealismo e il cinema moderno. Proprio il fatto di essere considerato colui che concluse una fase e diede vita ad una completamente nuova, gli permise di creare un nuovo modo di fare cinema e questo lo portò ad essere considerato uno dei maggiori innovatori del suo tempo. I suoi film presentano delle peculiarità che hanno inevitabilmente influenzato tutti i registi a lui contemporanei e futuri. Stanley Kubrick disse che Antonioni era il grande artista del loro tempo e Mario Monicelli si rese presto conto dell’unicità di questo artista e dell’impossibilità di produrre pellicole simili alle sue, idea sostenuta anche da molti altri registi. Nessun altro riuscì a comunicare l’incomunicabilità dell’uomo moderno come fece lui, attraverso il silenzio e i dialoghi frammentari, l’alienazione nei rapporti interpersonali e intrapersonali.

 

 

Rimane ancora emblematica la scena finale de L’Eclisse, suo ottavo lungometraggio, dove l’unico dialogo che si svolge avviene tra i protagonisti Vittoria, interpretata da Monica Vitti, musa e compagna per molti anni di Antonioni, e Pietro, interpretato da Alain Delon. Negli ultimi dieci minuti circa i due protagonisti, guardandosi negli occhi, esprimono il proposito di futuri incontri nell’evidente consapevolezza che questi non avverranno mai, consci che quello per loro sarà solo un addio si stringono, poggiando le loro guance l’una contro l’altra e guardano di fronte a loro, con lo sguardo perso nel vuoto attraverso cui si può scorgere la fragilità interiore che i due attori seppero interpretare magistralmente. Nella scena successiva i due scompaiono e viene fatto spazio ai luoghi dove la loro breve storia si è dispiegata e dove si è conclusa, nell’insuperabile estraneità che non permette a loro, e all’essere umano in generale, di esprimere i sentimenti nella loro autenticità. È questo che ha reso Antonioni un artista unico nel suo genere, la capacità di raccontare gli uomini della sua epoca in un contesto storico in cui la ricerca di identità di una generazione nata in guerra e cresciuta contemporaneamente all’economia e ad un sempre maggiore benessere, era in pieno svolgimento. Ciò che lo distinse era il fatto di essere capace di raccontare agli uomini chi erano quando loro stessi stavano ancora cercando di comprenderlo. I suoi personaggi sembrano sempre assenti a se stessi, inautentici nel loro agire, ma è proprio nel tentativo di non esprimere la realtà che il regista la esprime nel modo più veritiero, sfrontato, nel gioco dialettico della negazione della comunicazione che permette al reale di esprimersi da solo, senza l’aiuto di alcunché di esteriore, in modo genuino.

Il film sopracitato, L’Eclisse, è l’ultimo atto di quella che fu definita la trilogia dell’incomunicabilità composta precedentemente dai film L’Avventura e La Notte, un esperimento in cui all’immagine venne data la funzione di supporto alla narrazione che in questa fase aveva un ruolo principale e che era finalizzata all’analisi sulla società e, conseguentemente, sulla psicologia umana, che Antonioni volle svolgere e rappresentare sul grande schermo.

Monica Vitti in una scena del film "Deserto Rosso"
Monica Vitti in una scena del film “Deserto Rosso”.

È con Deserto Rosso che per Antonioni si realizzò un cambiamento importante nel suo modo di fare cinema. Il fatto che questo fosse il suo primo film a colori non fu affatto un aspetto banale. Il colore lo spinse a sviluppare un’intensa sperimentazione cromatica, ampliando i suoi orizzonti artistici. Si ha quasi la sensazione che in questa fase i colori e le immagini mettano in disparte il primato che precedentemente ebbero i silenzi malinconici e i dialoghi irregolari. L’attenzione che ebbe la fotografia per questo film gli fece ottenere un Nastro d’Argento proprio per la migliore fotografia, dovuto principalmente al particolare uso che fece del colore che definì lui stesso come un mezzo nuovo che egli adottò in funzione espressiva, al fine di creare ciò che la scena stessa richiedeva per suggestionare lo spettatore.

Prova della volontà di sperimentazione e del suo carattere furono le particolarissime opere che vennero raccolte nella cosiddetta produzione artistica Montagne Incantate. Antonioni unì alla rappresentazione pittorica a tempera gli ingrandimenti fotografici al fine di ricercare nuove ispirazioni, spingersi oltre il cinema per tornare al cinema stesso con una ritrovata consapevolezza.

Una scena del film "Zabriskie Point" del 1970.
Una scena del film “Zabriskie Point” del 1970.

Con Blow-up per Antonioni cominciò una fase nuova, in cui diede inizio alla trilogia dei film ambientati fuori dall’Italia composta inoltre da Zabriskie Point e Professione: reporter. Qui il regista sposta lo sguardo su un’alienazione non più vista come un limite per l’uomo moderno, come un qualcosa che impedisce all’uomo di essere protagonista della sua stessa vita, ma come una profonda consapevolezza della propria situazione che porta ad un conseguente distacco dalla società con le sue consuetudini. Qui i protagonisti rifiutano di comprendere la realtà in cui loro stessi sono immersi, in quanto viene da loro considerata come impenetrabile. I moralismi stessi vengono rifiutati poiché viene faticosamente capita l’ambiguità della realtà e l’impossibilità di comprenderla nel modo più autentico.

Qui Michelangelo Antonioni toccò l’apice di una carriera costellata da premi e coronata da un Oscar alla carriera nel 1995. Un regista immenso, capace di mettere in primo piano lo sfondo attraverso una cura maniacale per le immagini, attuando in tutta la sua carriera un’estenuante ricerca di nuove tecniche e nuovi usi di ciò di cui il cinema già disponeva. Contemporaneamente riuscì a dare un risalto impareggiabile alla narrazione attraverso i silenzi. Le parole non dette dei suoi protagonisti, infatti, riescono a trasmettere più passione di qualsiasi altro suono. Al contempo le scelte musicali che fece non furono mai banali e scontate, passò da Gaslini a Mina, da Fusco a Gelmetti, arrivando fino ad Hancock, Pink Floyd e Vandor. Confessò però di non amare la musica per film ma di preferire la musica realistica, ovvero l’uso di sonorità elettroniche e di rumori.

Spesso Antonioni non fu compreso dal pubblico, complice anche il suo rifiuto di perseguire la forma tradizionale della narrativa, sperimentando nuove tecniche per trasmettere allo spettatore i sentimenti in modi nuovi e inaspettati, spesso non del tutto capiti. Ciò non gli impedì di avere un enorme successo, soprattutto nel mondo del cinema, tra i suoi colleghi. Guardando un suo film, infatti, si ha la sensazione di vivere un’esperienza che va ben oltre quella del semplice spettatore, poiché la particolare attenzione che il regista riservò ai minimi dettagli riesce a ipnotizzare gli osservatori più attenti. È difficile non farsi coinvolgere da quella che io definirei un’esperienza totalizzante, dove Antonioni pone tutti di fronte alla propria impotenza rispetto la nuda realtà, quasi come se ci trovassimo di fronte ad un dipinto rappresentante la più intima interiorità di noi uomini moderni.

 

Alain Delon, Monica Vitti e Michelangelo Antonioni
Alain Delon, Monica Vitti e Michelangelo Antonioni

 

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About Giulia Menegaldo

REDATTRICE | Nata in Provincia di Treviso, laureata alla triennale in Filosofia a Padova, ora vive a Bologna dove è iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze Filosofiche. Coltiva anche le passioni per la letteratura, l'arte, il cinema e la musica. Dal 2013 è iscritta al Partito Democratico e partecipa alle attività del direttivo del piccolo Comune dove è cresciuta.

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