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Metacinema: la settima arte si racconta

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Ci sono film drammatici, sentimentali, d’azione, comici. E poi ci sono film che narrano di film, della loro produzione e delle storie che si sviluppano dietro le quinte. Possono essere a loro volta drammatici, comici, sentimentali, ma lo stile con il quale sono realizzati li fa rientrare in una categoria a parte. Il metacinema non è uno stile utilizzato molto di frequente, ma alcuni dei titoli che ne fanno parte sono spesso collocati ai piani alti nelle classifiche dei migliori film di sempre.

Il più celebre (e forse il più riuscito) è di Federico Fellini, che narra della tormentata realizzazione di un film rinchiuso nella mente del suo regista. Qui il tema del “film dentro il film” serve da escamotage per dare forma alle fantasie, ai sogni e ai ricordi del regista, facendo sì che realtà e fantasia si confondano progressivamente, fino ad arrivare a fondersi completamente nel finale. Alcune scene sono rimaste impresse nell’immaginario collettivo e hanno ispirato le successive generazioni di cineasti – uno fra tutti Quentin Tarantino, colui che può essere definito il re del postmoderno: forse pochi sanno che il celebre ballo di Uma Thurman e John Travolta in Pulp Fiction è un omaggio alla scena del ballo fra Barbara Steele e Mario Pisu in .

 

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Una metanarrazione che serve più da autocritica che da autocelebrazione, come accade sia in Fellini sia nel capolavoro di François Truffaut, Effetto notte. Anche qui c’è un regista tormentato (interpretato dallo stesso Truffaut) che affronta le difficoltà della realizzazione di un film, ma il taglio realistico lo rende una sorta di mockumentary ante-litteram sul dietro le quinte di una produzione cinematografica. L’intenzione esplicita del regista era proprio quella di mostrare al pubblico ciò che accade fuori dall’inquadratura della macchina da presa: le gaffe, gli imprevisti, le storie d’amore nate e finite sul set, le scene ripetute innumerevoli volte, le vite private degli attori e della troupe, lo sconforto che attanaglia il regista quando pensa di soccombere alle difficoltà, ma un sogno ricorrente (che è un ricordo d’infanzia) gli rammenta del suo amore per il cinema, la sua ragione di vita.
Un tema caro anche all’altro grande maestro della nouvelle vague, Jean-Luc Godard, che con Il disprezzo – trasposizione dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia – mette in scena una tragedia moderna che si sviluppa durante la produzione di un lungometraggio sull’Odissea. Il film si apre con la macchina da presa che avanza verso il centro della scena fino a puntare verso il pubblico.

 

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Fra i contemporanei ricordiamo Charlie Kaufman, un autore che ha utilizzato la metanarrazione cinematografica per ben due volte – prima da sceneggiatore e poi anche da regista: la prima volta nel 2002 con Il ladro di orchidee (Adaptation.) di Spike Jonze, la seconda nel 2008 con Synecdoche, New York, anche se nell’ultimo caso si tratta della realizzazione di uno spettacolo teatrale.
Il ladro di orchidee è un racconto autobiografico nato dalla difficoltà di Kaufman di scrivere la sceneggiatura per la trasposizione cinematografica dell’omonimo libro di Susan Orlean. Non riuscendo a superare il blocco dello scrittore, Kaufman decide di scrivere una sceneggiatura proprio su tale blocco.
Invece, Synecdoche, New York – la sua opera prima – è un lungometraggio monumentale sulla vita di un regista teatrale (interpretato dall’immenso Philip Seymour Hoffman) tormentato dall’ipocondria, che guarda la sua vita sgretolarsi mentre cerca di mettere in scena la sua stessa vita e quella delle persone che lo circondano. Una riflessione filosofica che richiama esplicitamente il teatro pirandelliano e che porta la metanarrazione su una nuova dimensione.

Ci sono tanti altri esempi di metacinema, che spaziano dai generi più differenti: da The Artist di Michel Hazanavicius a Tropic Thunder di Ben Stiller, da La montagna sacra di Alejandro Jodorowsky a Mezzogiorno e mezzo di fuoco di Mel Brooks. Questo stile viene adottato per far ridere, per far riflettere, per spiazzare il pubblico, per rompere quella sottile linea che separa realtà e finzione, producendo incanto e disincanto.

Come diceva il critico André Bazin, citato all’inizio de Il disprezzo, Il Cinema sostituisce al nostro sguardo un mondo plasmato sui nostri desideri.

 

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About Marta La Ferla

COLLABORATRICE | Classe 1993, siciliana, viaggiatrice ossessivo-compulsiva. Studia Lingue e Comunicazione presso l’Università degli Studi di Catania. Appassionata di musica, letteratura, cinema, serie tv e, suo malgrado, anche di politica.

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