Mexico Violence

Le matite spezzate del Messico

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Recenti, Sguardo sul Mondo
imagesHNFTXKVN
Manifestanti dello Stato di Guerrero esibiscono le foto degli studenti scomparsi lo scorso 26 Settembre

Rapiti, torturati, uccisi, bruciati, gettati in una fossa comune. No, non mi sto riferendo ad un rituale di Cosa Nostra e non sto facendo digressioni storiche in merito al genocidio perpetrato dai nazisti. Ho semplicemente ascoltato la testimonianza di un narcotrafficante messicano che ha dato un epilogo tragico alla scomparsa dei 43 studenti avvenuta lo scorso 26 Settembre a Iguala, nello Stato di Guerrero, mentre cercavano di raccogliere fondi per partecipare alla marcia commemorativa della strage (un’altra) del 2 Ottobre 1968 a Città del Messico. Non c’è ancora certezza se i resti trovati nella fossa comune indicata dal pentito appartengano ai ragazzi scomparsi, un test condotto dall’università di Innsbruck lo stabilirà. Non cambia ciò che è accaduto poco più di due mesi fa, non cambia ciò che avviene quotidianamente nello Stato messicano, basta solo citare un dato numerico nauseante: più di 27 mila messicani mancano all’appello. Desaparecidos. Di loro si sa che un giorno sono usciti di casa e non vi hanno più fatto ritorno. I loro familiari esibiscono le loro foto nelle piazze, nelle strade, negli aeroporti, nelle città balneari prese d’assalto da turisti benestanti che magari scattano qualche foto alle foto di attivisti per i diritti umani, oppositori politici, sindacalisti, studenti che hanno gridato il loro no ad una vita corrotta dalla droga dei narcos.

Perché si parte sempre da un no nelle storie dei desaparecidos. I 43 normalistas (studenti-insegnanti) della Normal Rural di Ayotzinapa stavano chiaramente manifestando il loro no alla collusione della politica messicana, in particolare del Governo municipale di Iguala, perché da sempre associato al cartello dei narcotrafficanti, veri governatori della città che hanno reso il punto nevralgico del trasporto di droghe sintetiche e marijuana. I giovani manifestanti erano stanchi di quel “da sempre”, di quel velo di omertà che copre le attività illecite capaci di assorbire nel loro circolo vizioso ogni risorsa che può essere ben indirizzata per l’istruzione delle giovani generazioni. Era ed è il sogno dei ragazzi di Ayotzinapa: trasformare le scuole rurali e le scuole erette con fare improvvisato per le strade in luoghi permanenti, in cui i bambini possano imparare ad far parte di una società onesta e responsabile e possano essere protetti dalle tentazioni di entrare a far parte di bande criminali che si ammazzano tra di loro un giorno sì e l’altro pure. Una missione che mi ricorda le parole di Malala sul potere salvifico attribuito all’educazione scolastica e che questi studenti hanno coltivato e portato in piazza fino a quando la polizia non ha arrestato una cinquantina di loro, dopo aver però fatto fuoco sui manifestanti, uccidendone cinque. Solo qualcuno dei ragazzi arrestati ha fatto ritorno alla propria dimora. Gli altri sono stati considerati desaparecidos. Fino alla confessione del narcotrafficante. La misura è colma. Il popolo messicano fa esplodere la sua protesta nelle città. Prima pacifica, poi violenta, frustrata dall’ennesimo infanticidio, perché di questo si tratta: il Messico drogato dai signori della polvere bianca ha le mani sporche del sangue delle sue migliori generazioni future.

Il presidente del Messico Enrique Nieto, esponente del Partido Revolucionario Istitucional
Il Presidente del Messico Enrique Nieto, esponente del Partido Revolucionario Istitucional

I genitori dei 43 normalistas chiedono al presidente messicano Nieto che chi è responsabile della carneficina di Iguala paghi. Vengono arrestati gli agenti della polizia che hanno consegnato i giovani nelle mani dei narcos, anche il sindaco di Iguala José Luis Abarca e sua moglie vengono arrestati. Voci di corridoio (ma anche della stanza accanto costruita con muri di cartongesso) mormorano che sia stata proprio la moglie del sindaco a chiedere ai suoi amici narcotrafficanti di “silenziare” la voce degli studenti, perché quel 26 settembre era in programma un suo discorso pubblico e temeva che la protesta avrebbe distolto l’attenzione da lei. La manifesta opulenza da lei mostrata nelle foto è una caratteristica peculiare della classe politica dirigente messicana, così stridente e così di cattivo gusto se si dà uno sguardo al tasso di povertà del suo popolo in rivolta perché i suggerimenti da <<non c’è il pane; che mangino le brioches>> non sono più tollerati. Lo Stato di Guerrero è sin dagli anni ‘70 in mobilitazione contro i  governanti locali e nazionali ed ha sempre pagato un tributo di sangue ingente, proveniente dalla classe contadina o da allevatori di bestiame. Questa volta, però, i cittadini affermano che la protesta sia più profonda, che miri ad opporsi all’apertura delle frontiere messicane alle multinazionali e a dare ai messicani una riforma dell’istruzione e una riforma della giustizia che dia un segnale incisivo alla lotta ai cartelli della droga.

Nessun leader delle potenze  mondiali ha mostrato vero interesse al massacro di Iguala né lo ha esplicitamente condannato: qualche parola di cordoglio, ma nessuna proposta di intervento attraverso l’istituzione di Commissioni ONU apposite per dare ai parenti di tutte le vittime della criminalità organizzata la certezza che qualcuno di importante a livello istituzionale cercherà delle risposte esaustive ai massacri, alle detenzioni ingiustificate e alla tratta di esseri umani lungo il confine che separa il Messico dagli Stati Uniti. Ci ha pensato la società civile messicana, quella che non sta più zitta e denuncia le manifesta violazioni dei diritti umani contro gli oppositori di chi impone una politica malsana e illegale. Le organizzazioni dei famigliari dei desaparecidos messicani,  come la FUNDEC e la FUNDEM, collaborando con associazioni come la Cauce Ciudadano, il cui fine è quello di togliere i ragazzi dalla strada e quindi dal reclutamento dei narcos, hanno elaborato un progetto assieme all’organizzazione italiana Libera di Don Ciotti: istituire  una Commissione per la Verità e la Giustizia, assistita dall’ONU, per far luce sulle matite spezzate (per riprendere un appellativo dato ai desaparecidos argentini) del Messico.  Inoltre, l’associazione italiana ha aderito alla campagna di sensibilizzazione sulla necessità di maggiori indagini e ricerche sui desaparecidos messicani dal titolo emblematico: Vivi li hanno presi, vivi li rivogliamo. Una mobilitazione che dà speranza per un Paese che deve saper ritrovare i suoi valori fondanti, come la condivisione e il legame con la terra, se vuole che le lotte alle logiche del denaro sporco imbracciate da chi ha dato la vita per un domani migliore si trasformino in una realtà consolidata.

Una realtà in cui non ci siano più storie di rapiti, torturati, uccisi, bruciati, gettati in una fossa comune.

 

 

Manifestanti mostrano lo slogan della campagna di Giustizia e Verità promossa in Italia da Libera: Vivi li hanno presi, vivi li rivogliamo
Manifestanti mostrano lo slogan della campagna di Giustizia e Verità promossa in Italia da Libera: “Vivi li hanno presi, vivi li rivogliamo”

 

 

——————–

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Attualmente vive in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *