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“Martin Luther King Day”: la vittoria di una generazione d’oro

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<<Ci insegnano ad amare il bianco ed odiare il nero. Il colore nero significa essere tagliato fuori, ostracizzato. Il nero era male. Pensiamo a blackmail (trad: ricatto). Hanno fatto l’angel cake (trad: pane degli angeli) bianco e il devil’s food cake (trad: torta del diavolo) color cioccolato. Il brutto anatroccolo è nero. E poi c’è la magia nera… Quel che voglio dire è che nero è bello. Nel commercio il nero è meglio del rosso. Pensate al succo di mora: più nera è la mora, più dolce il succo. La terra grassa, fertile, è nera. Il nero non è male. I più grandi giocatori di baseball sono neri. I più grandi giocatori di football americano sono neri. I più grandi pugili sono neri >>.

1967, Cleveland, Ohio: tre dei protagonisti al summit indetto da Muhammad Ali: con il campione islamico (1942) anche Bill Russell (1934) e un giovanissimo Lew Alcindor (1947) oltre ad un gran numero di èpersonalità afroamericane
Anno 1967, Cleveland (Ohio). Tre dei protagonisti al Summit indetto dal Campione di football Jim Brown (1936): Muhammad Ali (1942), anche Bill Russell (1934) e un giovanissimo Lew Alcindor (1947), oltre ad un gran numero di personalità afroamericane

 

 

 

 

 

 

Non è un attivista per i diritti civili a pronunciare queste parole. Si tratta della lingua affilata di Cassius Marcellus Clay Jr., rinominatosi Muhammad Ali. Aveva cambiato nome perché <<Muhammad significa degno di lode, e Ali significa altissimo. Clay significa creta polvere>>. Come lui anche Malcolm Little, un ragazzino di colore del Nebraska,rifiuterà il cognome assegnato dai negrieri alla sua famiglia: convertendosi all’Islam, si firmerà semplicemente Malcolm X e sarà noto da leader dei Black Muslims (Musulmani Neri) con un gran numero di pseudonimi (Detroit Red, El-Hajj Malik El-Shabazz e Omowale). Ali ha incarnato – con trent’anni di anticipo – le due facce della medaglia che negli Anni ’90 si sdoppierà nei miti neri di Tupac Shakur e Mike Tyson: porterà l’orgoglio nero al microfono e sul ring, trascendendo il pugilando, battendosi nel campo dei temi sociali.

Si definirà obiettore di coscienza, rifiutando la guerra del Vietnam e dichiarando: <<Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato “negro” >>. Per rendere la situazione decisamente rumorosa Jim Brown, noto giocatore di football afroamericano, tenne addirittura un summit con le più grandi personalità di colore dell’America di quegli anni, nel tentativo di far desistere Ali che ovviamente non si arrende. Questa decisione gli costa la revoca del titolo mondiale dei pesi massimi, che rappresenta il primo stop della sua sfolgorante carriera nata alle Olimpiadi di Roma del 1960, quando vinse l’oro nella categoria mediomassimi. Sono altre, però, le Olimpiadi storiche di orgoglio nero che ci permettono di introdurre il filo conduttore della nostra storia: 1936, le celebratissime Olimpiadi di Berlino di Jesse Owens. Sono le prime di cui può aver memoria un giovane Michael King Jr., che era stato in Germania due anni prima, restando folgorato tanto quanto suo padre dalla figura di Martin Lutero. Farà quel nome suo e così verrà riconosciuto quando canterà nel coro gospel alla presentazione di Via col Vento ad Atlanta nel 1939, quando il 28 Agosto 1963 pronuncerà il memorabile I have a Dream speech, quando vincerà Premio Nobel per la Pace nel 1964. Gli anni in cui opera King, sono anni di tumulto per gli USA: se ne accorge presto un Duff McKagan ancora bambino, andando ad una manifestazione per i diritti civili con i suoi genitori. Il futuro bassista dei Guns N’ Roses  dichiarerà di aver già pensato, in quegli anni, alle parole che Axl Rose canterà oltre vent’anni dopo nella straziante Civil War.

 

 

Nel Febbraio ’65 – anno delle manifestazioni di Selma guidate da MLK – Malcolm X viene assassinato, tredici mesi dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Quell’anno alcuni giocatori coloured di football americano decisero anche di boicottare l’All-Star Game AFL: la comunità afroamericana era al vertice della tensione e lo sport era lo specchio dello sconvolgente malessere della società americana in evoluzione. Il cambiamento a livello sportivo inizia probabilmente nel 1956, quando due ex compagni alla McClymonds High School di San Francisco debuttano in due delle maggiori leghe americane: si tratta Bill Russell e di Frank Robinson, cestista e giocatore di baseball, rispettivamente il più vincente giocatore della storia degli sport di squadra (tanto che gli è stato intitolato il titolo di MVP delle finali NBA) e il primo giocatore ad essere eletto MVP delle due leghe americane di baseball. A queste due icone si unirà (nel 1959) Wilt Chamberlain, autentica divinità cestistica, 217 cm di puro black power, un ragazzino che al college -nel segregatissimo Kansas degli anni ’50– si permetteva di entrare nei ristoranti white-only, sedersi al tavolo e ordinare pasti pantagruelici senza che nessuno osasse dargli una risposta negativa: si può dire che lo stato centroamericano con lui abbia effettuato un balzo ventennale sulla strada dei diritti civili.

Per inquadrare la particolarità della situazione bisogna citare Jorge Luis Borges, scrittore argentino che affermava che gli americani, in quanto popolo giovane, sopperiscono all’assenza di un’epica storica attraverso un’epica sportiva. Era un momento d’oro per lo sport statunitense e se gli eroi dell’epica sportiva si affiancavano a Martin Luther King, il cambiamento dello status quo diventava possibile. Muhammad Ali intratteneva rapporti con reverendo (e in precedenza con Malcolm X) mentre dominava la boxe, Robinson brillava nel baseball, Russell e Chamberlain si davano battaglia nella pallacanestro. Era tanto evidente che qualcosa si stesse muovendo che Edgar J. Hoover, capo dell’FBI, fece aprire un dossier su Chamberlain, perché un nero così doveva essere tenuto d’occhio. Gli afroamericani innervavano il tessuto connettivo degli sport statunitensi, Ali aveva ragione. Gli Anni ’60 corrono, la comunità afro lotta e sembra inarrestabile. Giungiamo al 1968: Ali era già stato spogliato del titolo da un anno, vittima del suo stesso pensiero. Episodi di violenza sugli afroamericani erano frequenti, spesso seguiti da marce guidate da King. In una di queste occasioni il reverendo giunge a Memphis, Tennessee, il 4 Aprile 1968. Era stato ucciso un sedicenne di colore, Robert Payne: la settimana precedente era fallita una marcia in sua memoria, così MLK tornò al Lorraine Motel, di cui era frequentatore assiduo, soggiornando sempre nella camera 306. Non poteva sapere che il giorno prima un uomo, presentatosi come Willard, era giunto in una pensione prospiciente chiedendo a tutti i costi una stanza che si affacciasse sul motel. Questi in realtà è James Earl Ray, che alle 18:01 spara con un fucile di precisione alla testa di Martin Luther King, prima di darsi alla fuga e venire arrestato all’aereoporto Heathrow di Londra con un passaporto falso, venendo poi condannato a 99 anni di carcere e causando l’apposizione del Segreto di Stato sul suo caso.

OLYMPICS BLACK POWER SALUTE
Olimpiadi di Città del Messico (1968), un instant classic della storia dello sport mondiale: le “Black Panthers” sul podio, con i pugni neri al cielo

Gli USA sono in lutto, la notizia ha effetti devastanti: oltre 120 città registrarono atti violenti. Quella sera era prevista la partenza della stagione del baseball, che viene puntualmente rinviata. Il giorno dopo era previsto l’inizio della serie tra i Philadelphia 76ers (di Wilt Chamberlain) e i Boston Celtics (di Bill Russell) nel faccia a faccia tra le due black faces dell’America. Tra Bill e Wilt c’è una telefonata: nessuno dei due vuole giocare. Saranno gli spogliatoi a decidere per votazione: si gioca nonostante la presenza di tredici neri nei roster dei due team. Vince Boston 127-118. La Boston di quegli anni è un omaggio vivente ai discorsi di MLK, è un esempio vincente di integrazione: composta di bianchi, neri, cattolici e protestanti, allenati da Red Auerbach (ebreo) nella città più irlandese d’America, guidati in campo dall’afroamericano più vincente di sempre. Gara 2 viene rinviata: Bill e Wilt devono presenziare al funerale della grande anima nera d’America, assistendo alla toccante interpretazione di Mahalia Jackson – grande amica di King – che intona il l’inno gospel preferito del reverendo: Take my hand, my precious Lord in uno dei momenti più toccanti della storia dell’umanità. La comunità nera non si ferma, trova la forza di reagire. Pochi mesi dopo l’assassinio di King, alle leggendarie Olimpiadi di Città del Messico assistiamo ad un’altra pietra miliare dell’orgoglio nero. Le Black Panthers (movimento opposto all’ideologia di King) scrivono una pagina leggendaria dello sport mondiale grazie a Tommie Smith – 19 secondi e 83 centesimi e allora record del mondo – e John Carlos che vincono le medaglie di oro e bronzo nella Finale dei 200 metri e sfoggiano durante la premiazione i piedi scalzi, i guanti neri chiusi in un pugno al cielo e una ramoscello di ulivo, in segno dell’orgoglio ferito degli afroamericani. Per questo gesto furono espulsi dalle Olimpiadi. Anche il secondo classificato, un bianco australiano, Peter Norman, volle solidarizzare indossando la spilla del movimento, pagandone le conseguenze al ritorno in patria.

Cala il sipario sul ’68 e con la voce avvolgente di Elvis Presley, nativo della fatale Memphis, che omaggia King chiudendo l’Elvis Presley Comeback Special del 3 Dicembre sulla NBC, con If I Can Dream. L’anno successivo, Bill Russell si ritira ma entra nella lega uno smilzo di 218 cm dei Milwaukee Bucks pronto ad ereditarne il dominio: è Lew Alcindor. Anch’egli cambierà il suo nome nel 1971, anno del rientro nei ring di Muhammad Ali, diventando Kareem Abdul-Jabbar. Sarà il miglior marcatore della storia del basket e i Lakers lo chiameranno ad ereditare il ruolo che fu di Wilt Chamberlain. Il cerchio si è chiuso, le grandi eredità nere erano state raccolte, mancava solo il riconoscimento per l’uomo che ha trasformato l’utopia in realtà. Per quindici anni consecutivi ad ogni seduta del Congresso americano i deputati John Conyers e Shirley Chrisholm proposero un giorno in suo onore e nel 1983 il Presidente Ronald Reagan firmò l’istituzione del Martin Luther King Day come Festa Nazionale, nel terzo Lunedì di Gennaio, perché vicino alla data del suo compleanno. Non tutti gli Stati accolsero l’idea, preferendo nominarla Giornata dei Diritti Civili. Dal ’93, anno in cui l’Arizona cede alla definizione “MLK Day”, in tutti gli Stati americani è Festa Nazionale, commemorata con una festa di sport.

E se domani, osservando le gesta della straordinaria generazione di attori coloured, innamorandoci delle gesta di uno sportivo di colore ed ascoltando il ritmo della black music dovessimo ricordare questa storia, dovremmo fermarci per un istante e commemorare coloro che hanno reso tutto ciò possibile: Martin Luther King e la straordinaria generazione d’oro afroamericana dello sport americano Anni ’60.

 

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime. Primo Pianista per "NbaReligion.com".

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