Luca De Filippo: la rivoluzione del rispetto

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Luca De Filippo (1948-2015) è stato un attore e regista italiano di teatro

Ecco, guardateli. Li vedete? Guardateli bene, sono gli innovatori, i provocatori, e il teatro è il loro laboratorio, il loro bello e orribile mostro. Noterete che hanno un colorito rossastro, le vene del collo e della fronte contratte, gli occhi serrati, e gesticolano come percorsi da un brivido soprannaturale. Silenzio, non fate rumore. Non stanno male, tranquilli. Stanno creando. Si chiedono cosa possano mai inventarsi questa volta per fare scandalo, per gettare in pasto al pubblico e alla critica una messa in scena che lasci tutti spiazzati, che sia un’esperienza visiva, fisica, dolorosa, uno spettacolo che faccia uscire gli occhi dalle orbite e lo stomaco dalla bocca, che indigni, che tiri fuori tutto il marcio e se necessario ne aggiunga di suo e che scateni un dibattito serrato, accesissimo, per presentarsi poi con le armi in mano quando si assegneranno i Premi Ubu. Così un giorno potranno anche affrontare i grandi, Samuel Beckett, Anton Čechov, Carlo Goldoni. Ma non saranno mica Beckett, Cechov e Goldoni, no! Saranno il Beckett di Tizio, il Cechov di Caio e il Goldoni di Sempronio, saranno i LORO classici, rivisti, reinterpretati, stravolti da loro. Per dire finalmente quello che i grandi non sapevano di aver detto, pensa che ingenui.

Non è più tempo di fare spettacoli museali, archeologia teatrale. Amleto dev’essere un tossicodipendente, Macbeth un nazista e Godot deve rappresentare il cambiamento sociale, ed è per questo che non arriva mai. I classici sono fatti per essere uccisi, solo così possono avere nuova vita.

E allora ecco che ci raccolgono tutti attorno al loro fuoco sacro, pronti a terrorizzarci con feti che sembrano veri, musica metal a tutto volume con lei si fa violentare da un prete e da un banchiere, simbolo mostruoso della civiltà contemporanea, mentre intorno imperversano il fumo, le luci stroboscopiche e le proiezioni. Il pubblico deve godere, soffrire, rimanere senza fiato. In apnea per un’ora e quaranta. Sedetevi, adesso, riprendetevi un attimo. Lo so, non è facile, ma non ci sono alternative, bisogna essere contemporanei. Qualunque cosa voglia dire.

Luca De Filippo, in compagnia del padre Eduardo

Ma voi alzate lo sguardo, perché? Quello? No, quello lì non ci interessa, non ha fatto praticamente nulla di nuovo… Era pure un figlio d’arte, figuratevi, anzi, addirittura un nipote d’arte. Già, suo nonno si chiamava Eduardo Scarpetta, suo padre sempre Eduardo, ma non Scarpetta, De Filippo. Lui? Se proprio lo volete sapere si chiama Luca, o meglio, si chiamava, è mancato da poco. Cos’ha fatto? Ha proseguito la tradizione di famiglia, si è preso cura del teatro di suo padre. No, no, non l’ha stravolto, l’ha solo interpretato. Una volta con le pièce teatrali si faceva così. Ma questo era quando il teatro era a conduzione familiare, quando un grande drammaturgo era anche capocomico e regista. Altri tempi.

Ecco, invece lui ha continuato a fare così, ha custodito una grande tradizione teatrale, l’ha conservata, valorizzata, ha cercato di farla conoscere a un pubblico ancora più vasto, soprattutto a quelli che erano troppo giovani per esserci cresciuti insieme.

Pensate un po’: un erede che invece di uccidere suo padre ha cercato di renderlo ancora più vivo, ancora più presente, di far sì che potesse continuare a parlare agli spettatori. Uno, soprattutto, che non ha cercato visibilità. Vi rendete conto? Di questi tempi? Continuare a rappresentare un testo com’è scritto, per dire esattamente quello che voleva dire il suo autore? Follia, hybris, cose da spaccamontagne, da rivoluzionari. Ecco, un rivoluzionario. Conservatore. Forse proprio per questo, a ben pensarci, il più rivoluzionario di tutti. Uno che mentre gli altri rivoluzionari (quelli che vogliono passare alla storia) si affollano alla tribuna per dire stentorei che è inevitabile decapitare il re, se ne sta nel suo studio a rileggere gli antichi, per scrivere la nuova costituzione e far sì che sia ben fondata, durevole, realmente utile, e non un affastellamento di sperimentazioni fine a sé stesse.

Per cui, sì, guardatelo. Guardatelo e salutatelo, perché l’abbiamo appena perduto, troppo presto. Forse prima ancora (almeno per i più giovani) di potersi rendere conto di quale splendido uomo di teatro fosse. Un regista che aveva capito ciò che i suoi pericolosissimi colleghi con le <<idee>> non avrebbero nemmeno immaginato, e cioè che ci sono testi che non hanno bisogno che vi si aggiunga alcunché, che sono perfetti così, e che se proprio si vuole darne un’interpretazione personale, attualizzarli, bisogna farlo con cura, rispetto, parsimonia, soprattutto con una reale motivazione, prendendo a martellate la propria idea per vedere se davvero regge, piuttosto che sbatterla su un palcoscenico solo perché sa di innovativo. Perché innovare va benissimo, tutti i maestri del teatro l’hanno fatto. Ma l’innovazione deve essere un mezzo, non un fine. Se si porta in scena una determinata pièce non si può farne un contenitore del proprio genio. Se è buona, ne contiene già un altro. Se è cattiva si romperà qualunque cosa uno ci metta dentro. Per fare jazz non basta aver voglia di improvvisare, bisogna conoscere la musica alla perfezione. Allora si può suonare.

Luca De Filippo la musica del teatro la conosceva, la portava dentro di sé, la sapeva ascoltare. E, soprattutto, la sapeva cantare. E per averla suonata per noi tutta la sua vita non gli diremo mai abbastanza grazie.

 

 

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About Jacopo Zerbo

COLLABORATORE | Nato a Mestre nel 1986, milanese d’adozione, si diploma come attore teatrale alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano nel 2009. Ha lavorato, fra gli altri registi, con Jean-Claude Penchenat, Mimmo Sorrentino e Dario Fo, con cui ha anche collaborato alla scrittura di vari testi. Melomane di vecchia data, soprattutto pucciniano, è appassionato di storia napoleonica.

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