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“Lo Hobbit”, la trilogia: recensione

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Peter Jackson
Peter Robert Jackson (1961) è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico neozelandese

Con La Battaglia delle Cinque Armate, uscito nelle sale il 17 Dicembre scorso, si è infine conclusa la saga della Terra di Mezzo di Peter Jackson. Un’esalogia (considerando tutti i film che la compongono) che entra di diritto tra i progetti più ambiziosi della storia del cinema. E ci voleva una bella dose di coraggio, dopo la valanga di Oscar conquistati dieci anni fa, per raddoppiare la posta. Sì, perché tentare di trasporre Lo Hobbit come un vero e proprio prequel è impresa non meno complicata di quella compiuta, con pieno merito, dal 2001 al 2004 con Il Signore degli Anelli. A fronte delle difficoltà che un simile lavoro si portava appresso, il regista neozelandese e la sua troupe di maghi (in carne ed ossa, tutt’altro che immaginari) sono riusciti a confezionare nuovamente qualcosa di soddisfacente, concreto e ben riconoscibile. Addentriamoci adesso in una breve analisi di questa nuova trilogia, cominciata nel 2012.

 

  • UN VIAGGIO INASPETTATO :
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Bilbo Baggins

Una premessa: il racconto originale di John Ronald Reuel Tolkien, pubblicato quasi venti anni prima de Il Signore degli Anelli, è una magnifica storia di circa 340 pagine sull’avventura, il coraggio, la semplicità e l’amicizia. Probabilmente uno dei libri più belli da leggere tra i dodici e i sedici anni: quasi un romanzo di formazione, divertente, arguto e un po’ naïf. I riferimenti a culture, razze, luoghi e artefatti di cui è colmo non sono altro che il fulcro, in potenza, di quella che sarà poi l’opera principale dell’autore. Chi lo ha letto, divorato, amato, saprà sicuramente di cosa stiamo parlando: c’è una quest da compiere, un potente nemico da affrontare, scontri sanguinosi tra popoli diversi, ma il tutto è filtrato attraverso uno stile giovanile e asciutto. Il voler estrapolare ben tre pellicole da un piccolo gioiello come questo, collegandole a doppio filo con la trilogia cinematografica che li ha preceduti, esigeva dei correttivi. E Peter Jackson li ha scovati, con precisione filologica invidiabile, all’interno della sterminata produzione tolkeniana (in particolar modo The History of Middle-earth e Unfinished Tales). Da questi scritti collaterali deriva la maggior parte del materiale ricostruito sullo schermo (episodi come la battaglia di Dol Guldur e il primo incontro tra Gandalf e Thorin).

Il primo capitolo assomiglia incredibilmente, e in modo non casuale, a La Compagnia dell’Anello. Nella sua eterogeneità e al tempo stesso compattezza, nel suo sviluppo serrato, nel suo fungere da molla per l’intero viaggio del protagonista. Un viaggio che tuttavia, a differenza di quello che intraprenderà Frodo sessant’anni dopo, non ha niente a che vedere con la fatalità, con la predestinazione. E’ la scelta consapevole di un individuo comune, che decide di abbandonare una volta per tutte la bucolica quotidianità.

Due le sequenze cardine. Da una parte lo spettacolare prologo, teso ad illustrare la presa di Erebor. Dall’altra, la lotta di indovinelli tra Bilbo e Gollum, già momento altissimo di letteratura e adesso grandiosa lezione di recitazione. Nelle quasi tre ore di pellicola funziona quasi tutto. Il ritmo è spezzettato, ma la gestione dei momenti di azione è fenomenale (la lunga scena nelle caverne dei goblin è puro cinema d’avventura, come non se ne vedevano da Indiana Jones). Inoltre, viene introdotta la prima creatura squisitamente jacksoniana della saga: Radagast, lo stregone interpretato da Sylvester McCoy, hippie, drogato e assolutamente irresistibile.

 

  • LA DESOLAZIONE DI SMAUG :
Martin Freeman ne La Desolazione di Smaug
“La Desolazione di Smaug”

Nel secondo film la narrazione si fa inevitabilmente più fluida, omogenea, con l’avvicinarsi della compagnia alla meta. Possiamo, ancora una volta, fare un parallelo con la saga precedente: anche ne Le Due Torri le linee narrative si dividevano, andando a formare due macro-blocchi (là Frodo-Aragorn, qua Bilbo-Gandalf). A dispetto di questa evoluzione, La Desolazione di Smaug paga il conto del personaggio più atteso. Facciamola breve: gli ultimi trenta minuti valgono da soli il prezzo del biglietto.

Il resto? Da registrare una fugace apparizione di Beorn, personaggio certamente importante nel libro e che poteva essere sfruttato meglio. E poi Tauriel: ecco la maggiore causa dei nasi storti dei fan. Il personaggio, introdotto ex novo per donare alla storia una componente femminile in più, è al centro di una sotto-trama non originalissima. D’altronde un intreccio amoroso tra razze diverse era presente anche ne Il Signore degli Anelli, e non possiamo considerare il tema come alieno all’interno del corpus tolkeniano. Non è quindi un reato di “troppa libertà” quello di cui è colpevole Jackson: l’amore platonico elfa-nano, nell’insieme del racconto, è perfettamente coerente. Ciò che gli si può muovere (a lui e agli sceneggiatori, Fran Walsh, Philippa Boyens e Guillermo del Toro) è di aver gestito male la novità. Troppo affrettato lo sviluppo, troppo veloce e poco credibile il colpo di fulmine. La causa non è certo Evangeline Lilly, quanto la costruzione del suo personaggio in questo secondo capitolo. Il paragone con la passione bruciante e impossibile tra Aragon ed Arwen è impietoso.

Ma tutti stanno aspettando quel momento, inutile girarci attorno. Tutta la corsa verso Erebor, fra ragni, elfi austeri (ma quanto è bravo Lee Pace!), con la pirotecnica fuga dentro i barili (richiamo a Le Avventure di TinTin?) e l’arrivo a Pontelagolungo (la cui realizzazione rappresenta un’altra, stupefacente, libertà che Peter Jackson si è concesso). Tutto mira, come un arciere esperto, agli ultimi trenta minuti. E questi non deludono le attese.

Servono pochi accenni per descrivere la bellezza dell’incontro tra Bilbo e Smaug. Innanzitutto, il drago, inteso come creatura realizzata in studio. Se fino ad allora la CGI si era mostrata massiccia, a tratti invasiva, spesso esagerata (gli orchi de Il Signore degli Anelli, c’è poco da dire, erano più convincenti), con Smaug ogni dubbio è spazzato via. Elegante, maestoso, fedele all’idea di Tolkien, il nemico numero uno del film è davvero da pelle d’oca.

Altro aspetto: Martin Freeman e Benedict Cumberbatch. Il primo, arrivati a questo punto della visione, è ormai una certezza. Avevamo parlato della sequenza degli indovinelli in Un Viaggio Inaspettato, ma ogni momento, ogni dialogo, ogni smorfia del Bilbo di Freeman rasenta la perfezione. Come molti personaggi, fatichiamo a immaginare un altro attore capace di interpretarlo con tale immedesimazione. Il secondo, beh, tanto di cappello. Come Andy Serkis, anche Cumberbatch riesce a donare espressività e vigore al proprio alter-ego digitale. In lingua originale, la sua voce vi farà drizzare i peli.

Ultima appunto, non meno importante: la costruzione complessiva del finale. Sì, se fino a quel momento certe scelte nella dinamica dell’intreccio erano state opinabili, nel cliffhanger posto in coda Jackson mostra tutta la sua abilità di narratore. Forse la chiusura migliore, fra quelle della saga (ok, Il Ritorno del Re è imbattibile).

 

  • LA BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE :
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“La Battaglia delle Cinque Armate”

Abbiamo volutamente omesso due elementi importanti, di cui è doveroso parlare adesso. Uno è Richard Armitage. Riprendendo il paragone di cui sopra, La Battaglia dei Cinque Eserciti è, in tutto e per tutto, Il Ritorno del Re. Il ritorno del Re Sotto la Montagna, che stavolta non coincide con l’inizio della pace, ma con l’inizio della guerra. E se la sovranità è il nocciolo di questo ultimo capitolo, Armitage riesce degnamente a dare un volto a Thorin. Il volto di un nano combattuto, immerso nell’oscurità, ossessionato dal tesoro (come da vizio di famiglia). L’avidità è un tema fondamentale nella saga della Terra di Mezzo, nella versione di Tolkien e in quella di Jackson. L’avidità porta Isildur ad appropriarsi dell’Anello. L’avidità porta Boromir ad attaccare Frodo. La stessa avidità provoca la separazione tra Bilbo e Thorin. Anche qui dunque la febbre dell’oro la fa da padrona, come preconizzato nel primo film.

Passiamo al secondo elemento: in una parola, Sauron. Il voler innalzare un gigantesco ponte di connessione a Il Signore degli Anelli ha portato la produzione a dover fare i conti con l’antagonista. Le due sequenze incentrate su di lui (una ne La Desolazione di Smaug, una ne La Battaglia delle Cinque Armate) mostrano una volta di più tutta la consapevolezza acquisita dal regista. Conscio di poter camminare sulle proprie gambe, senza l’ausilio di precisazioni testuali, Jackson dà vita a due lotte vagamente psichedeliche. E’ un’orgia di effetti speciali, pacchiana ma senza dubbio sconvolgente. Vero che il villain era più spaventoso nel suo status di ombra dietro le quinte, ma alla fine non vi era un modo più adeguato di questo per mettere in scena lo scontro tra il Bianco Consiglio e il Male puro.

Altro tema cardine è quello dell’amore, nuovamente messo in scena attraverso Kili e Tauriel. E, incredibile a dirsi, l’alone di insoddisfazione cinematografica che circondava questa coppia nella pellicola precedente, viene qui parzialmente diradato. A stupire è l’abilità di Peter Jackson nel donare dignità ad ogni singolo personaggio, in una storia che di personaggi ne contiene un esercito.

Così è per l’elfo femmina, che alla fine dei giochi riesce a far provare una bella dose di empatia allo spettatore scettico. Così è anche per la compagnia dei nani che, Thorin escluso, era descritta attraverso poche, rapide pennellate da Tolkien. Così, infine, è per i ruoli di contorno (Dàin ne è l’esempio, con la sua apparizione fugace ma ben inserita). Pur essendo il capitolo più breve in termini di durata, il terzo film conferma tutto ciò che di buono si era visto nei precedenti, cucendo rapidamente le smagliature e limando le lievi incongruenze.

Volendo tirare le somme di questa trilogia, al netto dell’impossibilità di evitare il paragone con l’antecedente più nobile, possiamo dire che la scommessa di Jackson è stata vinta. Non sarà un tassello importante come Il Signore degli Anelli, non assumerà un significato così decisivo per i posteri, ma Lo Hobbit si ritaglia comunque un ruolo di spessore nel mondo dell’intrattenimento. Dispensa piccole ingenuità, rivela un leggero autocompiacimento e una voglia sfrenata di (auto)citarsi, a tratti rischia di cadere nella becera semplicità dei blockbuster americani, ma non crolla mai. Chi attendeva il genio barbuto al varco, con i fucili puntati, dovrà riporre le armi.

La Terra di Mezzo è diventata, ufficialmente, di Tolkien e Jackson, di Jackson e Tolkien.

 

Evangeline Lilly è Tauriel
Tauriel

 

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

Un pensiero su ““Lo Hobbit”, la trilogia: recensione

  1. Mentre la precedente trilogia sul Signore degli Anelli, pur con i suoi ovvi ed evidenti limiti, tutto sommato coglieva lo spirito del libro (o quantomeno ne era una interpretazione accettabile, cosa non facile gliene va dato atto), ed i tagli e le modifiche a personaggi ed eventi erano tutto sommato accettabili se si considera la trilogia nella sua interezza (specialmente nella versione integrale), in questo caso de Lo Hobbit personalmente ho trovato la trilogia pretenziosa, a dispetto della fiabesca semplicità del libro, poco aderente allo spirito dell’opera cartacea e soprattutto il risultato è prolisso: ben tre film di quasi tre ore ciascuno sono decisamente troppi e si vede, con l’esigenza di dover allungare il brodo in qualche modo, aggiungendo situazioni che davvero sono solo riempitivi ed ottenendo come risultato anche una certa noia. Non c’era davvero bisogno di fare una operazione forzata, a scopi commerciali, di tre film. Certo, ci sono momenti ben riusciti, il protagonista è un personaggio reso bene, mentre altri sono totalmente fuori fase (per esempio c’è da dire che i nani non assomigliano affatto, né caratterialmente né fisicamente a quelli tolkeniani, e questo non è poco considerando che sono i protagonisti). Senza dilungarmi oltre, il risultato di questa forzatura rispetto all’originale è una discreta noia e una distanza netta dal libro. E’ vero che questo accade molto spesso, ma nondimeno il risultato resta infelice. Soprattutto perché, appunto, si poteva fare molto meglio senza voler ripetere una trilogia di cui non c’era bisogno. Con maggior semplicità sarebbe venuto un lavoro migliore, credo.

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