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L’Italia perde ancora

Pubblicato il Pubblicato in Agenda, Centrocampo, Costume e Società, Recenti

di Francesca Cimò

Ebbene sì: era prevedibile, era scontato, ed infatti è successo.

La Finale di Coppa Italia giocatasi ieri sera è stata un vero e proprio psicodramma italiota.

Una tragedia che parte presto, fuori dallo stadio, quando 3 tifosi del Napoli vengono feriti  durante una lite scoppiata con un tifoso romano (lo avrebbero accerchiato e picchiato) . Stando alle prime ricostruzioni, lo sparatore sarebbe un amico del supporter romano, che ha ben pensato di placare i focosi animi estraendo una pistola (chi non va a giro con una comoda arma a portata di mano?) e facendo fuoco.

Basterebbe questo per fare scalpore e gettare vergogna su un evento calcistico la cui importanza capisco pure io, che sono una donna.

Purtroppo, una volta iniziata la diretta dallo Stadio, la situazione, anziché migliorare, è  precipitata.

I dirigenti riuniti in campo con una schiera di guardie a fare scudo, i fumogeni che offuscano la visuale, i continui fischi, fanno capire sin da subito che sarebbe stato difficile iniziare in tempo. Da parte della tifoseria napoletana c’è l’assoluto rifiuto di giocare.

Dopo un’estenuante attesa, placato il parlottio concitato dei vari addetti ai lavori, è stato lo stesso capitano del Napoli ad avvicinarsi alla curva, per parlare con il capo banda di turno, un tizio che indossa una maglietta con scritto “Speziale libero”(no, non è un abitante di La Spezia ma l’uomo condannato per aver ucciso il poliziotto Raciti durante gli scontri allo Stadio Cibali) .

Suddetto capo banda che, guarda caso, è “ Genny’ a carogna”, figlio di un noto camorrista. I due parlano e nel mentre gli “amici tifosi” pensano bene di lanciare fumogeni e bombe carta a non finire. Un vigile del fuoco, mentre cerca di calmare le acque, viene colpito e si accascia a terra.

Passano i minuti, i giocatori non si vedono, tutto sembra far pensare ad un rinvio, quando i microfoni Rai intervistano un signore, di cui non so il nome, che afferma :“rimandare la partita è impensabile, devono giocare e devono farlo al più presto, uscire è troppo pericoloso”. In questa frase ho visto tutta l’impotenza delle persone, dell’Italia, dello Stato, dinanzi a certi elementi.

Ed infatti, poco dopo, i poliziotti, gli addetti alla sicurezza, tutti coloro che dovrebbero arrestare o comunque allontanare i soggetti sospetti, si recano dall’amico “Genny” e, detto in parole povere, chiedono l’ok per iniziare la partita. “Genny” alza le mani, sorride, si mostra tranquillo e sembra dire “fate pure”.

I giocatori entrano in campo in un clima surreale.

È la volta dell’inno d’Italia, cantato da Alessandra Amoroso.

Io, personalmente, non ho sentito niente. E non perché avessi problemi di udito. I fischi, le urla, la confusione, erano assordanti. “Questo inno non s’ha a cantare”, direbbe qualcuno.

Eh certo, perché se le cose si fanno, si fanno per bene. Mica si può permettere a chi vuole di cantare l’inno! “Genny” ha dato il permesso di iniziare la partita (e chissà a che prezzo), mica quello di smettere di fischiare!

Quello che succede dopo, non ve lo racconto. Io, che sono pure tifosa della Fiorentina, stendo un velo pietoso sulla partita in sé per sé, mettendomi però nei panni dei giocatori e provando ad immaginarmi lo stato d’animo con cui devono aver condotto questa gara.

Cosa mi ricorderò della finale? Lo sguardo terrorizzato dei bambini, i loro occhi impauriti, incapaci di razionalizzare una cosa che faccio fatica a digerire io, che bambina non lo sono più da molto tempo.

Come si può spiegare una cosa simile?
stasera si è avuta la dimostrazione chiara ed assoluta che a comandare, in Italia, non è lo Stato.

A comandare sono quelli come “Genny’a carogna” che si arrampicano sulle transenne e danno ordini a tutti. Alla polizia, ai giocatori, ai dirigenti, ai tifosi stessi.

Quelli che non si preoccupano dei bambini, di chi ha onestamente pagato il biglietto per tifare la squadra del cuore (e mi rivolgo soprattutto ai tanti tifosi inorriditi, e pertanto veri, del Napoli), quelli a cui della partita non importa niente.

E l’Italia, che fa? Chiede il permesso.

Mai nessuna metafora spiega meglio il rapporto tra Stato ed associazioni mafiose. Nemmeno il più brillante giornalista sarebbe riuscito ad immaginarsi uno scenario simile.

La Coppa Italia l’ha vinta il Napoli meritatamente. Su chi ha perso – e perde da troppi anni – non ci sono dubbi.

 

speziale

About Francesca Cimò

COLLABORATRICE | Classe 1991, toscana. Studentessa di Filosofia, le interessa tutto ciò che riguarda la cultura, la politica, la società. Ogni tanto si sente una 24enne spensierata ma poi le passa. Suoi sono diversi pezzi di attualità.

9 pensieri su “L’Italia perde ancora

  1. In tempi non sospetti (o forse nemmeno tanto visto che la storia degli ultras violenti va avanti da anni) partendo da un episodio accaduto a benevento in occasione di una gara della locale squadra, scrissi un post esprimendo il mio pensiero in merito al mondo ultras e a questi incivili che si professano tifosi. Bè il titolo che pensai per quel post e la frase conclusiva che usai risultano quasi profetici e credo che anche dopo i casi di ieri diano il vero senso della realtà.
    Ecco il link: http://aspettatiilmeglio.wordpress.com/2013/10/08/alla-fine-vincono-sempre-loro/

  2. (Infatti io sono studentessa di Filosofia all’Università 🙂 ).

    Comunque, tralasciando le battute..non so che dirti, cerco di essere ottimista e di lavorare per un futuro migliore. Almeno potrò dire di averci provato.

  3. Hai ragione, la lotta è impari ma non penso che la situazione sia irrimediabile. Tanto per cominciare, ieri sera abbiamo visto l’assoluta inutilità della “tessera del tifoso” (come se ce ne fosse bisogno). Non penso che la soluzione sia chiudere gli stadi, perché se tratterebbe di arginare il problema e spostarlo geograficamente: gli scontri non avverrebbero sulle tribune ma per strada, nei bar, nelle case (come peraltro è sempre successo).
    Continuo a credere che la risposta sia nella Cultura, nella Scuola, nell’educazione. Non vedo altre alternative.

    1. Non c’è Cultura. La scuola spesso porta più danni che benefici. L’educazione in Italia è in via d’estinzione.
      Il problema sai qual’è, a mio parere, Francesca? Che per poter migliorare questi 3 aspetti fondamentali ci vogliono almeno 30 anni, per poter saggiare qualche miglioramento.
      E l’italiano medio (e sopratutto politico) non ha tempo né voglia di investire su qualcosa che porterà benefici prevalentemente a qualcun’altro.
      “e vorrei dire, mi pare Platone
      che il politico è sempre meno filosofo
      e sempre più coglione.” G.G.

  4. Per dirla in maniera videoludica: questo paese è immerso in un livello di Dark Souls. Dove non si vede nulla davanti a te. Non si vede nulla dietro a te. Non si vede nulla a destra e a sinistra.
    Siamo un paese senza speranze. Perché la speranza (ahimè) sono gli italiani.

    1. Non tutti gli italiani si chiamano “Genny’a carogna”. Per fortuna. Ed è su questa netta differenza che dobbiamo insistere, a mio modesto parere.

      1. Che ci siano italiani differenti non c’è dubbio. Ma questi italiani differenti sono costretti a chiedere il permesso al Genny di turno. Perché il Genny di turno pesa, anzi gli permettono di pesare, molto di più. E fin quando sarà così, è una lotta impari.

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