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L’ingombrante karma di un Topo calabrese: Emanuele Trevi, “Il popolo di legno”

Pubblicato il Pubblicato in Il consiglio del Libraio, Letteratura e Cultura, Recenti

<<Caro diario di lettura, esprimo qualche pio desiderio nel giorno del mio compleanno: mi piacerebbe scrivere come Pino Corrias, pensare come Emanuele Trevi, raccontare come Niccolò Ammaniti. E già che ci sono, avere gli zigomi sporgenti come Brad Pitt>>.

(Massimo Gramellini)

 

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“Il popolo di legno” (2015) è un romanzo di Emanuele Trevi, pubblicato dalla casa editrice “Einaudi”


Il Topo
. Che nome. O meglio, se usato per definire quel più o meno piccolo roditore che si insinua nelle case e nell’immaginario di noi istruiti e puliti esseri umani va bene. Il Topo. Abbiamo il topo di campagna, il topo di città, il ratto vero e proprio (quello grosso quanto un bassotto anche se meno lungo), quello sporco, quello che se ti morde la gamba, dicevano le nonne, quella ti si stacca subito e scompare come se tu non ce l’avessi mai avuta. E come non ricordare l’allegra brigata de Il pifferaio magico (o meglio, Il pifferaio di Hamelin)? Insomma, per concludere, noi tutti sappiamo bene cosa sia un topo, tutti, roba nota e arcinota dall’origine dei tempi, animale presente fin da Noè e sin dal suo caotico, apocalittico barcone, ma un topo umano com’è? Che sembianze potrà mai avere un topo con la t maiuscola?

Ebbene, ce lo spiega Emanuele Trevi nel suo ultimo libro, Il popolo di legno: il protagonista non ha nome proprio, se non quello affibbiatogli fin dall’infanzia e che poco ha a che vedere con un eventuale Marco, Matteo, Emilio o via dicendo. Quest’uomo magro, muscoloso, dai penetranti occhi neri, incantatori, e dalle folte ciglia quasi femminee per le loro disinibite capacità seduttive, viene definito Il Topo, tutto qui. In realtà non è il solo nel romanzo ad avere un nomignolo come unico elemento identificativo, anche il suo migliore amico (vogliamo definirlo il co-protagonista?) non ha nome, ma un soprannome: il Delinquente. Poi ci sono gli Zii, anche loro senza nome. La sola sopravvissuta a questo bombardamento di epiteti è Rosa, la moglie del Topo, non a caso direi, come se il nome proprio fosse un attributo da donare esclusivamente agli esseri che se lo meritano. Come se nelle carte d’identità della vita il requisito di idoneità fosse indispensabile per potersi chiamare.

In realtà definire e suddividere i personaggi di questo romanzo in buoni o cattivi lascia il tempo che trova, perché è evidente che non sia assolutamente necessario, dato che il messaggio inviato è la totale inutilità dell’essere buoni o cattivi. Tutto è caso, l’uomo non ha nessun potere e non può far altro che pazientare ed attendere che la propria vita finisca, magari sorridendoci sopra, o meglio ridendoci con ghigno beffardo. Questo è quanto. Non ci sono sconti alla fine ed anche la storia del Topo ne è un esempio: diventerà famoso grazie ad una rubrica radiofonica, Le avventure di Pinocchio il calabrese, che dico famoso, famosissimo, e poi alla fine tutto finirà nel nulla, e nel nulla più totale, nella morte. Le parole spese non sono servite a niente se non come sfondo ideale dell’omicidio di colui che le ha dette. Tutto qua, ed anche la Calabria, terra dove è ambientato il romanzo, non ha una caratterizzazione definita, resta nel vago, pare quasi un limbo fra un paradiso invocato ed un inferno conosciuto; ci sono descrizioni, anche molto particolareggiate, ma ci si ferma qui, ad un paio di immagini, niente di più. Tutto è bloccato in un quadro grottesco e surreale come in una pagina illustrata di un libro, come nel Pinocchio di Carlo Collodi, da cui il Topo estrae i suoi sermoni quotidiani. Sa parlare il Topo, inganna ed incanta, sa usare tono, sospensioni e pause più o meno lunghe per arrivare dove vuole, al cuore di chi l’ascolta. E’ un dono il suo, e di veri sermoni si tratta, frutto di anni di seminario e di rapporti più o meno ambigui con il Vescovo, dato che il Topo in gioventù era un prete che aveva poi abdicato per salvarsi l’anima con Rosa, diventata in seguito sua moglie. Si era fatto prete perché aveva capito che non avrebbe avuto nessun’altra occasione per migliorare la propria condizione, per uscire da un sortilegio malefico a base di genitori tossici defunti in Australia e nonna cieca e malandata da accudire. Ed è per questo che prima era divenuto amico del Delinquente, orfano, ricchissimo, omosessuale, tossico pure lui nonché imparentato con la famiglia più potente della Calabria, sfruttandolo fin dall’inizio senza il minimo senso di colpa, ed è per questo che poi si era deciso per la carriera ecclesiastica. Niente altro, nessun tipo di affetto o vocazione. Ed è proprio tutto ciò che stupisce nel personaggio del Topo, completamente privo di ogni forma di coscienza, freddo, calcolatore, simile appunto a quel roditore di cui aveva impropriamente e senza permesso preso il nome. Anche lui infiltrato in ogni situazione, in ogni esistenza che si fosse accostata alla sua.

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“Il rosso e il nero” (titolo originale: “Le rouge et le noir”) è un romanzo dello scrittore francese Stendhal, pubblicato nel 1830

Ed ecco il punto a cui volevo arrivare. Circa due secoli fa, un pò meno in realtà. Anno 1830, Parigi. Viene pubblicata un’opera, che poi diventerà un monumento. Sto parlando del Il rosso e il nero. L’autore è Stendhal. Il romanzo ritrae l’ascesa sociale di Julien Sorel, giovane di origini assai modeste e travagliate ma che riuscirà a migliorare notevolmente la sua condizione sociale. Purtroppo alla fine perderà tutto, completamente. Come il Topo.

Enormi sono le differenze fra i due romanzi, enormi ed abissali, nemmeno da confrontare, ma leggendo e scrutando il primo non ho potuto non pensare al secondo. Il Topo e Julien Sorel. Questi due uomini, questi due personaggi così lontani ed appartenenti a due universi letterari così differenti hanno a parer mio delle linee di sangue in comune. Sono geneticamente imparentati. Potrei essere a questo punto folgorata da una saetta lanciata direttamente dall’Olimpo della Letteratura oppure bruciata al rogo pubblicamente per volere del Tribunale della Santa Inquisizione Libresca, ma va bene così, vado avanti nella mia eretica tesi. Julien Sorel e il Topo. Sono entrambi di umilissime origini, tutti e due intraprenderanno la carriera ecclesiastica, tutti e due la interromperanno perché funzionale a qualcos’altro e tutti e due moriranno giovani perdendo qualunque cosa avessero ottenuto. La profonda amarezza provata di fronte a Julien è la stessa che ho sentito nei confronti del Topo. Due uomini sofferenti, ambiziosi, rabbiosi verso il mondo, ma senza possibilità alcuna di sconfiggerlo, questo mondo. Il rosso del Sangue ed il Nero della Morte sempre presenti. Davanti ai loro occhi e dietro le loro spalle. Entrambi con lo stesso fottuto, nefasto, dannatissimo karma da subire.

Insomma, e con questo concludo, con Julien Sorel e il Topo calabrese siamo di fronte alla totale inutilità di ogni agire umano di fronte all’universo, che Dio esista o meno, o che venga nominato o meno. <<Pensate a Gesù per capire cosa c’è scritto nell’ultima pagina del nostro libro. La carne di Gesù viene inchiodata al legno della croce. E nello stesso modo, uguale e contrario, il legno di Pinocchio muore appeso alla carne rosea, morbida, stupida che ha ricevuto in premio per la sua sottomissione. (2)>>.

Tutto qua. Ma in realtà non è tutto qua. Ti pare poco essere riuscito attraverso la storia del Topo di Calabria a rivendicare quel totale senso di inadeguatezza esistenziale espresso con indelebili stigmate da uno del capolavori della letteratura mondiale? Anche se fossero solo piccoli accenni, piccoli colori in comune, leggere insinuazioni, ti pare poco essere riuscito a fare tutto ciò? E ti pare poco aver usato Pinocchio di Collodi per fare tutto questo?

Beh, credo che risulti evidente il fatto che non è poco, almeno per me. E credo che questo Topo si sia insinuato ben oltre le buie ed accaldate cantine calabresi. Direi che ha compiuto un lungo, lunghissimo viaggio. Fino alla Francia di quasi due secoli fa. Fino a sfiorare con le sue zampette scattanti e fino ad annusare col suo viscido naso il karma di un giovane, ambizioso, rabbioso francese di quasi due secoli fa.

 

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“La Flagellation de Notre Seigneur Jésus-Christ” (1880 – olio su tela), ad opera del pittore francese William-Adolphe Bouguereau

 

NOTE:

1- Gramellini Massimo, La Stampa sul Comodino di Gramellini, http://www.lastampa.it/2015/11/10/cultura/opinioni/sul-comodino-di-gramellini/il-popolo-di-pinocchio-lkitLeyU3743ZHFF4iN8ON/pagina.html ;

2- Pag. 96 .

 

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About Marina Capone

COLLABORATRICE | Napoletana di nascita, toscana d'adozione. Si diploma al Liceo Classico "Galileo Galilei" di Pisa per poi emigrare a Firenze dove conseguirà la Laurea in Psicologia: psicologa come formazione, letterata per scelta. Le piace definirsi un'umanista incompresa, data la sua proverbiale folle passione per la pagina scritta. E' ideatrice del sito "Humboldt Street Blog".

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