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Lettera ad Ilaria Cucchi

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<<In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie>>.

(Gianni Tonelli, segretario generale del Sap)

 

 

Gentile Ilaria Cucchi,

ilaria cucchi
Ilaria Cucchi

sicuramente non si ricorderà di me, ma io ricordo con grandissima emozione l’esperienza fugace in cui  ho avuto l’occasione di ascoltarla.  Ci siamo visti ad un bellissimo incontro presso l’Università di Pisa in cui si parlava della situazione vergognosa in cui si trovano i detenuti in Italia e lei, ovviamente, ha portato la testimonianza angosciante di ciò che era successo a suo fratello Stefano, morto mentre era in custodia dello Stato Italiano. In questi giorni abbiamo atteso con trepidazione il giudizio degli agenti e dei poliziotti imputati nel processo per la morte di Stefano, sperando, per una volta, che la giustizia in questo Paese fosse uguale per tutti. Ovviamente così non è stato. Tutti assolti. Per i giudici suo fratello è morto da solo, o almeno non per mano di quegli agenti e quei medici. Per lo Stato quelle ferite e quelle ecchimosi sono frutto di un incidente o di un autolesionismo di Stefano. Per lo Stato, certo, ma non per la maggior parte di noi italiani che da casa abbiamo seguito la vicenda con tanta emozione, tanta empatia, cercando di starle vicino con il pensiero.

Devo ammetterlo, quando ho letto la notizia dell’assoluzione degli imputati ho provato tanta rabbia; ho cercato con tutte le mie forze di immedesimarsi nel suo dolore nel momento della lettura di quella dannata sentenza. Ci ho provato ma non ci sono riuscito e non ci riuscirò mai, neanche lontanamente. Quello che mi sono sentito di fare, l’unica cosa possibile, è stato accendere il computer e scrivere queste righe, non per cercare di rincuorarla in qualche modo, perché  so che non sarei in grado di  farlo e che probabilmente lei non ha bisogno delle parole di un semplice studente universitario: scrivo questa lettera per sfogare la mia rabbia e la mia indignazione da giovane studente che non sa se può ancora vivere in uno Stato dove la legge non è uguale per tutti; dove gli imputati, dopo la sentenza di assoluzione, mostrano il dito medio ai familiari di una vittima, senza nessun rispetto per il dolore, i sentimenti e gli esseri umani.

Scrivo queste righe perché so che io, come chiunque altro, sarei potuto essere Stefano Cucchi. So invece, con una certa sicurezza, che in nessun caso sarei potuto essere uno dei medici dell’Ospedale Pertini di Roma né uno degli agenti della polizia penitenziaria che lo hanno torturato.

Ho capito che quello che fa è davvero importante; in questo Paese pieno di storture servono eroi come lei, pronti a prendere il dolore con la forza, accantonarlo, ed essere testimoni di una tragedia che, come altre, poteva essere evitata e doveva essere evitata, affinché certe cose non succedano più. Affinché non ci siano più Diaz, Cucchi, Aldrovandi, Uva.

Lei e il suo avvocato avete deciso di combattere una delle battaglie più dure che ci possano essere perché l’avversario è probabilmente il più forte che ci sia: lo Stato. Non si tratta di andare contro le istituzioni né di mancare di rispetto a servitori dello Stato che ogni giorno, con grande abnegazione, fanno il loro dovere; si tratta di rivendicare un proprio diritto: il diritto alla verità.

Le sono vicino, come altri milioni di persone in questa battaglia disperata, perché anche noi vogliamo sapere cosa realmente è successo quel maledetto 15 Ottobre del 2009: perché un cittadino che viene preso in custodia dallo Stato, non può morire.

Con questa lettera vorrei semplicemente dirle grazie. Grazie perché portando in giro per il Paese una speranza, grazie alle sue parole, trovo anche io la forza di andare avanti e credere in un Paese migliore, in uno Stato migliore, trovo la forza di incanalare la mia rabbia in qualcosa di costruttivo,piuttosto che in commenti da tifo seduto comodamente sul divano. I giudici hanno deciso che suo fratello non è morto per mano dello Stato, nonostante sia stato proprio lo Stato a causarne l’arresto, a causa della legge Fini-Giovanardi, poi decretata anticostituzionale dalla Consulta. Oltre il danno dunque anche la beffa.

E’ vero, è facile lamentarsi delle cose che non vanno bene così come è facile spesso sparare a zero sulle istituzioni. Il mio intento invece è proprio un altro: vorrei nel mio piccolo portarle la mia vicinanza, farle sapere che c’è chi pensa che Stefano non possa essere morto da solo o per un incidente e che la legge debba essere uguale per tutti.

Non so come concludere questa lettera perché per me è davvero difficile trovare le giuste parole, e devo ammetterle che mentre scrivo sto davvero provando una certa commozione mentre guardo, ancora una volta, la foto di Stefano. Allora ho deciso di concludere facendo mie le parole che ieri ho sentito pronunciare da Massimo Gramellini, che durante la trasmissione Che Tempo Che Fa ha commentato le vergognose dichiarazioni del capo del sindacato della Polizia Gianni Tonelli<<In quanto parte dello Stato, le chiedo scusa, a nome di tutti noi, per quelle parole>>.

Mi sento di aggiungere ancora qualcosa alle parole di Gramellini.

Da parte mia le chiedo scusa per tutto, davvero.

 

stefano cucchi
Stefano Cucchi, deceduto il 22 Ottobre del 2009

 

 

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About Fabiano Catania

COLLABORATORE | Classe 1990, siciliano di nascita ma pisano di adozione. Station Manager di RadioEco, radio dell'Ateneo di Pisa, da sempre ha una grande passione per la scrittura e l’informazione libera. Si interessa di musica indipendente ed è un appassionato del cinema d’autore.

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