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L’eredità: viaggio per uno dei capolavori di Amélie Nothomb

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<<Non ho vaste teorie sul tema, ma sono sicura che essere amati o no dalla propria madre sia il fattore più determinante di ogni destino>>.

(Amélie Nothomb)

uccidere-il-padre-di-amelie-nothomb-l-svl-uzUccidere il padre. Bel titolo. Breve, tre parole: predicato, articolo determinativo, sostantivo. D’effetto. Detto così sembrerebbe quasi un comandamento al contrario o, meglio, uno dei Dieci Comandamenti di un Antico Testamento al contrario, in cui leggi morali e immorali vengano sovvertite in nome di chissà quale religione o ideologia politica. Potrebbe anche sembrare il titolo di un trattato di psicanalisi a pensarci bene, magari scritto da un settantenne barbuto con la pipa in bocca – non c’è nulla da fare, Freud colpisce l’immaginario collettivo più che la bottiglia di vetro della Coca Cola – o un trattatone di mille pagine senza capo né coda, dove alambicchi filosofici si accompagnino a spiccioli “abc” sul saper vivere in società. In realtà non è nulla di tutto questo.

Siamo di fronte ad una novantina di pagine, copertina rossa e blu con cappello a cilindro nero in primo piano. Sotto il cappello potrebbe esserci del sangue, potrebbe, visto che potrebbe essere un’illusione. Perché di illusioni si parla in questo romanzo breve o racconto lungo – chiamiamolo come ci pare – o meglio di magia: ma questo è solo l’argomento apparente. La magia serve da contesto, da cornice, da sipario, per la rappresentazione di uno dei copioni più noti di tutta la letteratura occidentale: la morte del padre per mano del figlio.

Edipo Re docet, ma non siamo a Tebe, non c’è nessuna Sfinge che tenga, né tanto meno esiste la parvenza di un esilio richiesto con tono affranto e disperato dall’omicida colpevole. La struttura è decisamente differente: ci troviamo fra hippies, maghi e ballerini che fanno strani giochi col fuoco ed il protagonista è un giovane allo sbando abbandonato su due piedi dalla madre che gli preferisce l’ennesimo amante di turno e che poi verrà adottato da un famoso mago e dalla sua compagna; ad ogni modo, come nella versione originale del buon Sofocle, il nostro redivivo Edipo finirà per andare a letto con la nuova madre e per uccidere il padre. Non per davvero, attenzione, non ci sarà nessun spargimento di sangue, ma metaforicamente sì, privandolo cioè di quello di cui non solo un padre ma ogni essere umano ha bisogno: del rispetto. Il raffronto potrebbe sembrare estremo e azzardato, lo so, ma pensiamoci bene: in Uccidere il padre e nella tragedia in questione siamo di fronte alla stessa ancestrale necessità di andare al di là delle proprie radici, di trasgredire, di oltrepassare il limite di ciò che è consentito, ed inoltre c’è un altro aspetto da sottolineare a parer mio: il potente, potentissimo amore verso la madre (nel caso del libro di cui stiamo parlando non è la madre vera – intendiamoci – ma colei che ne prenderà le veci a tutti gli effetti, colei che per prima insegnerà al giovane Joe, il protagonista, cosa significhi essere amato. Come ama una mamma. O meglio, come dovrebbe amare una mamma). Il desiderio di possedere Christina, versione moderna ed aggiornata di Giocasta, pervade gran parte del romanzo, ed è forse l’unico sentimento vero, la sola istanza emotiva, calda, accalorata, che traspare dalle parole di Joe, ragazzo dotato oltre che di grande talento come mago, anche di una freddezza quasi patologica.

___edipo_re____pasolini_1967___giocasta__by_franfranny-d6scqrwLa vita lo ha reso così. Ci sta, resta che alla resa dei conti ci troviamo di fronte ad un essere umano completamente privo di qualunque forma di coscienza che andrà avanti sulla sua strada senza nessun rimorso o senso di colpa, (insomma, lungi da lui l’idea di accecarsi con le proprie mani in segno di compunta espiazione come il suo lontano parente tebano, non ci pensa proprio). Per Christina, invece, traspare dell’affetto, almeno per un certo lasso di tempo.

E’ il potere della mamma. Nel bene o nel male. Si dice così, no? <<La mamma è sempre la mamma>>, nel bene o nel male.

In ambito letterario, settore in cui ho deciso di spaziare in modo più o meno chiaro, ci sono una miriade di esempi di quanto un rapporto “con-fuso” con la figura materna possa essere responsabile non solo della crescita, ma anche della produzione letteraria di uno scrittore. Pensiamo a George Simenon ed a sua madre Henriette, donna inflessibile, rigida, incapace di manifestare amore. Pensiamo a James Ellroy ed alla madre Geneva Odelia Hilliker, assassinata brutalmente quando lui aveva appena dieci anni. Ancora: Anne Sexton, poetessa americana morta suicida nella propria macchina con indosso la pelliccia della madre: nelle sue poesie, Mary Gray Staples compare come sottofondo perpetuo, come una malinconica ninnananna mai cantata, o non più ricordata. Ed arriva fino ai giorni nostri con Amélie Nothomb, l’autrice di Uccidere il padre.

La sua biografia è quasi nota quanto i suoi romanzi, inutile dilungarmi. Ricordo solo che ha fatto della madre Danièle Scheyven una Dea, costruendole altari a forma di parole. Descritta come bellissima ed inarrivabile, ha confessato di aver iniziato a scrivere per sedurla, avendo per lei una venerazione profonda. Da qui tutto il resto, fra cui anni e anni di anoressia e adesso un notevole successo letterario a livello mondiale.

Ed è così che arrivo al punto: in Uccidere il padre di Amélie Nothomb non siamo di fronte al classico complesso di Edipo, o meglio, non solo a questo. Ma potrebbe esserci un’altra lettura, un altro racconto a cui dare voce e legittimità, ovvero quello che ci descrive l’eterna battaglia persa nei confronti di un materno inarrivabile, o perché lontano o perché troppo vicino. Chiamiamola pure la “maledizione di Giocasta”, chiamiamola pure così. Questa forma di sortilegio dura a lungo, con esiti spesso poco felici, almeno a livello esistenziale. Spesso crea disagi, difficoltà nei rapporti interpersonali e malesseri vari, ben noti a chi come me si diletta nello scrutare biografie, ma c’è anche l’altro lato della medaglia, decisamente da non sottovalutare: queste anime orfane spesso sono in grado di creare e partorire veri e propri capolavori, come se la mancanza di amore, dell’amore con la “a” maiuscola che è quello della madre, fosse in grado di generare attimi di immortale bellezza nelle parole e nei versi di chi non l’ha ricevuto. Magra ricompensa, o forse no, dipende dai punti di vista.

Mica male, però, come eredità con cui fare i conti, ma purtroppo spesso portatrice di conti in sospeso che non potranno essere saldati. Purtroppo spesso “rifornisce di vesti e non di dolore“, come dirà la Sexton in una delle sue poesie.

E per colmare questo dolore, spesso, non c’è stata altra soluzione che Scrivere. E Scrittura sia.

 

1
Amélie Nothomb (1967) è una scrittrice belga

 

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About Marina Capone

COLLABORATRICE | Napoletana di nascita, toscana d'adozione. Si diploma al Liceo Classico "Galileo Galilei" di Pisa per poi emigrare a Firenze dove conseguirà la Laurea in Psicologia: psicologa come formazione, letterata per scelta. Le piace definirsi un'umanista incompresa, data la sua proverbiale folle passione per la pagina scritta. E' ideatrice del sito "Humboldt Street Blog".

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