William Shakespeare for PETA

L’eredità pop di Shakespeare

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di Marta La Ferla

Nel mese che sta per concludersi,  si è celebrato il 450° anniversario della nascita di una delle personalità più influenti del mondo della letteratura, del teatro, e non solo. Le opere di William Shakespeare sopravvivono e si rinnovano continuamente, ma questo non sarebbe stato possibile se la modernità e l’universalità dei temi non fossero già presenti al loro interno.

Shakespeare è sempre stato quello che oggi definiremmo pop: incensato e lodato quando era ancora in vita, le sue opere teatrali e i suoi sonetti ottennero una fama e  una popolarità quasi immediate. Ma, come accade per i profeti e le rockstar, fu dopo la sua morte che il Bardo dell’Avon raggiunse lo status di celebrità, e le sue opere diventarono oggetto di ispirazione, quando non di vera e propria venerazione, nei secoli a venire.
Quasi tutti i movimenti letterari e artistici dal XVII secolo in poi devono qualcosa a Shakespeare, per non parlare del ruolo principale che il Bardo ha avuto nella formazione e standardizzazione dell’inglese moderno, e degli innumerevoli modi di dire che fanno ormai parte della lingua corrente (raccolti sapientemente in questa immagine).

Anche ai giorni nostri, la fortuna di Shakespeare non accenna ad esaurirsi: sia a teatro che tramite i “nuovi” strumenti di narrazione (la radio, il cinema, la televisione, e adesso il web), le opere del Bardo stanno conoscendo un’altra giovinezza (o, per meglio dire, continuano a non conoscere vecchiaia).
Nella seconda metà del ‘900 fu Laurence Olivier a farsi carico della sua eredità, sia a teatro che al cinema e sia come attore che come regista, con le sue trasposizioni delle più celebri tragedie, che sono entrate nell’immaginario collettivo. Lo seguì Kenneth Branagh, che ricalcò sapientemente le sue orme. Ma Shakespeare non è solo tradizione, e così arrivarono pure le prime variazioni sul tema, dal tragicomico Rosencrantz e Guilderstern sono morti di Tom Stoppard (scritto per il teatro nel 1964 e diventato film nel 1990), che narra la storia di due personaggi minori dell’Amleto, all’eccessivo Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann, che prese il testo originale senza apportargli significanti modifiche sia nella trama che nel linguaggio, ma ambientò il tutto nella Los Angeles degli anni ’90.

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Negli ultimi anni, però, è stato il teatro a tornare protagonista, grazie ad una serie di rappresentazioni nel West End londinese, che hanno riscosso un enorme successo di pubblico e di critica ma che hanno pure dato inizio ad un acceso dibattito incentrato sugli attori, che non si limita alle sole rappresentazioni shakespeariane.
Molte di queste produzioni, infatti, oltre ad aver ingaggiato grandi attori di teatro come Simon Russell Beale (considerato da molti il più grande attore shakespeariano vivente), hanno spesso visto come protagonisti attori diventati popolari grazie al cinema e alla televisione.
Uno degli ultimi in ordine di tempo è stato Tom Hiddleston, divenuto famoso grazie al ruolo di Loki nel franchise cinematografico della Marvel, che ha interpretato Coriolano nell’omonima tragedia, andata in scena al Donmar Warehouse fino a febbraio di quest’anno, e filmata per il cinema come parte della rassegna National Theatre Live.
La produzione è stata accusata di aver sfruttato l’immagine di un attore popolare per attirare il suo (perlopiù giovanissimo) pubblico di fan, a loro dire più interessate a vedere il loro attore preferito dal vivo piuttosto che la tragedia, limitando la possibilità di acquistare il biglietto (a causa dei pochi posti disponibili all’interno del teatro, solo 250) a scapito dei “veri” appassionati di Shakespeare.
Tali obiezioni sono in parte vere, e sarebbero pure giustificate se la qualità della rappresentazione ne avesse risentito, ma così non è stato, e per diverse ragioni.

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Innanzitutto, Hiddleston non solo è un grande appassionato e profondo conoscitore del Bardo, ma a teatro ci si è pure fatto le ossa, e la sua interpretazione è stata così apprezzata da valergli una nomination agli Olivier Awards. Inoltre, la produzione vantava un cast di alta qualità, una messa in scena spartana ma suggestiva che lasciava spazio alla forza del testo, il vero protagonista, il quale pone diversi spunti di riflessione su temi politici attualissimi, come il rapporto fra  classe dirigente e popolo, l’importanza della comunicazione in politica e il dilagare del populismo – le figure ambigue dei due tribuni della plebe ricordano certi portavoce grillini, e il popolo stesso viene rappresentato in modo da far simpatizzare con l’aristocratico, arrogante ma onesto condottiero romano.
Infine, non ci vedo nulla di male nello scegliere attori “in voga” ma di indubbio talento per interpretare opere shakespeariane a teatro, anzi, tale espediente può servire per portare i più giovani a scoprire opere che spesso vengono percepite come noiose o datate, ma che invece sono ancora appassionanti e attuali, nonché profondamente insite nella cultura occidentale.

Non esiste, quindi, alcuna “deriva commerciale” nel modo in cui vengono adattati e riproposti i lavori del Bardo (certo, forse in futuro avrei da ridire su una trasposizione di Macbeth con Gabriel Garko e Manuela Arcuri, a tutto c’è un limite), perché proprio la genialità dei suoi dialoghi (e ancor più dei suoi monologhi), la sua  profonda comprensione dell’animo umano, i suoi personaggi indimenticabili e universali, fanno di Shakespeare l’autore più pop della storia.

William Shakespeare for PETA

Post Scriptum: a causa dello spazio limitato ho dovuto “sacrificare” molte trasposizioni degne di nota. Per chi volesse approfondire, consiglio innanzitutto la miniserie della BBCThe Hollow Crown, che mette in scena in modo spettacolare e curato fin nei minimi dettagli tre delle tragedie storiche dedicate ai sovrani britannici, Riccardo II, Enrico IV ed Enrico V.
Di realizzazione opposta, ovvero intenzionalmente amatoriale e a budget limitato, è l’elegante e divertente trasposizione di Joss Whedon di Molto Rumore per Nullafilm nato quasi per caso (girato in 12 giorni proprio a casa del regista) ma che ha riscosso un discreto successo di pubblico e critica, interessante soprattutto per la decisione di mantenere il testo originale e per l’uso del bianco e nero.

About Marta La Ferla

COLLABORATRICE | Classe 1993, siciliana, viaggiatrice ossessivo-compulsiva. Studia Lingue e Comunicazione presso l’Università degli Studi di Catania. Appassionata di musica, letteratura, cinema, serie tv e, suo malgrado, anche di politica.

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