Le città invisibili - Arianna Favaro 1

Leggere e amare Calvino: “Le città invisibili” come luoghi dell’anima

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Italo Calvino (1923-1985) è stato uno scrittore e partigiano italiano. Intellettuale di grande impegno politico, civile e culturale, è stato uno dei narratori italiani più importanti del secondo Novecento

Nel corso degli anni, ho avuto modo di individuare i miei interessi, di scoprire nuovi mondi e di coltivare passioni che mi consentissero di acquisire una forma mentis, di capire cosa voglio dalla vita. La mia prima passione, che ho sempre preferito considerare come il mio primo amore, è stata la lettura. Fin dalla prima adolescenza, ho iniziato a divorare romanzi che poi, il più delle volte, ho dovuto rileggere in tempi successivi, a cui ad ogni rilettura ho attribuito significati diversi e nei confronti dei quali ho assunto anche punti di vista differenti condizionati dall’età e dalle esperienze che, intanto, avevano pervaso la mia vita.

Nonostante la mia incontestabile passione per la letteratura russa, il primo autore che mi ha incuriosita e che ho scelto di non abbandonare più è stato proprio un italiano: il maestro Italo Calvino, autore poliedrico, che ha parlato d’amore così come di guerra (dimostrando di essere un uomo impegnato civilmente e politicamente, ma anche un viaggiatore solitario che riflette su se stesso), sui sentimenti umani, sulla vita a lui destinata. Credo sia anche uno degli autori più interpretati e, probabilmente, più fraintesi. Universalmente riconosciuto come “autore della leggerezza”, famoso per il suo umorismo accessibile a tutti ma al contempo molto sottile, Calvino ha trattato temi di una profondità che ad un uomo comune sarebbe difficile o, addirittura, impossibile cogliere.

E’ un autore che, non soltanto mi ha sempre insegnato qualcosa, ma a cui devo molti sorrisi – anche sorrisi tristi – perché dietro quella sua leggerezza, che come lui stesso specifica in uno dei suoi passi più celebri: <<non è superficialità ma capacità di planare le cose dall’alto>>, si nasconde una persona con una grande consapevolezza della vita, della sua precarietà, della difficoltà di comprendersi e di instaurare rapporti umani durevoli. Uno dei suoi scritti che mi hanno colpita di più, che ho letto più volte, che ho interpretato in un modo differente dai precedenti e in cui ogni volta ho trovato una qualche “utilità” è Le città invisibili.

E’ un’opera unica nel suo genere dal momento che non può considerarsi un romanzo non avendo una trama lineare, non può considerarsi una raccolta di racconti in senso proprio e nemmeno una raccolta di poesie poiché Calvino scrive in prosa. E’, dunque, uno scritto sui generis che, letto tutto d’un fiato può dare un’impressione, letto saltuariamente e magari senza seguire l’ordine delle pagine, può dare un’impressione diversa ma essere ugualmente suggestiva.

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Copertina del libro “Le città invisibili” di Italo Calvino, pubblicato nel 1972 dalla casa editrice Einaudi

In tale opera, Calvino parla dei luoghi, delle persone che li abitano e delle relazioni che fra di loro si instaurano, delle loro idee, della loro percezione del mondo. Crea una sorta di rapporto-immedesimazione tra le persone e i luoghi, tra il mondo esterno e la loro interiorità. Immagina come sarebbero le città se non fossero abitate da quelle persone e come sarebbero le persone se si fossero trovate ad essere abitanti di altre città. Conclude che ogni persona è, a suo modo, il frutto dell’ambiente in cui ha vissuto ma anche di quello in cui avrebbe voluto vivere. Il modo in cui ci si rapporta agli altri è il frutto dei dialoghi che, nel corso della vita, una persona ha avuto modo di fare ma anche di quelli che avrebbero potuto svolgersi e che, invece, non ci sono stati.

Di ogni città descrive la forma fisica, ma anche il suo potere di influenzare il modo di vivere della gente: tra questi, crea un nesso esattamente come quando si descrive un essere vivente, con un aspetto esteriore e un’anima. E’ presente una sopravvalutazione dei luoghi, a tratti angosciante, dal momento che l’autore dà loro un potere. Parla, infatti, di persone tra le quali può scorrere un’energia molto forte per il solo fatto che si trovano a camminare nella stessa strada, costruisce storie ipotetiche partendo da un semplice incrocio di sguardi, parte dal presupposto che trovarsi nello stesso posto e, in qualche modo, vivere nello stesso mondo, rende inevitabilmente le persone complici.

Alle città che descrive, Calvino attribuisce nomi quasi “mitici”: si trattano infatti di nomi femminili e, per la precisione, degli stessi nomi delle città che Marco Polo visitò durante i suoi viaggi:

DESPINA -> etimologicamente “il culto della signora o la signora presso gli antichi Greci” ;
ZOE -> dal greco, significa “vita” ;
EUFEMIA -> di etimologia greca, “dalla bella parola” ;
PIRRA -> dal greco, significa “infuocata” ;
EUDOSSIA -> dal greco, etimologicamente significa “giusta” ;
PENTESILEA -> dal greco, “colei che reca sofferenza” ;
SOFRONIA -> dal greco, “la virtuosa, la temperante” ;
EUTROPIA -> dal greco, “dal grande sviluppo” ;
EUSAPIA -> dal greco e dal latino, “saggia” .

In questo modo, Calvino gioca sui nomi per poi delinearne i caratteri, come se ogni nome custodisse un segreto, avesse dietro un mito, possedesse un destino a cui nessuno che vi si trovi a vivere o, anche solo a passare, può sfuggire. La mia preferita è Cloe, poiché l’autore parla di questa città come se fosse un sogno da cui è necessario non svegliarsi se si vuole vivere serenamente, come un fantasma a cui è impossibile dare vita perché, se questo accadesse, le persone instaurerebbero fra di loro una rete di relazioni che diverrebbero gli incipit per una serie di malintesi, di contrasti e di finzioni. Cloe rappresenta per me una verità a cui, senza accorgercene, siamo tutti sottomessi: la verità secondo cui le relazioni umane non possono essere felici se non si veste la persona che si ha di fronte di un ideale, se non si sovrappongono alle sue parole quelle che ci si vorrebbero sentir pronunciare da lei, se non si sostituisce il suo pensiero reale con la propria interpretazione di esso. Cloe mi ha insegnato che vivendo sogniamo, e che se ci concediamo il lusso di aprire gli occhi e di svegliarci ci ritroviamo davanti ad un mondo reale totalmente diverso, ingestibile, che da un momento all’altro potrebbe caderci addosso.

Da quest’opera, ho capito non soltanto che a volte crediamo di essere artefici del nostro destino compiendo determinate scelte e sottovalutando l’influenza che il luogo in cui viviamo può avere su di noi e sulla nostra vita futura (che possiamo decidere di viverla anche altrove), ma anche come ogni luogo lascia in noi delle tracce anche più indelebili delle orme che noi lasciamo in esso: ce lo porteremo dietro tutta la vita e, in questo senso, vivrà dentro di noi per sempre.

Questo capolavoro, a mio avviso, andrebbe letto e riletto più volte nel corso della vita. A partire proprio dall’adolescenza e in cui può aiutare, a suo modo, la persona a sviluppare una coscienza civica e un senso di appartenenza al luogo in cui sta crescendo così come in età adulta, quando ci si concede il lusso di sognare la propria vita in un posto differente, in un mondo diverso, in una società nuova e senza accorgersi che un mondo diverso, nel momento in cui lo si sogna, lo stiamo già creando.

Perché i luoghi sono fatti di costruzioni, di storia, di cultura e di natura, ma anche delle illusioni di chi li abita.

 

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About Martina Cimino

COLLABORATRICE | Classe 1993 e originaria di Teggiano (SA), vive a Pisa dove studia Giurisprudenza. Appassionata di letteratura, politica, storia e cinema, sogna un mondo in cui le giornate non durino soltanto ventiquattro ore.

Un pensiero su “Leggere e amare Calvino: “Le città invisibili” come luoghi dell’anima

  1. Complimenti per la recensione, capita davvero a proposito: “Le città invisibili” l’ho letto poco tempo fa e ho avuto modo di rifletterci a lungo. Mi è sembrato un saggio di visioni utopistiche, di tante società ideali tanto perfette proprio perché costruite su gambe sottili. Nel complesso è un libro che possiede un fascino profondo, quasi “matematico”.

    Non ho poi troppa conoscenza di Calvino per interpretarne gli scritti, ma non mi stupirei se qualcuno di più preparato interpretasse (come me) quel Marco Polo come una trasposizione romanzata dell’autore, trasformato da esploratore in artista per scomporre il mondo che ha visto, tormentato al tempo stesso dal desiderio di distacco e dalla nostalgia della propria città natia e testimone della grandezza architettonica umana che, lentamente, si corrompe e cede sotto il proprio peso.

    Le città della morte sono state quelle che mi hanno impressionato e affascinato di più. Non per un gusto del macabro, naturalmente, ma perché sembrano quelle che più si spingono verso l’orlo dell’universo illustrato da Marco Polo, forse poste lungo il sentiero sul quale è possibile fare incontri più o meno piacevoli con coloro che abbiamo dimenticato, ad esempio. Come cancelli per l’ultimo viaggio che, tuttavia, non possono spaventare dopo aver sperimentato che (parafrasando) “tra i viventi l’Inferno è di casa e neanche lo vedono più”.

    Probabilmente è roba che vedo solo io, questa qua. ;D

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