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Le donne nell’industria cinematografica e televisiva

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La questione della rappresentazione femminile nei media è al centro di un acceso dibattito. Mentre da noi ci si limita da anni al solo problema dell’oggettificazione del corpo femminile, negli Usa e nel Regno Unito, così come in altri Paesi, il dibattito è divenuto molto più articolato. Grazie alla nascita di siti come Jezebel e The Mary Sue, che trattano di svariati argomenti – dal gossip all’attualità, dalla letteratura al cinema – in un’ottica femminista, molte questioni riguardanti le donne, grazie alla viralità dei contenuti, stanno diventando mainstream. Chi frequenta questi siti si troverà spesso a leggere approfondite analisi dei personaggi femminili negli ultimi film usciti al cinema o nelle serie televisive più in voga, o a discutere dell’autenticità e varietà dei modelli femminili proposti dai media, se essi corrispondano alla realtà o se invece siano solo un riflesso del maschilismo imperante.
Insomma, termini come patriarcato, sessismo e oppressione femminile non sono più unico appannaggio delle femministe più radicali, e stanno pian piano entrando nel linguaggio comune.

Ma se di rappresentazione si parla tanto (e a volte in modo esagerato), si parla davvero poco – anche negli ambienti più liberal e progressisti – di rappresentanza femminile all’interno dei media, ovvero di quante poche donne produttrici, registe e sceneggiatrici ci siano in circolazione. Eppure, sono abbastanza da permetterci di tracciare una linea del tempo, prendendo in considerazione alcune delle donne che hanno ricoperto (o ricoprono ancora) ruoli importanti nell’industria televisiva e cinematografica. Donne che hanno lavorato sempre dietro le quinte, a volte poco conosciute, ma che hanno raggiunto obiettivi importanti, indicando una strada che deve ancora essere percorsa a dovere.

Iniziamo dall’Inghilterra, agli albori degli anni ’60. Una giovane assistente alla produzione, con un’educazione prestigiosa e una gavetta da dattilografa, approda agli studi della BBC. Il suo nome è Verity Lambert, ha appena compiuto ventisette anni e ha deciso che se non riuscirà ad avanzare di carriera entro un anno, abbandonerà il mondo della televisione. Un giorno, il canadese Sydney Newman, con il quale Lambert aveva collaborato in passato e in seguito divenuto il nuovo Head Of Drama (una sorta di responsabile delle fiction) dell’emittente, la chiama: le offre la produzione di una nuova serie televisiva, che narra le avventure di un vecchietto capace di viaggiare nello spazio e nel tempo a bordo di una navicella più grande all’interno. Il progetto è molto rischioso, il budget e le tecnologie a disposizione sono ancora limitate, e tanti addetti ai lavori sono certi che non riuscirà a durare più di tre mesi, ma Verity decide di accettare.
Dopo più di cinquant’anni, Doctor Who rimane la serie di punta della BBC, quella che ha influenzato intere generazioni – inclusi gli attuali produttori e sceneggiatori – ma nulla sarebbe stato possibile senza l’intraprendenza di una giovane donna (come viene magnificamente narrato nel recente film-tv An Adventure In Space And Time, diretto da Mark Gatiss e mandato in onda lo scorso novembre in occasione del 50° anniversario della serie).

 

Doctor Who

 

Adesso, facciamo un salto nel tempo e nello spazio e arriviamo a Hollywood, nel marzo del 2010. Siamo all’82esima cerimonia degli Academy Awards, e la tensione è palpabile. Dall’inizio della serata, infatti, era sembrato chiaro che quello presentato come il miglior film dell’anno (se non del decennio), Avatar di James Cameron, non avrebbe fatto il pieno di statuette come auspicato. A portarsi a casa ben sei Oscar (compresi quelli come miglior film e miglior regista), invece, sarà The Hurt Locker, un lungometraggio adrenalinico ambientato durante il conflitto in Iraq che narra di un soldato “dipendente” dalla guerra. A dirigerlo è Kathryn Bigelow – che, ironicamente, è anche l’ex moglie di Cameron – una regista da sempre etichettata come “anomala” perché “non fa film da donna” (come se Titanic e Pocahontas dipinta di blu fossero “film da uomo”). Da Il buio si avvicina a Point Break, fino ad arrivare a quello che personalmente considero il suo capolavoro, Strange Days, la Bigelow ha dimostrato di essere capace di rappresentare la violenza sullo schermo in modo asciutto e diretto. Molti critici le hanno appioppato il ruolo di “regista donna che sfida gli stereotipi di un mondo maschilista”. Intervistata a proposito, la Bigelow ha risposto che, semplicemente, le piace fare film d’azione, e che se col suo cinema si è mai posta un obiettivo, è quello di “esplorare il medium e spingerlo al massimo delle sue capacità, non di rompere le convenzioni di genere o gli schemi tradizionali”.

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Mentre Kathryn Bigelow riceveva il suo Oscar, una ragazza californiana allora appena ventiquattrenne aveva appena concluso l’affare che le avrebbe cambiato la vita. Figlia del magnate dei computer Larry Ellison, Megan Ellison – dopo aver frequentato la scuola di cinema per un anno – aveva deciso di diventare produttrice cinematografica. Aveva iniziato a finanziare film dal 2006 senza molto successo, fino a quando non decise di investire sul nuovo progetto dei fratelli Coen, Il Grinta. Il film uscì a fine 2010, ricevendo – ovviamente – un grande successo di pubblico e critica. Megan inizia a farsi conoscere nell’ambiente, e nel 2011 fonda la casa di produzione e distribuzione Annapurna Pictures. Il suo approccio è quello tipico della Silicon Valley: finanziare progetti innovativi, originali e rischiosi, riponendo fiducia in cineasti indipendenti e di prestigio. Uno dei primi film ad essere prodotti dalla società è stato Zero Dark Thirty di – udite, udite – Kathryn Bigelow, nel 2012, assieme a The Master di Paul Thomas Anderson. Ma il suo anno d’oro è stato il 2013: Spring Breakers di Harmony Korine, Her di Spike Jonze e American Hustle di David O. Russell, tutti accolti entusiasticamente da critica e botteghino, due dei quali candidati agli Oscar, e tutti prodotti dalla Ellison, che nel 2014 è entrata nella celebre lista delle 100 persone più influenti al mondo stilata da TIME.
Certo, senza la sua sicurezza economica tutto ciò non sarebbe stato possibile, ma per investire in campi molto rischiosi e non sempre redditizi come quello del cinema indipendente ci vuole coraggio e intraprendenza, e Megan Ellison ne ha da vendere.

 

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Il nostro viaggio termina qui, ma ciò non significa che non ci siano altre donne degne di essere nominate: registe come Nora Ephron, Sofia Coppola e Jane Campion, produttrici come Nira Park, Emma Thomas e Nina Jacobson, sceneggiatrici come Abi Morgan, Tina Fey e Diablo Cody, e così via. Loro ce l’hanno fatta grazie al talento e alla voglia di mettersi in gioco e rischiare, e senza quote rosa.

In conclusione, sebbene gran parte dei film e delle serie televisive siano fatti di donne e per le donne, sono ancora troppo pochi quelli fatti da donne.

 

 

Fonti immagini:

1. Mirror
2. This Is Infamous
3. © John Shearer/Invision/AP
4. In evidenza: Hill Place

About Marta La Ferla

COLLABORATRICE | Classe 1993, siciliana, viaggiatrice ossessivo-compulsiva. Studia Lingue e Comunicazione presso l’Università degli Studi di Catania. Appassionata di musica, letteratura, cinema, serie tv e, suo malgrado, anche di politica.

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